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L'ORA DEL MEDITERRANEO

il Giornale dei Popoli del Mediterraneo

 

 

 

 

"Tutte queste città sanno che le tante cose che le dividono, storia, religione, cultura fanno parte comunque di un sistema unitario, di migrazioni, conflitti ed intrecci etnico culturali che fanno del Mediterraneo una unità nella sua grande complessità".

 
 

AUTORI MIGRANTI NELLA LETTERATURA ITALIANA: YOUNIS TAWFIK

di Abou El Alaa Dabboussi

*Insegnante presso Licée Hannibal Ariana, Tunisia

Younis Tawfik

Fra gli autori migranti più noti c’è anche lo scrittore, saggista e traduttore Younis Tawfik[1], vincitore del premio Grinzane Cavour per la migliore opera prima nel 2002. Grazie al romanzo “La straniera”, l’intellettuale iracheno si colloca fra le voci più interessanti della letteratura italiana contemporanea. Autore di tre romanzi, nella sua bibliografia è possibile ritrovare rinnovamenti e linee guida, cambiamenti e evoluzioni.

Altrettanto rilevante è la produzione saggistica, poichè al suo interno ci sono riflessioni sulla propria condizione di migrante e soprattutto di immigrato musulmano nell’Italia odierna, con temi e proposte di grande rilievo per l’attuale dibattito politico e culturale. Allo stesso modo, di grande interesse risulta l’attività di traduttore perchè attraverso le opere trasposte in lingua italiana diventa possibile individuarne gusti e riferimenti culturali.

L’apparizione nelle librerie italiane del romanzo “La straniera”, opera prima in prosa dello scrittore iracheno Younis Tawfik desta immediatamente l’attenzione del pubblico e gli elogi della critica specializzata.

Younis Tawfik[2] non era certamente il primo autore straniero di espressione italiana ad ottenere il consenso di pubblico e critica: “Io venditore di elefanti” di Pop Khouma già nel 1989 aveva raggiunto ottimi risultati di vendite mentre il poeta albanese Gezim Hajdari nel 1997 aveva ottenuto il premio Montale per la poesia inedita.

La straniera presenta però degli elementi nuovi, spiegabili in parte con il vissuto dell’autore, a cavallo fra il reportage e la memoria autobiografica con le vicende dell’abbandono del paese di origine, dell’arrivo in Italia, dei problemi di razzismo ed integrazione.

Nel romanzo “La straniera”, la scelta del tema è autobiografica. I due personaggi principali pur essendo degli immigrati con differenti problemi di integrazione sono perfettamente funzionali al senso ultimo dell’opera, ovvero l’analisi impietosa di un disadattamento che va al di là dell’esperienza migratoria e si rivela più tragico e totalizzante.

In tal senso può essere di aiuto la lettura della biografia dell’autore che per alcuni aspetti si discosta da quelle di alcuni fra gli altri scrittori migranti. Si è infatti detto che la letteratura della migrazione ha prodotto molti “autori di un solo libro” ovvero non scrittori per professione o vocazione ma persone che, traumatizzate dell’esperienza migratoria hanno poi sentito l’esigenza e la necessità di raccontarla.

Nel caso di Tawfik si dovrebbe parlare di scrittore emigrato piuttosto che di migrante divenuto scrittore. La sua produzione letteraria era infatti già cominciata nel paese di origine, l’Iraq, dove aveva vinto anche un importante premio letterario nazionale per la poesia.

La sua esperienza si può’ dunque accomunare a quelle dell’algerino Amara Lakhous, vincitore nel 2006 del premio Flaiano e del premio Sciascia per il romanzo “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittoria” o dello stesso Gezim Hajdari, già attivo con diverse pubblicazioni in Albania al momento della sua partenza.

Giunto in Italia per motivi di studio, Younis Tawfik ha seguito un anno obbligatorio di lingua italiana per stranieri a Perugia. In seguito si è laureato in lettere all’università di Genova. Collabora inoltre ai quotidiani “La stampa” “Il mattino” e “La repubblica” e dirige la collana “Abadir, culture dell’Africa e del Medio Oriente”, della casa editrice torinese Anarke.

Essendo già uno scrittore, ha vissuto l’esperienza migratoria attraverso la lente del proprio mestiere arricchendola di contenuti ulteriori, il viaggio e l’emigrazione diventano una continua metafora, un tentativo di conoscenza di se stessi che i personaggi non sempre riescono a portare a termine.

Nelle sue opere[3] sono riconoscibili oltre ai grandi classici della letteratura occidentale e orientale, diversi autori arabi ed iracheni. Nella sua prosa ci sono citazioni talvolta esplicite ma più spesso implicite che manifestano il legame con entrambe le culture.

Oltre a numerosi lavori di traduzione e a saggi critici sull’Islam e la cultura araba, insieme a diversi manuali di grammatica araba di Younis Tawfik, in Italia sono stati pubblicati tre romanzi “La straniera”, “La città di Iran” e “Il profugo” tutti editi da Bompiani.

All’interno delle opere di finizione ci sono gli elementi principali per comprendere a fondo la sua poetica e i tre romanzi rappresentano fino ad ora, l’ideale somma delle altre opere.

La straniera

Nell’incipit del romanzo “la straniera” si delineano immediatamente alcuni aspetti fondamentali della personalità del protagonista maschile: L’Architetto, per tutto il romanzo non avrà mai un nome proprio ma solo una professione, in maiuscolo, a suggerirne l’identità sfuggente. Il protagonista è appena stato abbandonato dalla propria compagna, rimane solo, immobile, con un mazzo di rose in mano, sono passati alcuni giorni, l’architetto è ancora disperato e non riesce a comprendere le ragioni di un esito tanto traumatico.

“Ora, eccomi qua, seduto in riva al fiume, con la barba lunga che gratta sul collo della camicia. Da giorni non riesco a dormire, se non poche ore per notte. Strano è l’amore. Uno di quei ginn dalle mille teste che ci incanta e poi ci divora”[4]

Il ginn di cui si fa cenno è una figura molto importante nella cultura islamica e nel corano c’è un intera sura ad esso consacrata: potrebbe essere definito una sorta di genio o spiritello, a volte maligno e a volte benevolo, molto spesso dispettoso. I ginn fanno parte della tradizione folcloristica e favolistica araba e sono presenti anche nel ciclo di novelle mediorientali che ha per protagonista Giufà[5]. Lo stesso personaggio che si ritrova in diverse fiabe siciliane. Ciò che è rilevante ai fini della comprensione del romanzo è che il ginn rappresenta il primo fattore di alterità inserito nella narrazione, messo in evidenza dall’uso del corsivo.

Il testo riprende in seguito con una lirica scritta dallo stesso autore: gli inserimenti poetici sono un altro tratto caratteristico del romanzo, nel quale la prosa si interrompe spesso per lasciare spazio alla poesia:

 La luna nel mio cielo è più verde

È più bella delle altre,

è magica e misteriosa

Ho sempre cercato di dare un volto

alla luna del deserto,

di darle un nome

Ma la notte di fuoco,

presto divampa nello specchio degli occhi.

L’albero della solitudine non fiorisce mai,

ma il suo profumo cade come pioggia di stelle [...]

Nelle strade della città,

un uomo

porta la sua luna in mano,

vende parole,

i sorrisi e le lacrime

Nell’auto abbandonata

sotto la neve

dorme un gabbiano.[6]

Come si può notare, nel componimento ritornano alcune immagini della terra natale, in tal caso sono la notte e la luna del deserto a consentire all’autore di evocare la propria patria. Il paese di provenienza però non viene mai nominato esplicitamente e la luna diviene così metafora dell’Iraq e del mondo arabo in generale. I ricordi si infrangono contro la solitudine del presente che rappresenta la condizione tipica dell’immigrato.

Se la notte del deserto è una notte di fuoco il paese di accoglienza, contraddistinto dalla città e dall’auto abbandonata, viene descritto in pieno inverno, come se la bellezza e il colore della natura fossero nascoste dalle difficoltà di integrazione. Gli ultimi tre versi sono emblematici: il gabbiano ha interrotto il suo volo, simile al viaggio del migrante, in un’automobile incustodita, addormentato sotto la neve.

Nelle liriche Tawfik riesce a trasmettere le sensazioni più intime del protagonista e anche se gli inserti poetici apparentemente non hanno una precisa funzione narrativa, in realtà aiutano il lettore a comprendere una personalità complessa, confusa, in un momento di grande riflessione.

Le inserzioni poetiche inoltre sono retaggio di una specifica traduzione araba, c’è infatti un preciso stile letterario, il maquamat, scritto in prosa rimata e intarsiato con versi, anche il testo orientale probabilmente più conosciuto in occidentale, Le mille e una notte, era costruito con intermezzi poetici posti in apertura o come legami fra i vari racconti.

Nella prima traduzione in una lingua europea, proposta dal francese Golland, gli inserti lirici furono completamente eliminati poichè non si confacevano al gusto e alle abitudini dell’epoca. Grazie al successo di tale edizione, le successive traduzioni continuano ad escludere le parti in poesia, rendendo cosi l’opera più vicina al canone occidentale.

Anche nella storia letteraria italiana il prosimetro ha una tradizione importante, soprattutto grazie alla vita Nuova di Dante Alighieri, che come vedemo in seguito è uno dei punti di riferimento anche dal punto di vista linguistico di Younis Tawfik.[7]

L’architetto viene presentato fin dal principio come il prototipo dello straniero integrato, giunto in Italia per motivi di studio, ha poi terminato l’università ed è rimasto a lavorare senza eccessive difficoltà.

Il concetto di integrazione tuttavia acquista nel romanzo una valenza non del tutto positiva, quasi dimentico delle proprie origini e della propria specificità culturale, il protagonista si trova a vivere da italiano ma senza esserlo fino in fondo. Non a caso verrà fortemente attratto da una donna di nome Amina, giunta dal Marocco ma in condizioni legali, lavorative e psicologiche affatto differenti. Se la diversità e la specificità del personaggio sono visibili all’inizio quasi esclusivamente nelle liriche e in alcuni termini arabi non tradotti ed evidenziati dal corsivo, nel prosieguo del romanzo verranno progressivamente approfonditi. L’Architetto, a causa dei disagi vissuti dalla donna di cui è innamorato, inizierà a pensare anche ai propri problemi d’identità e integrazione solo apparentemente risolti.

L’apparizione di Amina, arrivata in Italia con il fidanzato, ma da questo abbandonata e costretta a prostituirsi per sopravvivere introduce nel romanzo una nuova forma binaria. Le stesse vicende vengono raccontate ora dall’Architetto, ora dalla ragazza in un intrecciarsi di situazioni e punti di vista differenti. Ci si trova così di fronte ad una struttura polifonica, strategia discorsiva molto comune nei testi delle letterature migranti e postcoloniali non solo di espressione italiana.

Diverse possono essere le motivazioni del reiterato uso della polifonia: da una parte si può certamente affermare che attraverso la pluralità di voci, risulta più efficace quel “doppio sguardo” che scaturisce dall’esperienza migratoria degli autori. Inoltre tale struttura giustifica l’uso di diversi registri linguistici all’interno della stessa narrazione. Ne è un esempio manifesto il Romanzo di Amara Lakhous, nel quale ciascun personaggio utilizza il proprio linguaggio (il barista romano, la portiera napoletana, il professore milanese).

Nell’opera di Younis Tawfik la compresenza delle voci di Amina e dell’Architetto non porta ad un plurilinguismo o ad un lavoro sul linguaggio. Nel romanzo ci si trova di fronte a una lingua piuttosto semplice, utilizzata meramente come strumento senza che sia visibile alcun artificio. Lo stile invece risulta colto e lavorato: si è gia notato come nel testo siano presenti con figurazioni ellittiche, parti in versi o in prosa poetica, racconti diacronici che portano il lettore ad immergersi nel passato dei due protagonisti, tutti silemi tratti dai modelli tradizionali della letteratura meridionale. Amina e l’Architetto rappresentano due aspetti di un identico problema: la nostalgia angosciosa, il sentimento di appartenenza che entrambi portano dentro. In un certo senso la loro unione è inevitabile e impossibile anche se a prima vista appartengono a mondi diversi, ciascuno risulta per l’altro imprescindibile e necessario. La donna trova nell’Architetto un segno tangibile delle proprie speranze proiettandosi in lui, le sembra che una vita dignitosa per un immigrato, nella Torino del 2000, sia possibile. L’Architetto trova in Amina la chiave per comprendere il suo malessere: la tristezza per il rapporto finito male con la moglie e il timore di non riuscire realmente a sentire le emozioni gli sembrano grazie a lei problemi affrontabili. Eppure il loro rapporto non si consuma mai, immobilizzato da continui ripensamenti, rinvii, dubbi, circostanze casuali fino alla malattia e alla morte della donna. Per l’autore l’incontro fra due persone che rappresentano due diversi tipi di migrazione e anche l’occasione per riflettere sul significato di concetti quali identità, nostalgia, integrazione.

L’Architetto più che integrato appare in certi momenti assimilato, incapace di pensare e di concepire quell’alterità di cui comunque, volente o nolente, si trova ad essere portatore. La diversità si riduce ad un superficiale erotismo, alla possibilità di suscitare interesse presso i coetanei grazie alle proprie origini, alla facilità di incontri femminili che talvolta si rivelano insignificanti.

Il mestiere di Amina, la prostituita, riporta ad una serie di testi della letteratura italiana della migrazione molto spesso infatti i personaggi femminili, costretti a vivere in clandestinità, vengono associati al mondo della prostituzione. Se senza dubbio l’associazione “personaggio femminile/prostituta” è dovuta ad un legame forte dei testi con l’attualità che vede molte donne immigrate costrette a svolgere tale professione nelle città italiane. Non si può ugualmente tralasciare il senso metaforico del collegamento, l’appropriazione indebita del corpo femminile diventa anche la perdita della cultura originaria, lo strappo violento dal paese di origine.

Per Amina prostituirsi è il segno del fallimento della propria emigrazione, l’impossibilità di essere libera e la sensazione di essere finita in un violo cieco. Lei non puo’ liberarsi perchè come clandestina non troverebbe lavoro, non può tornare al suo paese perchè non ha abbastanza soldi. È ciò che colpisce l’Architetto, fin dal primo incontro l’uomo non può accettare che una donna araba, della sua stessa cultura sia a tal punto umiliata.

Nel romanzo di Tawfik è proprio l’origine araba della donna fonte dei problemi del protagonista: “Mentre sto aprendo la porta, mi sento strano. È la prima volta che una donna araba entra in casa mia. Intendo come me, anche perchè Amina è già stata qui con il mio amico. Già con il mio amico: chi sa dove hanno fatto l’amore? E come l’hanno fatto? Le è piacciuto e come l’ha accolto? Si sarà lavata nel mio bagno. Forse si sarà anche asciugata con i miei asciugamani. Questi pensieri continuano a girarmi nella testa, con una velocità incontenibile. Lei non entra, sta invece vicino alla porta, nel corridoio. Il fatto non mi stupisce più di tanto: è educata, almeno. Chissà perchè ho una brutta idea di questa ragazza? Il mio pregiudizio mi turba e mi infastidisce”. 

Amina diventa dunque per l’Architetto al tempo stesso la portatrice del noto e dello sconosciuto: è una ragazza araba e l’uomo crede quindi di riconoscerne i comportamenti, ma il suo mestiere di prostituta provoca nel protagonista un disprezzo che cela un desiderio e una fascinazione sottili. Il tempo erotico e la sensualità femminile pervadono tutto il romanzo, nei ricordi dell’uomo ritornano spesso episodi con precedenti compagne mentre l’autore tende ad indugiare nelle descrizioni degli amplessi e delle situazioni amorose, disseminate di metafore naturali tendenti al mistico, mostrando così un legame intenso con la letteratura erotica araba di cui in parte è stato traduttore.

La personalità di Amina è piuttosto complessa: se da una parte mostra un rapporto disinibito con il proprio corpo e con il sesso, turbando in tal modo l’Architetto, dall’altra si rivela anche molto legata alle tradizioni e alle religione. Lei una volta entrata nell’abitazione dell’amico, non esita a criticarlo per il suo stile di vita “europeo” e a richiamarlo al rispetto dei principali dettami della religione islamica, in particolare alle cinque preghiere quotidiane.

Nel romanzo la protagonista vive una crisi di identità. La clandestinità diventa una condizione psicologica prima ancora che giuridica, un’ossessione che entra nella quotidianità e che marca una differenza netta e sostanziale anche all’interno delle comunità straniere con chi è regolare. Amina trova nell’attività sessuale la sospensione delle paure e la sensazione di essere viva, con il tempo però tale fervore si ridurrà ad una sorta di isteria del corpo, un muoversi convulso che non porterà più alla soddisfazione sentimentale o fisica ma ad una mera agitazione nel vano tentativo di non pensare alla propria condizione. Amina vede nell’Architetto la possibilità di rimediare ai propri errori.

Diventa interessante confrontare la voce narrante di Amina con altre voci femminili utilizzati da autori arabi o di origine araba che hanno scritto in lingue europee. Diversi autori arabi di espressione francese hanno fatto ricorso a protagoniste femminili. Uno dei casi più noti è il romanzo dello scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun L’enfant de Sable, pubblicato in Francia nel 1985.

Il testo è imperniato sull’annullamento ed il successivo riconoscimento del corpo e dell’essenza femminile: un uomo, la cui moglie incinta ha già partorito sette figlie, decide che il nascituro diverrà un maschio per non perdere l’eredità (che nel Marocco antico andava solo agli eredi maschi) e sedare l’eredità e l’ironia dei fratelli.

Mohamed Ahmed, il nuovo nato, è ancora una volta una bambina ma la sua sessualità verrà nascosta ed egli stesso vivrà un’esistenza dicotomica e schizofrenica. La narrazione è intessuta da varie voci che si incrociano e ha un legame molto stretto con la cultura orale marocchina. L’ultima voce narrante fornisce al lettore la soluzione dell’enigma, la vecchia che racconta è la stessa protagonista del romanzo giunta al termine del suo viaggio ad accettare il proprio corpo. Anche il romanzo “La civilisation, ma mére” di Driss Chraibi ha per soggetto l’emancipazione della donna marocchina all’interno di una complessa analisi sulla laicità nell’Islam e di una critica congiunta all’occidente e al sistema patriarcale arabo-marocchino.

La questione femminile

L’autore libanese Selim Nassib invece utilizza delle protagoniste femminili in alcuni racconti nel libro “L’homme assis”, dove il tema dell’identità femminile è legato alla tragica situazione mediorientale in Libano e in Israele, fra differenze etniche e religiose, guerre, attacchi terroristici e repressioni poliziesche. Di esempi se ne potrebbero fare altri ma ciò che emerge dal precedente elenco pur breve e incompleto, è la necessità presente in molti scrittori arabi di analizzare la condizione della donna e soprattutto di mettere in relazione l’identità femminile in occidente con quella del proprio paese di provenienza.

Il rapporto con la donna rappresenta spesso per loro il primo e più forte segno di diversità culturale, nel romanzo di Tawfik, mentre Amina racconta la sua storia, l’Architetto si ritrova a pensare al proprio passato ed in particolare alla prima esperienza sentimentale con una ragazza italiana in uno degli inserti diacronici tipici dell’opera. La propria morale si scontra con una tipologia femminile più volte idealizzata che risulta nel momento concreto della conoscenza affatto diversa dall’immagine pensata: << voi altri pensate che le donne occidentali siano tutte facili ma non è così; noi siamo diverse dalle vostre perchè siamo noi stesse, siamo libere di scegliere o respingere gli uomini. Vedi anche se e quando fare l’amore, lo decidiamo noi, scegliamo noi il momento giusto per farlo. Io ti amo e solo dopo essermi accertata del mio amore per te, mi sono lasciata andare. Ovviamente non tutte la pensano così: ma io sì >>

Il << voi altri >> iniziale sottintende tutta la diversità fra due culture quella occidentale-cristiana e quella arabo-musulmana. Interessante è inoltre la riflessione esplicita sul linguaggio ovvero sulla scarsa conoscenza dell’italiano da parte dell’Architetto in un episodio che risale al tempo dei suoi studi presso l’università per stranieri di Perugia: le difficoltà pratiche di comprensione causate dalla lingua.

Il pregiudizio sulle donne occidentali appare alquanto radicato nella cultura d’origine del protagonista, prima di partire, l’uomo riceve la visita di una coppia di vecchi zii che vogliano salutare il nipote: “La mia zia materna che io ritenevo un serpente imbottito di invidia e cattiveria mi disse con malignità: Non capisco cosa ci sia in Europa di così attraente. Se è per l’università qui ce ne sono e non sono meno buone nè meno importanti, invece se è per le ragazze, le nostre sono più belle e poi quelle là non sono mica tanto serie”. Non avevo la minima idea di discutere con lei e nemmeno con il suo viscido marito che a sua volta ribadiva: “dicono che sono facili e disponibili, le ragazze di quelle parti. Ti divertirai senz’altro. Pensami quando sarà là”

Analizzando la questione femminile in Tawfik, d’altra parte non ci si può certo scordare di alcuni grandi poeti e intellettuali iracheni che hanno affrontato il tema della donna e della condizione femminile provocando così molto scalpore e suscitando un acceso dibattito tra gli intellettuali arabi dell’epoca. Allo stesso modo non può essere negata l’influenza anche formale della poetessa Nazik al Malaikah, pioniera e teorica del verso libero in poesia e sostenitrice delle aspirazioni della donna orientale a vivere una vita senza pregiudizi e impedimenti. Non bisogna infine dimenticare che il movimento di rinascita (nahdah) della letteratura araba nella seconda metà del diciannovesimo secolo aveva fra i propri punti cardine l’emancipazione femminile con il diritto all’istruzione e la partecipazione delle donne all’interno  del  dibattito politico.

Il linguaggio

Un’ulteriore precisazione è necessaria a proposito del linguaggio dell’autore, si procede nella narrazione attraverso una lingua lineare apparentemente molto semplice. Solamente alcuni termini arabi non tradotti e messi in evidenza dal corsivo forniscono al lettore  il segno della diversità.

A livello linguistico c’è un altra peculiarità tipica di una certa letteratura araba contemporanea: l’impiego dei proverbi e dei modi di dire all’interno della narrazione. Si può  ipotizzare che essi provengono dal folclore popolare soprattutto dalla cultura orale particolarmente fervida nel mondo arabo. Anche gli scrittori migranti di origine araba come Amara Lakhous, Mohsen Melliti i detti popolari pervadono la narrazione nell’estrema sintesi che il proverbio consente talvolta di comprendere le più svariante situazioni.

Si può anche ricordare che Giovanni Verga nel narrare le vicende della famiglia Toscano detta dei Malavoglia del piccolo paese di Aci Trezza, si trova nella necessità di riprodurre linguaggio, modi gergali e proverbi popolari in maniera credibile. In Tawfik i proverbi servono anche a spiegare le diverse vicende che si intrecciano nella narrazione: dalla situazione nel vicino oriente (la guerra israeliano-palestinese, la crisi dell’Iraq e dell’Iran) alla politica e alla società italiane in particolare la mafia e l’azione delle brigate rosse. Anche in tal caso ci si trova di fronte ad uno sguardo esterno, lontano e quasi impossibilitato a comprendere le differenti situazione.

Lo zio del protagonista, venendo a conoscenza della destinazione del viaggio del nipote risponde mostrando il suo pregiudizio la sua scarsa conoscenza dell’Italia “Ah però! esclamò lui e aggiunge maliziosamente <Bella .. molto bella>. Un mio amico c’è già stato per turismo. Dicono che la mafia è la padrona di tutto, là si spara per le strade e i delinquenti rubano in pieno giorno. Sono capaci di tagliarti un dito per rubarti la fede. Non portare niente di valore con te”.

Emigrazione-integrazione

Nella crisi politica, sociale ed economica che attraversa il suo paese di origine, l’Architetto vede da un punto di vista personale la fine delle illusioni e delle speranze della sua giovinezza. L’incontro con Amina serve a far riflettere l’Architetto su alcuni aspetti del proprio passato che aveva da tempo tralasciato per rendere più facile l’integrazione in Italia senza il retaggio del paese di provenienza e del personale bagaglio culturale ed emotivo. L’analisi del periodo trascorso va ovviamente al di là delle considerazioni sulla situazione sociale e politica ma interessa anche la sfera degli affetti privati. In particolare emerge il difficile rapporto con la figura paterna. Il padre è contrario alla partenza del figlio; nel libro viene descritto come un personaggio austero, molto legato alle tradizioni e poco propenso a dimostrare il suo affetto. L’Architetto ha per la prima volta la consapevolezza del suo repentino avvicinamento verso l’età adulta proprio nel momento in cui saluta il padre prima di partire. La partenza è vissuta quasi come un lutto, un estremo saluto. Si è già parlato d’altronde di come l’emigrazione fosse vista in diverse culture alla stregua della morte, implicando gli identici rituali e la stessa dimensione culturale e psicologica.

Una volta incontrata Amina per l’Architetto inizia una ricerca più profonda della propria identità. Se l’origine araba trova la personificazione femminile nella figura di Amina, il fascino che esercitano sul protagonista le abitudini e i modi di vivere italiani trovano la perfetta rappresentazione nel personaggio di Anna Rita. Già a partire dalla descrizione fisica le due donne sembrano raffigurare due tipologie caratteriali opposte: “una volta tolto il soprabito e sotto l’invadente luce alogena del locale, riesco a individuare bene i tratti del suo viso giovane, bruno e pieno dei suoi occhi neri. Il naso fine esalta le labbra rosse e carnose. I capelli folti, cosi neri che hanno addirittura riflessi blu, sono leggermente ricci e lunghi. In silenzio, cerco di indovinare il corpo snello attraverso i vestiti troppo vistosi e di pessima qualità”.

Il primo incontro con Anna Rita è affatto diverso “vicino a lei, vedo seduta una ragazza, nuova nel gruppo. Un bel tipo, un po’ come piace a me. Sta in silenzio a osservare, mangiando lentamente. È l’unica che ha chiesto un piatto d’insalata mista. Non mi ha guardato dall’inizio della serata. Al mio arrivo ci siamo presentati con una rapida stretta di mano. È d’altezza media, minuta, con begli occhi azzurri”.

Nelle prime raffigurazioni, i colori delle due donne appaiono in opposizione: dagli occhi chiari di Anna Rita si passa agli occhi neri di Amina, con i suoi capelli quasi blu e le labbra rosse. Alla diversità fisica si accompagna una differenza di comportamenti e caratteri. Quanto Anna Rita è riservata e discreta, tanto Amina sembra dirompente e quasi invadente. L’Architetto si ritrova immobile nel suo tentativo di scegliere: è attratto da Amina ma non riesce a trasformare la frequentazione amichevole in un rapporto fisico e sentimentale. Il rapporto con Anna Rita invece rappresenta (o meglio dovrebbe rappresentare) la ripresa del processo sottile e doloroso dell’integrazione che l’uomo aveva già iniziato e che credeva ormai di aver concluso. Fra loro si instaura una relazione: i fantasmi del passato, la nostalgia per una relazione mai realmente consumata con Amina impediscono però all’Architetto di godere a pieno di tale unione.

L’Architetto deciderà di interrompere il rapporto per andare incontro ad Amina, lasciando in Anna Rita la sensazione di non essere riuscita a comprendere fino in fondo il compagno.

Il percorso verso Amina si rivela molto più difficile del previsto, la ragazza è praticamente scomparsa e l’uomo viene a sapere per caso che il marito con cui era venuta in Italia è stato ucciso. Raggiunta la sua vecchia abitazione, si trova la coinquilina Fatima. La donna gli mostra la stanza di Amina dove è custodito il suo diario personale, dalle pagine del quaderno, l’Architetto ricostituisce la loro storia d’amore incompiuta e si rende conto dei propri sentimenti per la ragazza. Una tragica notizia impedisce però il lieto fine: il dileguamento di Amina è dovuto ad una malattia gravissima, un tumore al cervello che l’ha ridotto in fin di vita. L’Architetto passa accanto al letto di ospedale della donna momenti importanti ma una mattina riceve dai medici una telefonata in cui è messo al corrente della scomparsa della ragazza.

La città dell'Iran

Molti degli elementi presi in esame nell’analisi del romanzo “La straniera” ricorrono anche nella seconda prova narrativa di Younis Tawfik, “La città dell’Iran”. Come si può notare, nel testo la diversità e l’alterità emergono fin dal titolo dato che riporta ad un discorso già accennato in precedenza riguardante diverse opere migranti non solo italofone. Se il titolo La straniera faceva riferimento ad una condizione generica di alterità e seguendo la narrazione alla protagonista femminile, la città dell’Iran riporta direttamente alla cultura e alla religione islamica. Si tratta infatti di una città immaginaria.

Nell’incipit e nel finale colpisce anche lo stile piuttosto ricercato e arcaico. Espressioni come “mosaico millenario della storia umana” o “argilla dei ricordi” ne sono esempi evidenti. Vengono emulati alcuni autori che fungono da punto di riferimento, in particolare Dante ritorna spesso nei discorsi di Tawfik anche perchè lo scrittore iracheno avrebbe dovuto scrivere la propria tesi di laurea sui rapporti tra la Divina Commedia e la cultura araba. Il poeta fiorentino diventa anche un esempio da seguire per quanto riguarda il rinnovamento del codice linguistico italiano.

Il Profugo

Pubblicato nell’aprile del 2006, il Profugo è l’ultimo romanzo di Younis Tawfik ed è sicuramente il testo maggiormente legato alla memoria dell’Iraq e alla situazione politica irachena degli ultimi trent’anni.

Scrittori migranti in lingua italiana

Oltre a Younis Tawfik, ci sono anche altri scrittori migranti in Italia che utilizzano l’italiano per le proprie produzioni letterarie. Si tratta di Hasan Atiya Al Nassar[8], Tarek Aziz, Fawzi Al Delmi[9] e dei poeti e narratori Mohamed Khalaf e Thea Laitef[10]. Loro hanno incominciato a cimentarsi anche nella poesia. In effetti, la malinconia, l’isolamento che produce l’allontanamento dal proprio territorio, diventa espressione poetica, inizialmente scritta nella lingua d’origine come prima stesura poi tradotta nella nuova lingua acquisita. In effetti scrivere poesie può essere ripagante. Nel 1998 la casa editrice Loggia de’ Lauri di Firenze pubblicava tre volumetti dal titolo Quaderno Balcanico, Quaderno Mediorientale, Quaderno Africano in cui venivano proposti alla lettura del pubblico una serie di poeti, nativi di quelle regioni che si erano cimentati nelle produzione poetica in lingua italiana. Alcuni avevano composto già prima di essere arrivati, altri hanno incominciato a farlo più tardi. È stata una sorpresa scoprire che tanti stranieri usavano la penna per scrivere poesie.

La collana era diretta da una poetessa, Mia Lecomte che vive ed opera a Roma e che da quel momento ha incominciato ad interessarsi attivamente alla scrittura degli stranieri. Si tratta di poesie che oltre alla nostalgia esprimono orgoglio d’appartenenza e spirito di rivendicazione. Le forme sono le più diverse e vanno da quella epistolare all’inno, al corto.

 Il “Quaderno mediorientale I” pubblica poesie di tre poeti iracheni: Fawzi Al Delmi, Hasan Atia Al Nassar, Thea Laitef. Quest”ultimo deceduto in Italia nel 1994. È difficile rintracciare nei versi di questi tre poeti un filo unitario. Non è più presente l’elemento comune del rapporto con il territorio d’origine e del legame con esso. La relazione con il territorio di appartenenza si dissolve in immagini fatte di aria, di sabbia, pioggia, di fiori. Solo in uno di questi tre poeti, Hasan, riemerge l’orgoglio connesso alla disperazione di far parte di una comunità residente in un territorio nel quale sono presenti miseria, dolore e abbandono. Ciò che mi sembra si manifesti in tutti questi poeti è la forte ricercatezza per immagini che ti bruciano ti lacerano la carne come “ogni volta che vedo un fanciullo/ come me randagio/ mi copre la vergogna/ narro ai muri la mia angoscia/ e questa nudità penetra/ come un miraggio/ porta in sè uno spettro/ di carne e di sangue/ che proietta nel cuore mille schegge di vetro.

L’uso dei termini “miraggio” e “proietta” sottolineano la scoperta dell’abbandono del fanciullo, del suo essere randagio che alla sensibilità moderna risulta come qualcosa di opprimente e delittuoso. Tommaso di Francesco che scrive l’introduzione afferma che in Hasan non c’è rancore o rabbia ma capacità di elaborare tutta la rovina dell’esilio. Ciascuno degli autori citati trova nella poesia la propria realizzazione artistica privilegiata. Oltre a Younis Tawfik che come si è detto in Gioventù ha vinto nel suo paese un premio nazionale per la lirica.

Gli altri scrittori che si cimentano anche con la narrativa sono Thea Laitef, autore del già citato lontano da Baghdad, Mohamed Khalaf con alcuni racconti mentre Hasan Atiya Al Nassar ha pubblicato qualche racconto e due saggi. Se autori come Tarik Aziz e Haidar Gazem sono stati pubblicati recentemente in un’antologia di scrittori e poeti migranti, il primo romanzo di un autore iracheno italofono, lontano da Baghdad, risale al 1994 dunque può considerarsi appartenente alla prima fase della letteratura italiana della migrazione. Il testo ha un’importanza fondamentale perchè risulta la prima testimonianza narrativa di un iracheno in europa. La narrazione si colloca a metà fra l’autobiografia e la finzione. Laitef racconta un percorso iniziatico una scoperta del sé e della vita esteriore piena di difficoltà e prove da superare. Il viaggio porta ad una riflessione sulla condizione forzata dell’erranza e dell’esilio.

Lo scrittore iracheno si trova così in piena coincidenza poetica con il grande lirico siriano “Ali Ahmed Said” che spesso si è soffermato sulle analogie del triplice personaggio Gilgamesh-Ulisse-Sindbad inteso come apologia del migrante che unisce tutte le culture del Mediterraneo. Anche il protagonista di “Lontano da Baghdad” ha un destino di migrazione e viaggio insito nel suo essere: lungo le mete toccate dalle sue peregrinazioni (Roma, la Grecia, Cipro) è possibile leggere una rivisitazione dei luoghi più importanti delle principali culture mediterranee. Ben presto nel testo si crea una struttura binaria: da una parte vengono evocati i ricordi di un’infanzia e di un passato mitico in Iraq dall’altra c’è un’analisi attenta e acuta dei mutamenti politici e sociali dell’Italia dei primi anni novanta.

In particolare vengono descritti l’ambiente romano delle lotte sociali, le divisioni politiche all’interno della sinistra extraparlamentare e la sua difficile esistenza dopo la crisi dell’Urss e il crollo del muro di Berlino. Il legame con il paese d’origine rimane tuttavia molto intenso anzi si può affermare che la situazione politica irachena ha trasformato il senso della permanenza in Italia dell’autore che da emigrato diventa esule.

 

[1] Younis Tawfik : nato a Mossul, nel 1957 è un giornalista e scrittore iracheno naturalizzato italiano.

In Iraq ha ottenuto nel 1978 il premio di poesia nazionale, vive in esilio in Italia dal 1979. Nel 1986 ha conseguito la laurea in lettere all’Università di Torino.

Tawfik è docente nell’Università di Genova, dove insegna lingua e letteratura araba. Con il suo romanzo d’esordio La straniera (2000) ha vinto il Grinzane Cavour, il premio Giovanni Commisso, il premio internazionale Ostia, il premio Rhegium Julii, il premio Fenice-Europae il premio Via Po. Da questo romanzo è stato realizzato un film diretto da Marco Turco con lo stesso titolo. Ha scritto anche il romanzo “La sposa ripudiata” (Bompiani 2011 e “La ragazza di Piazza Tahrir”, Barbera editore 2012)

[2] Younis Tawfik , La straniera,  di E.Volknari, Milano, Bompiani,2000,pp 105/110

[3] Tawfik , Y la città di Iran, Milano, Bompiani, 2002, il Mofugo, ivi, 2006.

Le sue liriche « irachene » si possono leggere in traduzione.

Younis Tawfik, Apparizione della drama babilonese, Traduzione di R.Roni Testa, disegni di E.Volterrani, prefazione di G.Conte nota introduttiva di T.Ben  Jelloun, Torino, Angelo Manzoni 1994.

Inoltre lo stesso Tawfik ha pubblicato una raccolta di poesie , direttamente in italiano, dal titolo Nelle mani la luna, nota introduttiva di T.Ben Jelloun, acque fonti di E.Sciavolino,Torino Ananke,2001. Altre liriche sparse si possono leggere in Aa.vv, viaggiare leggendo, a cura di M.Bernini,Gallarate, sistema bibliotecario consortile Antonio Panizzi, 1999.

[4] La straniera , cit.p5

[6] A tale proposito Aa.vv, raccontiarabi,a cura di E.Console, C.Gatermann,S.Villata,introduzione di F.Peirone,Milano,Mondadori, 1989 : Aa.vv.Le storie di Giufà : bilingue arabo-italiano a cura di M.Ciari, Torino ,l’Harmattau-Italia 1996 : Corrao,F,Giufà il furbo, lo sciocco, il saggio, prefazione di L.Sciacia, Milano, Mondadori 1991.

[7] Per una versione originale del testo “Le mille e una notte” , traduzione di F.Gabrieli,Torino,Einaudi 1948, puo’ rivelarsi utile in oltre le mille e una notte, testo stabilito sin manoscritti originali del XIII secolo da R.R Khlavvam, prefazione di G.Mangonelli, tradueione di G.A.Zannino, Milano, Rizzoli, 1989.

[8] Hassan Atiya Al Nassar è nato nel 1954 vicino alla città dell’Iraq. A Baghdad ha pubblicato le sue prime opere di narrativa e di poesia, collaborando come giornalista a varie riviste. Da molti anni in esilio, vive ora a Firenze dove si è laureato  in storia dei paesi islamici presso la Facoltà di lettere e filosofia, attualmente è insegnato in un dottorato di ricerca presso l’istituto universitario orientale di Napoli. È membro della “Lega degli scrittori, Giornalisti e Artisti Democratici Iracheni” per la quale ha pubblicato il volume di racconti in lingua araba. Ha pubblicato la raccolta di poesie dell’esilio (Ed.del centro D.E.A ,Firenze 1991)

[9] Fawzi Al Delmi è nato nel 1950 a Baghdad (Iraq) dove ha compiuto gli studi liceali. Diciannovenne ha pubblicato i suoi primi versi calati nel clima letterario di un periodo che vedeva la poesia in una fase di profonda trasformazione, sempre più libera dai canoni e dai contenuti tradizionali. Sono di quegli anni la maggior parte delle poesie più tardi raccolte nel libro Livva La cum (per te e per voi) dal 1983. Nel 1974 si è trasferito in Italia per completare i suoi studi, diplomandosi nel 1980 in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano ed esponendo poi i suoi lavori in mostre personali in Italia e all’estero. Ha participato all’organizzazione di numerosi convegni e incontre sulla cultura araba e mediterranea e attualmente insegna lingua e cultura araba all’I.S.I.A.O (istituto per l’Africa e l’Oriente) di Milano.  Il suo interesse per la poesia l’ha anche spinto a tradurre in italiano i maggior poeti arabi contemporanei al fine di diffondere una cultura ancora poco nota nei suoi aspetti più attuali, va segnalata a tal proposito la traduzione della raccolta lontano dal primo cielo del poeta iracheno Saadi Yousif.

 [10] Thea Laitef è nato nel 1953 a Samare (Iraq). Nel suo paese ha pubblicato racconti e poesie sui giornali dell’opposizione e ha collaborato ad “Al Karmil” mensile di cultura in lingua araba edito a cipro. Esule in Italia nel 1978 come profugo politico, è vissuto a lungo a Roma dove ha lavorato dal 1983 al 1987 come corrispondente del quotidiano del Kuwait Al Watan, occupandosi di cultura italiana contemporanea. Ha tradotto in arabo il sogno di una cosa di Pier Paolo Pasolini, Diologhi con Lencò e una raccolta di poesie di Cesare Pavese, articoli scelti da letteratura e vita nazionale di Antonio Gransci, una scelta di poesie di Salvatore Quasimodo. In Italia i suoi racconti e poesie sono usciti sulle riviste “Versicolori” “Tracce” “Linea d’ombra”. Ha pubblicato articoli sul quotidiano “Il manifesto” e il Romanzo Lontano da Baghdad (Sensibili alle foglie 1994). Nel 1994 è morto a Roma di un male incurabile.

 

"Nel caso di Tawfik si dovrebbe parlare di scrittore emigrato piuttosto che di migrante divenuto scrittore. La sua produzione letteraria era infatti già cominciata nel paese di origine, l’Iraq, dove aveva vinto anche un importante premio letterario nazionale per la poesia.

La sua esperienza si può dunque accomunare a quelle dell’algerino Amara Lakhous, vincitore nel 2006 del premio Flaiano e del premio Sciascia per il romanzo “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittoria” o dello stesso Gezim Hajdari, già attivo con diverse pubblicazioni in Albania al momento della sua partenza".

 

 

 

 

 

 

 

 

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