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L'ORA DEL MEDITERRANEO

il Giornale dei Popoli del Mediterraneo

 

 

 

 

"Tutte queste città sanno che le tante cose che le dividono, storia, religione, cultura fanno parte comunque di un sistema unitario, di migrazioni, conflitti ed intrecci etnico culturali che fanno del Mediterraneo una unità nella sua grande complessità".

 
 

SPES CONTRA SPEM

di Silvio Bosco

Sempre il mare, uomo libero, amerai!

Charles Baudelaire

 Questi sono tempi duri, non passa giorno senza ascoltare cattive notizie sul fronte della convivenza fra i popoli, delle culture e del fenomeno migratorio. Da un lato all’altro dell’Europa (ma non solo) è tutto un “fiorire” di muri, annunciati, costruiti, ritirati, di barriere, di fili spinati, di chiusura delle frontiere, ma anche di divieti, financo su cosa indossare (o non indossare) in spaggia, e di emergenze, emergenze che giustificano sacrifici, rinuncie, emergenze che creano altre emergence; insomma, sembra che in tanta parte degli Stati europei le scelta della “governance” si basi sempre di più sulla paura, sulla nostra paura.

E, diciamocelo sinceramente, sono tempi duri anche per quella cultura laica e liberale che a quelle paure dovrebbe sforzarsi di dare risposte ragionevoli e magari anche (lo possiamo ancora dire?) impopolari, e non perchè ad essa manchino gli strumenti e la storia di grandi intellettualità o di grandi passioni ma perchè chi (e mi riferisco alle personalità e agli Stati) quella storia dovrebbe incarnare e far crescere sembra andare nella direzione opposta, cioè, ancora una volta, della paura, lasciando chi crede in altro un pò depresso e disperato.

Ci fu un tempo, infatti, in cui si poteva con fiducia guardare verso Parigi e Londra come i punti di riferimento ideali ma anche come le speranze concrete, realizzate, di una idea di cultura e di convivenza fondate sulle libertà e gli ideali umanistici; ma sembra che qualcosa stia cambiando e che anche queste “speranze” siano destinate a deluderci, anzi già lo stanno facendo perchè Parigi è diventata la terra dello stato di emergenza a tal punto da far dire al nuovo Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Parigi che le miracolistiche leggi emergenziali “potrebbero far scivolare la Francia verso la dittatura nel giro di una settimana”, e Londra non sta molto meglio perchè i cittadini di questo paese nel giro di pochi anni hanno avallato importantissime decisioni, per se stessi e per altri popoli, basandosi su menzogne espresse senza vergogna dalle loro classi dirigenti, la prima fu quella di Tony Blair che scatenò la II Guerra del Golfo, e la seconda sull’immigrazione, ampiamente utilizzata dai sostenitori del cosiddetto “Brexit”.

Bè, verrebbe proprio voglia di buttare tutto all’aria e di curarsi solo del proprio orticello e dei propri studi; del resto che altro si potrebbe fare quando i tuoi riferimenti ideali, le tue speranze ti deludono ed abbandonano in maniera così eclatante?

 Ma riprendiamoci i nostri Gobetti, Rosselli, e Croce e cerchiamo di dare una risposta.

 Laicamente, o se volete, con il capo cosparso di cenere, ho intitolato questo scritto “Spes contra spem” che come forse si sa è ciò che San Paolo scrisse nella Lettera ai Romani a proposito del povero Abramo che continuò ad avere fede nella promessa di Dio di diventare “padre di una moltitudine di popoli” nonostante tutte le speranze fossero contro di lui perchè la terra apparteneva ai Cananei e sua moglie Sara era sterile, ma, appunto, lui continuò a credere e ad avere (od essere) speranza contro ogni speranza: spes contra spem.

Dunque, in questo mare posseduto ormai dai Cananei dell’intolleranza e della paura e dalla sterilità delle correnti culturali dominanti, dove trovare le ragioni di una speranza contro ogni speranza? Dove trovare oggi il nostro Abramo che nonostante tutte le evidenze e la “realtà dei fatti” continui a credere alla promessa che gli è stata fatta, dove trovare oggi, cioè, la speranza che la convivenza fra diversi non solo  è possibile ma anche auspicabile?

La fede, come è noto, segue vie imprescrutabili ma la mia molto più modestamente e laicamente comincia a Rio de Janeiro dove ancora oggi è possibile visitare la chiesa di “Nossa Senhora da Lampadosa” costruita nel XVIII secolo da confraternite di schiavi i quali a quanto pare passavano dall’isola pelagia nel loro triste viaggio dall’Africa verso il Brasile convertendosi nel frattempo al culto locale della Madonna di Lampedusa; ciò testimonierebbe la relazione della nostra Lampedusa con il commercio degli schiavi già in epoche remote e farebbe di essa, ancora una volta, un luogo privilegiato, oggi come ieri, dei dannati della terra.

Molto più vicino a noi sta il Santuario di Nostra Signora di Lampedusa presso il comune ligure di Castellara, fatto costruire nel XVII secolo dal ligure Andrea Anfossi, una figura tra il leggendario (ma che importa, perchè come diceva il Pitrè: “Questa oscurità che pare un difetto è la vera ragione per cui un canto diviene popolare”) e lo storico fortemente legata, però, alla storia, ancora una volta, della nostra Lampedusa.

Catturato dai pirati barbareschi che a quel tempo infestavano il Mediterraneo occidentale, venne deportato a Tunisi; qualche tempo dopo, si racconta, mentre i suoi carcerieri su una galera facevano sosta a Lampedusa per rifornirsi d’acqua e legna, riesce a fuggire e a nascondersi sull’isola dove rimarrà per diversi anni facendo il pastore ed occupandosi, forse in qualità di eremita, del Santuario della Madonna di Lampedusa, fino a quando non decide di ritornare alla sua Castellaro, in Liguria. A quei tempi, però, non esistavono navi dotate di radar che potessero localizzare le barche dei rifugiati e dei migranti od organizzazioni umanitarie che si curassero di loro, quindi l’unico modo di ritornare a casa era di fare un voto alla Madonna, ovviamente quella di Lampedusa, di costruirle un santuario se fosse riuscito a ritornare ai patrii lidi. E così fu.

Ricavando una zattera da un tronco e utilizzando la tela della Madonna di Lampedusa come vela, si mise in viaggio raggiugendo miracolosamente le coste liguri e fondando ivi il Santuario di Castellara dove ancora è esposta la tela della Madonna di Lampedusa, ipoteticamente la stessa usata dal nostro Anfossi.

Proprio questa tela deve adesso attirare la nostra attenzione.

In essa è raffigurata Maria con il Bambino ma anche Santa Caterina, presumibilmente da Alessandria d’Egitto, la stessa per la quale l’Imperatore romano orientale Giustiniano fece costruire nel VI secolo, alle pendici del Monte Sinai (quello di Mosè), il monastero cristiano più antico ancora esistente. La particolarità di questo monastero è che nel VII secolo divenne un luogo sacro anche per i musulmani perchè, si racconta, che lo stesso Maometto vi si fosse nascosto in cerca di protezione dai suoi nemici.

Nello stesso torno di tempo appare probabile che sia stato fondato il Santuario della Madonna di Lampedusa il quale possedeva la stessa particolarità del Monastero di Santa Caterina di Alessandria, l’essere cioè un luogo di preghiera per i musulmani ed i cristiani che si dividevano le due parti da cui era costituito il Santuario e che nella figura di Maria trovavano una comune sintesi perchè venerata da entrambe le religioni.

Questa è la nostra Lampedusa.

Isola di epici scontri cavallereschi come quello fra i paladini di Carlo Magno ed i grandi guerrieri musulmani cantato da Ariosto (e che alluderebbe ad un più antico scontro fra bizantini e musulmani), approdo sicuro e libero per tutti i naviganti, isola di pirati come i Barbarossa, Ucciali (di origini calabresi) e Dragutt, di grandi naufragi come quello che nel 1551 vide protagonista la flotta dell’Imperatore Carlo V comandata da Andrea Doria, e, oggi come ieri, isola di bottini e riscatti, di schiavi e rinnegati in cerca di libertà e di una vita migliore.

Questa è la nostra Lampedusa, questa è la nostra “speranza contro tutte le speranze” che dal suo passato ci indica una via possibile, semplice, realistica, di vita e di convivenza fra diversi, se non fra opposti, contro tutti i soloni e chierici delle incolmabili differenze e delle culture nazionali da difendere contro gli invasori.

Questa è, infine, la nostra Lampedusa che mi piace pensare accogliesse tutti i naviganti con le immaginate[1] parole dell’eremita del Santuario di Maria: “L’avventura è un mestiere per vivere che non ha nè patria nè religione, essa non bada nè alle persone nè alla nazionalità nè alle credenze”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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