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L'ORA DEL MEDITERRANEO

il Giornale dei Popoli del Mediterraneo

 

 

 

 

"Tutte queste città sanno che le tante cose che le dividono, storia, religione, cultura fanno parte comunque di un sistema unitario, di migrazioni, conflitti ed intrecci etnico culturali che fanno del Mediterraneo una unità nella sua grande complessità".

 
 

LA TRAGEDIA DI ALEPPO

di Silvio Bosco

La tragedia di Aleppo si è consumata, e con essa quella della Siria tutta; quanto ne parliamo, quanto ne parleremo, ci chiederemo che cosa accadrà dopo, magari ci interrogheremo sulle responsabilità, accusando gli americani, dicendo che i russi non hanno neanche una bomba intelligente e che il regime di Assad è semplicemente macelleria al potere, ognuno esprimerà le sue convinzioni, difenderà le sue posizioni, le sue convenienze, e i più esperti faranno financo delle analisi.

A me interessa la tragedia.

Si utilizza il termine tragedia per descrivere ciò che accade ad Aleppo ed in Siria, e su questo vorrei brevemente soffermarmi, perchè questa è senz’altro una tragedia e in ogni tragedia ci sono, ovviamente, gli attori, un pubblico e magari, come accadeva nell’antichità, anche un coro.

Nella tragedia di Aleppo, non ci sono dubbi, gli attori protagonisti sono i cittadini di quella nobile città, le loro sofferenze, i loro morti, le distruzioni; essi sono coloro che più si affliggono, che più penano, sono gli indiscussi interpreti di questa tragedia che come tutte le tragedie che si rispettano è causata dall’ennesima follia del potere.

Così Aleppo, i siriani, e noi? che ruolo è il nostro, quale scegliamo o quale si adegua di più a ciò che siamo nel contesto e nella triste narrazione di questa tragedia? Siamo il pubblico, siamo il coro o siamo anche noi gli attori?

Quale maschera è la nostra? forse quella di un pubblico indifferente che dopo aver assistito alla rappresentazione tragica torna a casa tutto contento, felice di poter ricominciare daccapo le proprie abitudini: del resto si tratta di una tragedia come tante altre e poi chissà dove si trova questa Aleppo.

Oppure potremmo accontentarci di essere un pubblico interessato e solidale: solidarietà per i popoli di Aleppo, siamo tutti fratelli ed esseri umani, e magari versare qualche lacrimuccia di fronte alle immagini di un bambino siriano (chi è costui?) morto.

Sarebbe una situazione ideale, perfetta, quella di poter interpretare il ruolo di un pubblico che crede che le disgrazie capitino soltanto all’attore tragico, per poi, al calar del sipario, tornare a farsi i fatti propri con o senza la propria coscienza.

Ma è davvero così, può essere così? Siamo legati a questa tragedia soltanto come distratti spettatori televisivi o tutt’al più come lettori di giornali? Se le cose stanno così, allora possiamo dormire sonni tranquilli, Aleppo non ci riguarda e non verrà a turbare le nostre vite. Ma a volte è la stessa realtà che si incarica di mostrarci tutta la sua complessità e di come noi si possa essere più cose contemporaneamente a meno che non ci si accontenti di pensare che il recinto della propria nazione sia più che sufficiente a spiegare chi siamo e da dove veniamo.

A me è capitato, ad esempio, di parlare con gente dell’Afganistan e di scoprire che il loro credo religiono è l’ismailismo, che esotismo sarà mai questo, mi chiesi, che sarà mai? così mi toccò scoprire che fu lo stesso credo dei Fatimidi di Sicilia il cui impero, ad un certo punto,abbracciò la nostra isola e la città di Aleppo.

Spettatori distratti o tutt’al più interessati? No, e credo che basti fare un viaggio a ritroso ai tempi delle nostre scuole medie inferiori per rendersi conto di che cosa la Siria rapprensenti per noi, per il Mediterraneo e per l’Europa, ovvero un’incredibile speranza di civiltà alla quale siamo legati indissolubilmente nella sua dimensione islamica o pre islamica.

Ed allora, chi siamo? a che titolo possiamo interloquire con l’attore tragico che sulla scena soffre indicibili dolori causati dal destino (ma anche dai bombardieri russi)? Così forte è il nostro legame con quella civiltà per noi popoli mediterranei ed europei da rendere impossibile ed impraticabile qualsiasi indifferenza o superficialità.

Non ci è consentito sfuggire, non ci è consentito sedere comodamente tra le gradinate degli spettatori, dunque, non ci resta che fare un passo avanti in direzione della scena dove la tragedia si compie.

Albert Camus diceva ”Non essere amati è solo sfortuna; non sapere amare è una tragedia.” Possiamo allora essere il coro che mostra amore, compassione, all’attore tragico, che interloquisce con esso da vicino, che non lo abbandona fino all’ultimo, che con lui condivide tutti i dolori e le sofferenze, piangendo le stesse lacrime? Si, certo, possiamo sentirci intimamente legati alle vite, alla storia, alle culture di Aleppo e della Siria tutta, provando tristezza ed angoscia per gli accadimenti presenti come se essi ci appartenessero. E’ così? Certo, una parte di noi muore con l’attore tragico, il quale, però, da solo, sulla scena, compie il suo destino, mentre per il coro, la vita, seppur spezzata, va avanti lasciando al tempo il compito di lenire il dolore, insomma, sarebbe come perdere un caro congiunto.

Non c’è dubbio che questo è il ruolo che possiamo interpretare se guardiamo e consideriamo le vittime civili, le distruzioni, le aggressioni a cui questo popolo è stato soggetto e per quanto ci sforzassimo non potremmo superare la barriera tra noi e l’attore principale ovvero il popolo siriano che muore.

Ma, come in ogni guerra, a morire in Siria non ci sono soltanto le persone, la tragedia di Aleppo è tale anche perchè lì muore la speranza di libertà di tutto un popolo, la tragedia di Aleppo è quella della libertà. Ecco, adesso ogni alibi, ogni tergiversazione smette di esistere perchè da qui, volenti o nolenti, siamo proiettati, insieme ai siriani, sulla scena di questa tragedia come attori a pieno titolo, perchè la libertà che muore ad Aleppo è la stessa che vige o dovrebbe vigere nelle nostre società; non esiste infatti una libertà siriana ed una italiana o di chissà quale altro paese, essa è unica e ad ogni popolo si mostra con gli stessi caratteri e suscita le medesime speranze, le stesse passioni.

Forse farò sorridere gli inguaribili realisti che mi spiegheranno tutte le sottigliezze diplomatiche, ma che importa, a me basta ricordare le parole di Piero Calamandrei che nel suo Discorso del 1955 sulla libertà e sulla Costituzione, spiegava che si è parte di un tutto e che nessuno può sentirsi al sicuro o dare la libertà per scontata una volta per tutte, e che dunque la tragedia del popolo e della libertà della Siria ci riguardano direttamente senza cinici calcoli o facili illusioni, e che la nostra libertà sarà presto o tardi compromessa se non saremo capaci, come dice Calamandrei, di svegliarci alla consapevolezza di essere parte di un tutto, di svegliarci mediterranei ed europei la cui patria geografica e spirituale va ben al di là dei ristretti e mediocri confini di un ognora risorgente nazionalismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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