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L'ORA DEL MEDITERRANEO

il Giornale dei Popoli del Mediterraneo

 

 

 

 

"Tutte queste città sanno che le tante cose che le dividono, storia, religione, cultura fanno parte comunque di un sistema unitario, di migrazioni, conflitti ed intrecci etnico culturali che fanno del Mediterraneo una unità nella sua grande complessità".

 
 

VIVA PALERMO E SANTA ROSALIA

di Silvio Bosco

“E chi semu muti? Viva viva Santa Rusulia!”

A Palermo questo è il mese del Festino e della Processione in onore della Santa patrona, Rosalia;  si festeggia a Palermo il Festino, festa palermitana per eccellenza, barocca e popolare!

E come ogni palermitano sa, il 14 luglio c’è la Processione, evento simbolico, inquietante e liberatorio allo stesso tempo; è la festa della gioia, della gioia di vivere per una vita, per quanto possibile, senza paura, almeno per una notte. E in una festa della gioia non possono mancare, come chi è cresciuto a Palermo sa bene, le luci, i colori, i rumori, anzi i botti, ed ovviamente i sapori della panoplia del gusto palermitano la quale si fregia dell’alloro dell’indiscussa invincibilità.

Ma la Processione del 14 luglio è anche e soprattutto un pellegrinaggio attraverso la città, quasi un rito iniziatico fatto di simboli, arte e storia. E’ il giorno di Palermo, della Palermo dalle lunghe vie, del suo centro storico e dei suoi monumenti che nonostante tutte le avversità ancora si stagliano nel contesto cittadino, anzi nel suo cuore, come stazioni illuminate di una Via Crucis della bellezza, delle esortazioni e di un passato che è presente, di una storia che si fa costantemente anche attraverso il Festino che quella storia riporta alla coscienza dei palermitani magari soltanto per una notte.

Già, nella processione del 14 luglio Palermo apre gli occhi dentro se stessa e guarda ciò che è, ciò che ha: lo stile Arabo Normanno (o semplicemente siciliano), le suggestioni bizantine (o romano-orientali), l’antichità fenicia, il linguaggio europeo. Così, il 14 luglio il palermitano, in un certo qual modo, diventa pellegrino nella propria città procedendo di stazione in stazione in compagnia della sua Santa Rosalia attraverso il Palazzo Reale, la Cattedrale, il Teatro del Sole ed il Cassaro, giungendo infine, al di là della Porta Felice, al suo mare, a quel Mar Mediterraneo, celebrato con luci e fuochi d’artificio quale vera ed inesauribile fonte della sua identità, quale vera ed originale fonte di tutti i suoi stili, delle sue storie, della sua nobiltà e della sua ignominia.

 E poi c’è la peste. A Palermo, durante il Festino, da 392 anni si celebra la liberazione dalla peste.

Seguendo le prescrizioni della santuzza, a Palermo si sconfigge il virus della peste portando i resti di Rosalia in processione per la città e cantando il Te Deum Laudamus.

Da 392 anni il palermitano ostinatamente crede che attraverso una processione, delle reliquie ed un inno religioso è possibile sconfiggere il male.

Da 392 anni, questa Palermo, da tempo ormai non più “Felicissima”, crede che questo rito vada ripetuto per scongiurare il ritorno della peste e del male.

Escludendo che Palermo soffra di personalità ossessivo compulsiva e di manie di persecusione, la spiegazione di una tale ostinazione è che la peste che si vuol combattere non è più quella del XVII secolo ma di ben altra natura.

Il Festino e la Processione sono infatti un evento eminentemente cittadino che si svolge nel cuore istituzionale, amministrativo e politico (da polis) della città, esso è un evento che coinvolge le massime autorità della città, quelle che la rappresentano, ed allora, la peste contro cui costantemente bisogna vigilare e combattere è il male della città, quello stesso male per preservarsi dal quale il nostro Benedetto Croce, il laico Benedetto Croce, esortava l’Assemblea Costituente nel 1947 “a elevare un implorazione allo Spirito Santo con le parole dell’inno sublime Veni creator Spiritus” per segnare l’importanza del momento, per curare la “città” dai mali del recente passato nazista e fascista; è quello stesso male contro il quale il dottor Rieux della Peste di Albert Camus invitava le autorità a restare vigilanti contro un possibile ritorno della peste i cui bacilli, diceva, potevano restare inerti per anni prima di colpire ancora.

Ed essi sono tornati a colpire, i topi sono tornati a morire in gran numero nel Rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni secondo il quale nella sola prima metà del 2016 quasi tremila migranti sono già morti tentando di raggiungere l’Europa, o nello studio di Reporters Without Borders che segna un quasi generale decadimento della libertà di espressione, e quindi dell’einaudiano conoscere per deliberare, in Europa, nei colpi di stato riusciti e mancati in Turchia, nello stato di emergenza in Francia, nell’istituzione di democrazie illiberali o come il leader polacco Kaczyński ama chiamarle, di democrazie reali (dal socialismo alla democrazia reale la sostanza autoritaria non cambia) in Polonia ed in Ungheria, nello crisi dello Stato di diritto in Italia di cui la situazione carceraria e lo stato della giustizia, innumerevoli volte condannati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, non ne sono che i lati più evidenti ed inquietanti, nella crisi dell’edificio europeista, nelle bugie di Tony Blair sulla II Guerra del Golfo, nella catastrofe siriana, nell’aggressività russa, nella risorgenza dei nazionalismi e dei fanatismi religiosi.

Ovviamente potrei continuare, la lista è ancora lunga e ogni giorno si fa sempre più fitta e dettagliata; essa è la nuova peste che va crescendo in Europa e nel Mediterraneo, è la peste contro le nostre libertà, lo Stato di diritto, le diversità, il diffondersi delle culture, delle differenze, della conoscenza, essa è la peste preconizzata da Alexis de Tocqueville quando diceva “each nation is no more than a flock of timid and hardworking animals with the government as its shepherd”.

 Potrà salvarci Santa Rosalia da questa peste? Sarà sufficiente portare la santuzza lungo le vie della città per scongiurare la peste?

La Processione del 14 luglio termina al mare, dopo una lunga cavalcata attraverso le sue vie principali, la città festeggia la fine della peste proprio laddove essa ebbe inizio e proprio laddove la città celebra la sua nascita ideale e le sue identità.

Così, mi piace pensare che questa bella Santa Rosalia che sul suo nobile carro gira per la città salutata da urla, fiori e canti non sia altro che la stessa Palermo che celebra se stessa ripercorrendo idealmente tutte le sue identità, tutti i suoi strati di complessità siano essi europei o mediterranei, orientali od occidentali per tuffarsi, nello sfolgorio dei fuochi d’artificio, in quel Mar Mediterraneo che di tutte quelle identità è madre e principio.

Questa capacità di essere tante cose pur restando riconoscibile, questa incredibile ricchezza della complessità di Palermo che è tipica di tanta parte della storia mediterranea, la libertà di lasciarsi sedurre dalle diversità, di scegliere tra differenti percorsi culturali ed umani accettandone le sfide ed i problemi sono i più sicuri rimedi contro la risorgente peste dell’intolleranza e dell’ignoranza contro cui la santuzza compirà, speriamo, un nuovo miracolo per salvare le nostre culture e la nostra libertà.

 

 

 

 

 

 

 

 

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