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L'ORA DEL MEDITERRANEO

il Giornale dei Popoli del Mediterraneo

 

 

 

 

"Tutte queste città sanno che le tante cose che le dividono, storia, religione, cultura fanno parte comunque di un sistema unitario, di migrazioni, conflitti ed intrecci etnico culturali che fanno del Mediterraneo una unità nella sua grande complessità".

 
 

LA VIA DEL FUTURO OVVERO IL CIMITERO DI DOROTHEENSTADT

di Silvio Bosco

Nel finale del film The aviator, il protagonista Howard Hughes alias il bel Leonardo Di Caprio, ripete ossessivamente, in un attacco d’ansia, la frase the way of the future, ovvero la via del futuro; a questo punto la pellicola termina lasciando in sospeso quale questa via del futuro possa essere e trasmettendo allo spettatore lo stato d’ansia dell’attore circa, appunto, il futuro.

E proprio di futuro questo breve articolo vuole occuparsi in riferimento ad un dibattito, sempre più ricorrente, che vorrebbe paragonare i nostri anni, questi anni che stiamo vivendo, agli anni 30 del famigerato XX secolo.

Detto questo, si giustifica, credo, l’utilizzo di questa metafora cinematografica perchè se davvero gli anni 30 si stanno ripetendo, allora, diventa non necessario darsi una risposta e cercare di capire la via del futuro ma addirittura urgente visti i risultati, ben noti, che gli anni 30 del XX secolo produssero.

Ma è davvero così? stiamo davvero rivivendo gli anno 30?

Se io dovessi scegliere un tema tra quelli che fecero gli anni 30, penso che mi orienterei su quello delle differenze, sul modo in cui, cioè, in quegli anni si trattarono le differenze di ogni tipo, ed allora più che di differenze dovremmo parlare dell’esaltazione e dell’estremizzazione delle differenze fino a giungere al parossismo della frattura fra un noi e un loro, fra l’amico e il nemico, siano esse le nazioni, le opinioni politiche o, come allora si credeva, le razze. Ciò condusse da un lato all’insistenza di pochi sul dialogo (anzi pochissimi perchè non va mai dimenticato, ad esempio, che solo 12, o poco più, professori universitari si rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista) e dall’altro, da tanta parte dell’opinione pubblica e dei poteri pubblici, al riconoscimento dell’insanabilità delle differenze, auspicando in tanti casi la loro rimozione: tale era la caricatura delle diversità da renderle inaccettabili e pericolose.

I casi di scuola possono essere facilmente rintracciati nell’Italia, nella Germania, e nella Russia (ma non solo) degli anni 30, ed in tutti questi casi a farne le spese furono prima di tutti le minoranze siano esse politiche, etniche o razziali: già, si comincia sempre con le minoranze (o con i topi della Peste di Albert Camus).

Ci è lecito paragonare quegli accadimenti a quelli di oggi, possono essi ripetersi ai nostri giorni o in un vicino futuro? Be, io direi di no, in primo luogo perchè niente si ripete allo stesso modo, altrimenti tutto sarebbe spaventosamente prevedibile, ed in secondo luogo perchè, come diceva Marx, la storia si ripete sempre due volte, la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa; va detto, però, subito, che la farsa può essere altrettanto pericolosa, se non di più, della tragedia.

Ma si sa, come diceva il grande Totò, far ridere è un mestiere di gran lunga più difficile del far versare qualche lacrimuccia di dolore e difatti per realizzare una farsa il grado di impegno profuso è solitamente maggiore e più travagliato di quello necessario a compiere una grande tragedia; non è un caso, dunque, che Adriano Sofri nel suo articolo sul Foglio, I pacifisti a tripla mandata, parli di un’ Europa sull’orlo di un fascismo creativo, già, perchè di molta creatività, di un grande dispiego di ironia ed intelligenza, si abbisogna per riportare nel nostro continente la peste degli anni 30.

Quanti dubbi, quante complicazioni, come è difficile rintracciare la via del futuro, e quanto è comprensibile l’ansia di Leonardo Di Caprio nel finale del film The aviator; quante domande, chi interrogare? la peste sta ritornando, abbiamo sviluppato sufficienti anticorpi, come individuarne i focolai?

Forse la via del futuro è fatta di tante strade tutte ugualmente percorribili e possibili, ed allora non mi aspetto una risposta ai miei dubbi ma un impegno, una determinazione perchè una certa e non un’altra strada, un’altra via, venga intrapresa.

Forse vale la pena domandare al passato dove tanti dei nostri pensieri ebbero origine, trattenersi nei luoghi di una memoria che perdura e che aspetta di essere interrogata, forse chiedendo ai propri fantasmi è possibile intuire la via del futuro, forse scrutando le loro ansie indovineremo quale strada essi intendono percorrere.

Si trova a Berlino il cimitero di Dorotheenstadt, qui riposano (si fa per dire) illustri personaggi della nostra memoria e della nostra storia, ad esempio Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Johann Gottlieb Fichte, Herbert Marcuse,  Helene Weigel, Bertolt Brecht ed altri; camminando attraverso questo cimitero, rispettosamente ed in silenzio come è costume in tutti i cimiteri, si vive l’impressione di ripercorrere una parte importante della propria storia e del proprio passato, e saltando da memoria a memoria, da logos a logos, obbligato a rendere questo triste omaggio senza il quale la via del futuro rimarrebbe senz’altro oscura, mi venne di soffermarmi accanto alla tomba di Bertolt Brecht pensando che di lui sempre ricordo parole e frasi non sue ma che da lui vennero rielaborate forse per renderle più importanti, forse, attraverso il mestiere della poesia, come monito di una possibile via del futuro, e così le parole originarie del reverendo Martin Niemöller divennero queste famosissime:

"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".

Eh già, come più sopra si accennava, si comincia sempre con le minoranze, quelle, che, in qualche modo (ma diciamolo a bassa voce), se la sono cercata con i loro comportamenti strani o addirittura con il loro irriducibile ed antipatico rifiuto di integrarsi; ma il finale di queste trite e ritrite frasi, purtroppo, non lascia adito a dubbi: alla fine vengono a prendere me. Me? si, proprio noi, bravi cittadini, come la storia degli anni 30 e, platealmente, 40 mostra anche ai ciechi.

La cieca e subdola demonizzazione delle differenze da parte del potere (diffusamente inteso) non ha come obiettivo primario le minoranze che in quanto tali vivono solitamente, già, in uno stato di, più o meno relativa, debolezza, ma noi, i diritti della maggioranza delle persone, l’indebolimento e poi lo scardinamento, con un pò di consenso, dello Stato di diritto e delle nostre garanzie: parlare di una riproposizione degli anni 30 è parlare di questo e di che altro sennò.

Allora! assomigliano o no questi nostri anni agli anni 30?!

Be, si sa che davanti la tomba di un poeta un pò ci si sente tali ed allora, sicuro che Bertold Brecht non potesse udirmi, ho provato a parafrasare la poesia immaginando una via del futuro, una possibile via tra le tante, qui fra tombe e poeti.

E così mi venne da pensare ad un futuro già compiuto dicendo che prima lasciammo annegare a migliaia gli africani ma rimasi indifferente perchè tanto si sa, essi hanno sempre meno diritti di noi; poi lasciammo nella discriminazione e nella disperazione gli arabi che fuggivano dalle guerre ma voltai loro le spalle perchè, si sa, essi sono così diversi da noi; poi rifiutammo coloro che bussavano alle nostre porte in cerca di un futuro migliore e fui d’accordo perchè non possiamo accogliere tutti e si sa, fra di loro certamente si nasconde qualche terrorista. Infine vennero a prendere me ma non c’era rimasto nessuno a protestare, ed anche questo lo si sapeva.

Ma è solo una mediocre poesia immaginata fra lapidi e lumini, e già del cimitero è l’ora di chiusura e se ci penso che paura, meglio affrettarsi all’uscita dunque, meglio quindi correr via, lasciar questi pensieri per non restarvi intrappolati e lasciare i morti in pace, non prima però di avervi seppellito le mie parole or ora immaginate.

 

 

 

 

 

 

 

 

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