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L'ORA DEL MEDITERRANEO

il Giornale dei Popoli del Mediterraneo

 

 

 

 

"Tutte queste città sanno che le tante cose che le dividono, storia, religione, cultura fanno parte comunque di un sistema unitario, di migrazioni, conflitti ed intrecci etnico culturali che fanno del Mediterraneo una unità nella sua grande complessità".

 
 

LA STORIA SICILIANA DI LUZ LONG E JESSE OWENS

di Silvio Bosco

Sai cos’è la nostra vita? La tua e la mia? Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì e stiamo sognando.
(Leonardo Sciascia)

Non poteva che finire in Sicilia, questa storia, ho l’impressione, che non potesse non finire in Sicilia.
Certo, si tratta solo di una sensazione, di un’opinione, forse sorta tra le mie idee di siciliano che vive in Germania, all’estero (mi chiedo, esiste un “estero” per un siciliano?) e dunque più entusiasta del normale nel cercare di definire una propria “sicilianità” e quindi una propria identità.
Già una identità, parola molto in voga oggi, molto usata in questo tempo di crisi, di incertezze, di paure; soprattutto in Europa, ma non solo, la parola identità va assumendo un ruolo chiave proprio come risposta, rimedio, alle paure, alle incertezze, alla crisi. L’identità è allora il luogo della sicurezza dove le cose sono in un certo modo e vanno in un certo modo e non in un altro, l’identità è la linea retta, continua, delle tradizioni, di ciò che è giusto ed anche dei buoni sapori di una volta; l’identità è un “noi” che non è un “loro” anche quando siamo accoglienti e tolleranti, anche quando ci diciamo di non aver più nulla da spartire con il razzismo o la discriminazione, ma ad ogni modo, l’identità non ammette confusioni perchè l’identità, così intesa, raramente fa i conti con la complessità e molteplicità delle proprie radici, della propria storia, di una qualsiasi storia, anche di questa, oggetto e pretesto di questo breve articolo.
Questa è una piccola storia di persone di cui mi piace apprezzare soprattutto la loro individualità che spicca e dura in un contesto di eventi sportivi, politici e militari molto più grandi di loro, addirittura di portata mondiale, che facilmente avrebbe potuto travolgerne proprio quell’individualità sommergendola nel conformismo delle idenitità.
Invece le cose andarono diversamente perchè gli uomini di questa storia, le vite di questa storia, quelle realmente vissute, diedero corpo, così mostrandolo a tutti, ad un’idea di identità molteplice e complessa, spesso tragica e certamente con poche sicurezze da sbandierare se non quella della propria umanità che mantennero pur essendo state le loro vite travolte da avvenimenti ed episodi contrastanti, contraddittori e spesso insani, pagandone, ma anche vincendone, il prezzo.
E, allora, ripetendomi, questa storia, o almeno parte di essa, non poteva finire che in Sicilia e più specificatamente non poteva finire che alle pendici dell’Etna, mi piace pensare, simbolicamente, in una appassionata ricerca di unità empedoclea o di puro e semplice rifiuto di ogni tirannide.
Una storia “siciliana”, “mediterranea”, dunque? Non saranno forse le parole di Leonardo Sciascia, “Sai cos’è la nostra vita? La tua e la mia? Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì e stiamo sognando” o quelle di Giuseppe Tornatore, “Io amo pensare alla Sicilia come un luogo dove puoi trovare qualunque tipo di contraddizioni”, adatte alle storie di Jesse Owens e Luz (Carl Ludwig) Long, soprattutto di quest’ultimo i cui resti riposano nel Cimitero militare germanico di Motta Sant’Anastasia in provincia di Catania?
Certo, avverto il rischio di scadere nel più becero stereotipo della Sicilia come luogo dei contrasti per eccellenza, dove niente è mai definito una volta per tutte, dove luci ed ombre son fatte della stessa natura; della Sicilia come cerniera tra oriente ed occidente, tra nord e sud, essendo tutte queste cose al medesimo tempo: insomma, il tipico autocompiacimento gattopardesco sulla presunta “divinità” dei siciliani.
Ma tant’è, ne correrò il rischio, consapevole che già lo stesso atto dello scrivere è un autocompiacersi, cercherò di mostrare qual è il lato “siciliano” di questa storia.
Ma prima, qualche informazione.
Le vicende che portarono alla notorietà Luz Long (Carl Ludwig) e Jesse Owens sono, credo, più o meno universalmente conosciute per i fatti avvenuti durante le Olimpiadi berlinesi del 1936 nel pieno sviluppo del nazionalsocialismo in Germania.
La sfida nella gara del salto in lungo fra il nero americano dell’Alabama e il biondo tedesco di Lipsia assunse un carattere altamente simbolico in un Olimpiade organizzata dal regime nazista le cui teorie razziali poco si acconciavano con lo spirito olimpico del de Coubertin; i due atleti rappresentavano due mondi completamente differenti, Jesse era nato ad Oakville, in Alabama, il 12 settembre 1913 e conobbe miseria, povertà e discrminazione razziale; Carl Ludwig Long, detto Luz, al contrario nacque a Lipsia, in Germania il 27 aprile 1913 da una famiglia borghese e studiò legge nella locale università.
Entrambi si dedicarono all’atletica e il loro successo li portò a rivaleggiare per la medaglia d’oro olimpica nella gara del salto in lungo, appunto, alle Olimpiadi berlinesi del 1936;ovviamente quella sfida, per il contesto nel quale si svolgeva, assunse un carattere altamente simbolico: il biondo ariano Luz contro il nero discendente di schiavi dell’Alabama.
Alla fine Owens ebbe la meglio ma in un contesto di sportività e di amicizia che rese quell’ evento memorabile perchè fu proprio Luz che con i suoi consigli permise ad Owens di qualificarsi alla finale e fu sempre lui il primo a congratularsi con Jesse per la medaglia d’oro conquistata, tutto cià avvenendo sotto gli occhi di un giubilante pubblico berlinese. In seguito i due atleti divennero amici e mantennero i contatti nonostante la guerra fino alla morte di Luz avvenuta proprio durante la Seconda Guerra Mondiale.
Infatti, nel frattempo, Luz Long era stato arruolato nella LuftWaffe e spedito in Sicilia a combattere contro gli anglo-americani che, intanto, sull’isola erano sbarcati.
Luz combattè nel luglio 1943 insiame ad altri soldati tedeschi ed italiani nella difesa dell’ Aeroporto militare di Biscari Santo Pietro nei pressi di Caltagirone in provincia di Catania; secondo alcune fonti, l’atleta tedesco fu ferito durante i combattimenti e portato all’ospedate militare inglese di San Pietro Clarenza in provincia di Catania, alle pendici dell’Etna. Successivamente i suoi resti vennero traslati al Cimitero germanico di Motta Sant’Anastasia dove tutt’ora si trovano.
Jesse, invece, morì negli Stati Uniti a Tucson il 31 maro 1980 e vale la pena ricordare che non fu mai ricevuto, dopo la sua vittoria, dall’allora presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosvelt e che soltanto nel 1976 un presidente americano gli tributò un riconoscimento ufficiale incontrandolo per la prima volta, ma solo dopo la sua morte, nel 1990, gli fu assegnata la medaglia d’oro del Congresso come eroe olimpico e americano.
Fossa comune 2, Piastra E del cimitero militare germanico di Motta Sant’Anastasia, in Sicilia, qui riposano i resti di Carl Ludwig Long e da qui iniziano le mie riflessioni “siciliane” sulla vicenda di Luz e di Jesse.
Riflessioni sull’identità e sul suo valore, su come essa possa o non possa, come io credo, “confezionare” tutta la vita di una persona soprattutto quando si abbracciano gli ideali della libertà, incontrando così un’idea di identità mobile e dalle molteplici radici che nessuna standardizzazione o visione ad unico senso accetta.
E non è forse così la Sicilia? Fernand Braudel la definiva un “continente in miniatura” e Gesualdo Bufalino scrive: ...Non è tutto, vi sono altre sicilie, non si finirà mai di contarle.
Ecco, io credo che Jesse Owens e Luz Long abbiano rapprensentato proprio questa condizione ma fors’anche ideale “siciliano” del non potere, prima ancora del non dovere, vivere la propria vita in identità preconfezionate da culture dominanti e nazionalismi di ogni sorta.
Jesse Owens e Luz Long si rispettarono e addirittura divennero amici davanti ad un pubblico di migliaia di persone nonostante le gravi tensioni politiche fra i loro rispettivi paesi che di lì a poco sarebbero sfociate in una guerra mondiale.
Jesse, nel 1936, si recò nella Berlino nazionalsocialista anche per rappresentare ideali completamente opposti a quelli del nazismo, la libertà e la giustizia, che però nei suoi confronti, di nero discendente di schiavi, non erano interamente applicati, anzi è lui stesso a raccontare che Hitler, il dittatore, si alzò in piedi e gli fece un cenno con la mano, mentre il Presidente degli Stati Uniti Roosvelt, democraticamente eletto, non fece neanche questo, preoccupato che un suo eventuale gesto potesse avere ripercussioni elettorali ( come è normale in una democrazia) negli Stati del sud.
Luz Long, l’atleta tedesco che di fronte al mondo avrebbe dovuto rappresentare la plastica superiorità della razza ariana non ebbe paura di stringere amicizia con un nero americano in nome di quegli ideali di umanità per cui qualche anno dopo molti altri americani avrebbero combattuto per riaffermarli sul nostro continente, spesso morendovi.
E ancora, nonostante avesse egli, Luz, aderito, con i suoi gesti, agli ideali dei nemici del suo paese, fu arruolato nella Luftwaffe e mandato a combatterli rimanendone ucciso, proprio in Sicilia.
Ed in Sicilia fu ucciso nelle circostanze del macabro “Massacro di Biscari”, in provincia di Caltagirone, in cui perdettero la vita 76 prigionieri di guerra italiani e tedeschi, perpetrato da soldati americani che così commisero un crimine di guerra in contrasto con gli ideali per cui, giustamente, combattevano, ideali a cui Luz Long, l’atleta che avrebbe dovuto rappresentare la superiorità della razza ariana e che morì combattendo per la Germania nazista, indiscussa negatrice di quegli ideali, aveva aderito insieme a Jesse Owens, a cui però nel suo paese, che liberò l’Europa dal nazismo, non erano interamente applicati.
Già, questa storia non poteva che finire in Sicilia, non poteva che finire alle pendici dell’Etna.

 

 

 

 

 

 

 

 

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