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L'ORA DEL MEDITERRANEO

il Giornale dei Popoli del Mediterraneo

 

 

 

 

"Tutte queste città sanno che le tante cose che le dividono, storia, religione, cultura fanno parte comunque di un sistema unitario, di migrazioni, conflitti ed intrecci etnico culturali che fanno del Mediterraneo una unità nella sua grande complessità".

 
 

PANDATARIA

di Silvio Bosco

Cito e traduco, mi auguro non troppo sommariamente, dall’interessante libro di Henry Kissinger intitolato “World Order”:

“ L’obiettivo finale non può essere niente di meno della creazione di una brillante civilizzazione islamica. Tutte le parti della Umma islamica, nella forma di differenti Stati e paesi, dovrebbero raggiungere quelle posizioni di civiltà che sono state specificate nel santo Corano...Attraverso la fede religiosa, la conoscenza, l’etica e una costante lotta, la civilizzazione islamica può regalare alla Umma e all’intera umanità pensieri avanzati e nobili codici di comportamento, ed essa può essere il punto di liberazione dalle visioni oppressive e materialistiche e dai corrotti codici di comportamento che formano oggi i pilastri della civiltà occidentale”.

Queste sono le parole pronunciate nella primavera del 2013 dall’Ayatollah Ali Khamenei, leader supremo della Repubblica Islamica iraniana, purtroppo ben nota fra le organizzazioni che lottano per i diritti umani, per i diritti delle donne e che si battono per l’abolizione della pena di morte.

 Dall’altro lato del mondo, in uno di quei pilastri della civiltà occidentale (per usare le parole di Khamenei), almeno dalla fine della II Guerra Mondiale fino ad oggi, nella Repubblica Federale tedesca, si ascoltano, ufficialmente confermate, le seguenti affermazioni (cito e traduco dalla Reuters del primo maggio 2016):

“ L’Islam è a noi straniero e per questa ragione non può invocare il principio di libertà religiosa allo stesso livello del Cristianesimo”, ed ancora, “ L’Islam non è parte della Germania”.

Queste le parole pronunciate al congresso di aprile di quest’anno ed inserite nel Manifesto del nuovo partito tedesco Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania) il quale ha già ottenuto brillanti risultati nelle ultime elezioni europee, in quelle regionali e che i sondaggi accreditano intorno al 15% dei consensi alle prossime elezioni politiche generali.

 L’Iran di Khamenei e l’AfD sono oggi sulla cresta dell’onda, possono già vantare notevoli affermazioni ed altre ancora certamente ne verranno; di essi si parla tantissimo, hanno molti supporti, ammiratori, amici, e certamente molte fonti di guadagno. Essi sono indispensabili, l’Iran per la stabilità del Medio Oriente (e non solo), l’ AfD, nel prossimo futuro verosimilmente, per quella della Germania. Essi sono ascoltati, possono parlare a milioni di persone, possono comunicare con estrema facilità le loro idee, le loro posizioni, comprese quelle sopra riportate che qualora trovassero applicazione ci condannerebbero a radicali divisioni e a una perenne conflittualità più o meno armata.

Insomma, Iran e AfD appaiono trionfanti e vigorosi per i successi già ottenuti e per quelli che verranno, per le loro sempre crescenti ricchezze, per il luccichio del loro oro, della loro santità (credo solo per Khamenei) e del loro perbenismo, ma soprattutto per essersi risolutamente posti nella direzione che il corso degli eventi sta già prendendo.

Ma c’è un’altra storia. Una storia e una speranza diverse da quelle sopra riportate, anzi per meglio dire, una storia alternativa in ogni rispetto.

Essa è una storia di perifericità, di marginalità, di solitudine, di sofferenze e di anticonformismo o addirittura di pura follia.

E’ la storia mediterranea di Ventotene, l’antica Pandataria dei greci, insignificante isolotto dell’ Arcipelago delle Isole Ponziane in provincia di Latina, nel Mar Tirreno, composto da due isole (Ventotene, propriamente detta e Santo Stefano) le quali hanno in comune l’essere state entrambe per gran parte della loro storia un carcere.

La storia carceraria di Ventotene è antica quanto illustre, essa comincia con la figlia ribelle di Ottaviano Augusto, Giulia, considerata la prima femminista della storia, che stanca dei maneggi del padre sulla propria e altrui vita, si dice che abbia assunto comportamenti poco consoni, da un punto di vista morale e politico, con quanto il padre stesso raccomandava ed imponeva fino a costringerlo ad inviarla al confino di Ventotene.

A Giulia seguirono Agrippina, moglie di Germanico, esiliata a Ventotene dall’imperatore Tiberio, da questi considerata “arrogante di linguaggio e superba”, la povera Ottavia, ingiustamente ripudiata ed accusata di adulterio dal marito Nerone, e Flavia Domitilla, nipote di Vespasiano e parente dell’Imperatore Domiziano il quale la confinò a Ventotene per aver abbracciato la fede cristiana (secondo altre fonti, la giudaica).

La storia carceraria di Ventotene subisce una svolta ed accelerazione drammatiche nel 1795 quando il Re Ferdinando IV di Borbone fece costruire a Santo Stefano una vero edificio carcerario con tanto di celle e guardiani, ma molto speciale, molto diverso dal normale perchè “nell’intento di rieducare i deviati imponeva il controllo di una sola mente su quella di tutti gli altri utilizzando all’uopo una nuova struttura architettonica: il Panopticon, ovvero che tutto osserva”. L’idea venne in mente al brillante filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham il quale era convinto che se i condannati si fossero sentiti costantemente controllati ed osservati, avrebbero ben presto modificato i loro comportamenti accettando di buon grado le regole imposte; l’efficacia del Panopticon dipendeva, inoltre, dall’incertezza da parte dei carcerati di essere osservati o meno, in un determinato momento, dal guardiano, il quale, sulla base della struttura ideata da Bentham, di un edificio circolare che ospitava le celle ed al centro una torre dove stazionava il controllore, avrebbe potuto osservare senza essere visibile.

Il progetto e la realizzione del carcere furono affidati dal futuro Ferdinando I delle Due Sicilie al maggiore del Genio Antonio Winspeare a all’architetto Francesco Carpi che applicarono efficacemente i principi “illuministici” del filosofo inglese.

All’inizio a Santo Stefano furono deportati soltanto criminali comuni ma ben presto, vista la situazione storica, anche i dissidenti politici ne divennero ospiti, ad esempio, quelli dei moti del 1799 a Napoli e del 1848 ( fra cui val la pena ricordare Luigi Settembrini e Silvio Spaventa).

L’avvento del Regno d’Italia fu salutato a Santo Stefano con una rivolta che condusse ad una straordianria proclamazione da parte dei carcerati rivoltosi di una repubblica indipendente con tanto di statuto e cariche istituzionali; ma l’esperimento durò ben poco perchè nel frattempo le truppe sabaude decisero di porvi fine e di ristabilire il carcere per criminali comuni e speciali fra cui va senz’altro ricordato l’anarchico Gaetano Bresci l’uccisore del Re Umberto I, il quale ufficialmente si impiccò nella sua cella ma che secondo altre teorie fu impiccato dai secondini ed il cadavere nascosto.

E così arriviamo al ventennio fascista che fece di Santo Stefano e di Ventotene tutta il luogo o uno dei luoghi privilegiati attraverso cui liberarsi di personaggi e pensieri dissidenti. La lista è lunga e qui non possiamo che citare i principali fra cui Sandro Pertini, Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Riccardo Bauer, Giuseppe di Vittorio e tanti altri.

Ma dovendo pur ad un certo punto riallacciarmi all’inizio di questo articolo quando ho citato l’Ayatollah Ali Khamenei e il “nuovo” partito tedesco Alternative für Deutschland , mi soffermerò soltanto su tre ospiti della Ventotene fascista, oggi più vivi che mai, oggi più inattuali che mai.

Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, provenienti da estrazioni politiche diverse finirono a Ventotene per la loro attività dissidente verso il Regime fascista e proprio a Ventotene realizzarono la loro opera più importante intitolata per l’appunto “Il Manifesto di Ventotene” in cui confluirono le speranze federaliste per un’”Europa libera e unita”, in cui prese corpo l’idea rivoluzionaria degli Stati Uniti d’Europa; esso fu redatto nell’estate del 1941 quando in Europa il corso degli eventi sembrava pendere da tutt’altro lato rispetto a quello invocato dal Manifesto, con i regimi fascisti e nazisti ancora tutt’altro che perdenti e l’intera Europa celebrando nel sangue il proprio furore nazionalista e tribale.

Il Manifesto fu scritto sulla carta delle sigarette, fatto uscire clandestinamente dall’isola, in molti casi incontrò l’ostilità non soltanto dei fascismi ma anche di altri partiti politici, di sinistra come di destra.

Il Manifesto è un’altra storia scritta nell’oppressione, nella povertà, nella solitudine e con pochi consensi; e per questo apparve una pazzia, opera di pazzi che credettero, confinati in un carcere sperduto del Mar Tirreno, di poter unire tutti i popoli europei con la forza delle idee, con la ricchezza delle diversità e nella libertà mentre nel cuore dell’Europa accadeva esattamente l’opposto.

Oggi la costruzione dell’edificio europeo traballa ancora una volta sotto i colpi dei nazionalismi e di coloro che escludono le diversità, ma lo spirito di Ventotene è intatto come non mai, anzi risalta ancora di più quando esso è così apertamente sfidato e minacciato perchè esso è, crocianamente, lo spirito della libertà che si dispiega nelle diversità, che si rafforza nell’oppressione, nella povertà e nei momentanei fallimenti. Lo spirito di Ventotene sfugge a qualsiasi prevedibilità, a qualsiasi controllo, sfugge anche al Panopticon che vedeva tutto fuorchè l’essenziale e ci piace pensare che esso sfuggirà anche alle sicurezze e alle ricchezze dell’Ayatollah Ali Khamenei, che per raggiungere il suo fine di “una brillante civiltà islamica” non si cura dei mezzi usati per ottenerlo ovvero la sistematica violazione dei diritti umani dei propri cittadini, la persecuzione dei diritti delle donne e l’applicazione ai minorenni della pena di morte; lo spirito di Ventotene sfuggirà anche alle affermazioni banali (forse Hannah Arendt avrebbe qualcosa da dire su questa banalità del male) di Alternative für Deutschland che affermando in maniera così perentoria che “L’Islam non è parte della Gemania” rischia di essere dimentica delle cose della Storia, della cultura e financo del buon gusto.

Lo spirito di Ventotene è davvero un’altra storia che in nulla si mischia con la prepotenza e le fortune del potere, qualsiasi sia la sua coloritura religiosa, o con la supponenza dei “nuovi” populismi e nazionalismi europei; lo spirito di Ventotene sta con gli ultimi, con i carcerati, con le minoranze oppresse e con i popoli vittime dei nazionalismi economici, politici e morali. Lo spirito di Ventotene è come l’amore di Lacan, sta nel suo nome perchè esso è lo spirito di Pandataria, “di colei che dona più di ogni cosa”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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