Il Castello di Maredolce, sintesi e metafora di diversità e identità comune dei Paesi del bacino del Mediterraneo, è anche uno dei “simboli del patrimonio unico ed identitario della cultura sviluppatasi, a partire dal sec. X, in Sicilia”.

 Da millenni sulle rive del nostro piccolo pezzo di mare o “magico Lago”, come  lo definisce lo scrittore marocchino Tahar BenJelloun, confluiscono idee, religioni, lingue, usi e costumi che, nello loro diversità costituiscono un’identità comune, oggi come ieri.

Ieri, appunto, intorno all’anno Mille, a Palermo, culla della civiltà mediterranea, fu edificato quello che, da poeti e viaggiatori arabi venne chiamato Qasr Ga’far.

Nel corso dei secoli le trasformazioni, l’abbandono, (con sporadici interventi di restauro) hanno trasformato sistematicamente il Palazzo e il lago, prosciugato per fini agricoli.

Alla fine degli anni Cinquanta il degrado assoluto rendeva irriconoscibile il più splendido tra i gioielli edificati dagli Altavilla

Nel Dicembre 1965 Silvana Braida pubblicava uno studio per il restauro del sito, sulla rivista “Architetti di Sicilia”, ponendo all’attenzione della città la drammatica situazione del “Qasr Ga’far”.

Bisogna aspettare il 1985 perché il mondo politico e culturale della nostra Regione, sull’onda del Convegno ”Il Recupero del Parco di Maredolce”, organizzato da Raffaele Savarese, prendesse finalmente coscienza della necessità di salvarlo dall’incuria e dall’abbandono, attivando il meccanismo che avrebbe portato ai primi finanziamenti e ad intraprendere la liberazione, lo studio, la messa in sicurezza e il restauro sistematico del Sollazzo.

Cominciarono anche i primi scavi archeologici diretti dal Prof Tullio, che saranno ripresi nel 2011, sotto la direzione del Prof. Stefano Vassallo e del prof. Emanuele Canzoneri.

L’Associazione “Castello di Maredolce” è nata, alla fine degli anni Novanta per volontà di Silvana Braida con il fine di avvicinare la realtà sociale del territorio e della città tutta al prezioso bene storico-architettonico normanno, appena recuperato.

Essa era ben conscia che un bene prezioso, quale quello che era stato salvato e restituito alla dignità e alla fruizione pubblica, potesse subire la sorte di tanti monumenti cittadini recuperati a fatica e con grandi sacrifici e quindi abbandonati a se stessi e al degrado di ritorno.

Ciò ha indotto l’”Associazione Castello di Maredolce” a farsi carico del desiderio di Silvana Braida e a diventare espressione culturale e sociale, che, attraverso un forte radicamento nel territorio, si impegnasse nella costruzione di un futuro più roseo e di una società più rispettosa e cosciente del proprio passato.

E’ per questi fini che, attraverso un impegno continuo e giornaliero, assicurato in loco, l’Associazione si è rivolta soprattutto ai giovani, agli studenti e alle scuole, con cui ha tessuto una trama tesa alla formazione di una coscienza di partecipazione, di solidarietà, di giustizia, sostenendo tutte quelle iniziative volte a favorire la crescita delle coscienze e la conoscenza del patrimonio archeologico, monumentale, artistico ed ambientale.

Per questi motivi, inoltre, ha supportato il lavoro di quanti si sono prodigati per la catalogazione dei reperti provenienti dagli scavi archeologici effettuati a Maredolce, che ha visto protagonisti, nell’ambito di un progetto innovativo e coraggioso, gli alunni di diverse scuole di ogni ordine e grado, i rispettivi docenti, e vari esponenti dell’Associazione, tra cui Mimmo Ortolano, Pietro La Rocca e Anna Capra.

L’impegno dell’Associazione è stato altresì caratterizzato dalla coscienza di un forte bisogno primario: l’affermazione del bene artistico in questione come Valore Sociale.

Valore di particolare valenza in un quartiere tristemente noto nel mondo, ma che ha attivato i processi del riscatto, attraverso la costruzione di un futuro, basato sul recupero della memoria storica e di quanto di bello è riuscito a sopravvivere, nonostante tutto, a Brancaccio.

“Un monumento si conserva se è nel cuore, nella coscienza della popolazione locale”, asserisce oggi Raffaele Savarese, come ieri asseriva Silvana Braida, i due architetti e studiosi che hanno avviato il recupero del monumento.

Oggi Maredolce rappresenta un simbolo, una metafora per il riscatto dell’intero quartiere, ma è ancora un monumento a rischio, perché si trova in una zona a rischio, a causa della presenza della criminalità organizzata e della cultura mafiosa.

Gli Enti, gli uomini di cultura e di buona volontà, di ogni collocazione ed orientamento, non potranno non assumersi la responsabilità del recupero totale del “Castello di Maredolce”, della sua utilizzazione immediata e della sua apertura alla città intera e al Paese tutto.

I Paesi del bacino del Mediterraneo e dell’Europa Unita potranno trovare nella nostra regione l’espressione ed il simbolo di ciò che accomuna i relativi popoli, oggi come ieri.

I giovani studenti delle scuole di Palermo, che hanno partecipato al progetto per la catalogazione dei reperti archeologici di Maredolce, con il loro impegno hanno tracciato e individuato una strada comune da percorrere con i giovani di tutti i Paesi dell’area, da protagonisti attivi dello sviluppo economico, etico e culturale delle rispettive Nazioni.