Cari amici, vi offro la possibilità di conoscere in larga sintesi, la mia relazione di ieri. La parte più strettamente ermetico, cabalistico, alchemica, qui accennata, sarà sviluppata in un'altra conferenza poichè la parte più specifica di questa conferenza è stata dedicata all'intervento del Prof. Rizzuti che ha esposto puntualmente e fornendo grandi stimoli artistici ed estetici, tutto il lavoro sulla grande e stupenda tribuna del Gagini di cui egli ha curato e realizzato, con i suoi allievi, un recupero sotto forma di plastico in scala uno a dieci. Vi mostrerò a parte le immagini di questi splendore. Sia il Prof. Rizzuti che il sottoscritto abbiamo parlato a braccio ma, per parte mia, ho deciso di ampliare e pubblicare lo schema di lavoro che mi ero preparato con l'intenzione di farne anche offerta a voi.
La scelta del posto in cui delimitare un’area sacra, per edificare un tempio risponde, in tutte le religioni, a rigorose valutazioni, in piena sintonia con la situazione culturale e, soprattutto, con la dimensione spirituale di riferimento. - Foto 1- Non sappiamo se durante la dominazione romana o anche prima, là dove si eleva la Cattedrale di Palermo sorgessero aree sacre e di culto, ma sappiamo che a pochi passi si conservano ancora importanti tracce murarie e, a Villa Bonanno, anche resti di edifici romani - Foto 2 -
È in questa zona che, probabilmente, si riunirono, in clandestinità, i primi cristiani di Palermo, ai tempi delle persecuzioni di Decio e Diocleziano. Ed ivi sorse anche un cimitero paleocristiano come testimoniano le catacombe di via d’Ossuna, del IV secolo – Foto 3 -.
Il luogo in cui sorge attualmente questo tempio, coincide, con buona probabilità, con quello in cui nel IV secolo fu eretta la prima Cattedrale, distrutta dai Vandali all’inizio del V secolo. Poi i Goti cacciarono i Vandali ma nel 535 Belisario, alla testa delle truppe bizantine, conquistò Palermo. Nel 590 circa, la chiesa venne riedificata là dove sorgeva quella precedente e molti sostengono che quella che oggi, chiamiamo cripta della Cattedrale- Foto 4 - sia una parte di ciò che rimane della prima chiesa bizantina. La nuova chiesa venne dedicata alla Vergine Maria nell’anno 604 su autorizzazione di papa Gregorio Magno e, nel 732, passò sotto l’egemonia del Patriarca di Costantinopoli.
Nell’anno 831 giunsero a Palermo i saraceni che edificarono in città numerose moschee e, quella più grande, detta “Gami”, venne costruita sulla stessa area in cui sorgeva la cattedrale bizantina. – Foto 5 –. Nella grande torre di Sud – Est dell’attuale Cattedrale è possibile scorgere, in un angolo, un ultimo interessantissimo fregio d’arte islamica – Foto 6 -
Secondo alcune fonti, si trattò di un enorme edificio capace di ospitare sino a settemila persone. La sua forma era quadrata e dal suo corpo si dipartivano due camminamenti, - Foto 7 - uno pubblico ed uno protetto, che conducevano al palazzo dell’Emiro edificato nello stesso luogo in cui si sviluppò quello che viene ancora oggi chiamato: Palazzo dei Normanni o Palazzo Reale. - Foto 8 -
Il periodo della dominazione araba fu di grande prosperità e raggiunse livelli di bellezza e vivibilità rimasti leggendari.
Ciò creò grandi opportunità ai Normanni che sopraggiunsero, nel 1072, a prendere possesso della città. In quell’anno, infatti, il conte Ruggero (poi Ruggero I), appoggiato dal papa, sbarcò a Palermo.
Grazie al governo illuminato e tollerante dei re normanni, iniziò un periodo di proficua convivenza tra varie culture: quella mussulmana, che aveva perso il dominio della città, quella latina che diventava egemone, quella greca residuale e quella ebraica che, pur essendo minoritaria, era presente sin dal IV / V secolo, nel territorio siciliano.
I Normanni non procedettero subito alla edificazione di una nuova cattedrale ma ci si limitò a trasformare la Gami in chiesa cristiana.
Non sono pervenute altre notizie a riguardo, anche a causa dell’incendio che, nel 1860, distrusse l’archivio della cattedrale e che ci ha privato di notizie fondamentali circa la sua storia più antica.
La lacuna non è di poco conto e, in questo caso, riguarda anche il periodo in cui regnò Ruggero II – Foto 9 -, sotto il cui illuminato dominio prosperarono l’economia, le arti, la cultura e vennero costruite a Palermo, in Sicilia e in tutto il Meridione d’Italia, numerose chiese e cattedrali, come la splendida Cattedrale di Salerno.
Trascorse poco più un secolo, dall’arrivo dei Normanni, prima che si ponesse mano alla costruzione della nuova grande cattedrale, grazie alla determinazione dell’arcivescovo Gualtiero Offamilio, e, tra il 1170 e il 1185 venne iniziata e portata a termine un’opera grandiosa, del tutto nuova che venne dedicata alla Vergine Assunta e che sorse nella stessa area della grande moschea.
La cattedrale gualteriana, assieme agli apporti positivi del XIV e del XV secolo – Foto 10 -, conservò alcune importanti peculiarità originarie. Ciò malgrado i numerosi rimaneggiamenti, alcuni dei quali particolarmente devastanti, che si susseguirono a partire dalla seconda metà del XVIII secolo.
Alcune innovazioni ebbero, tuttavia, esiti straordinariamente felici, come il bellissimo portico meridionale del XV secolo.
Altre, invece, molto infelici - Foto 11- come la cupola settecentesca del Fuga, elegante, ben fatta ma decisamente fuori contesto e, ancora peggio, le lanternine poste in seguito alle parziali trasformazioni delle mura perimetrali del tempio e al devastante allargamento del fronte meridionale della chiesa, che fu di ben sei metri.
Si perse il soffitto ligneo del XII secolo e pure la meravigliosa tribuna del XVI secolo, realizzata soprattutto da Antonello Gagini e distrutta a fine Settecento, che per più di due secoli costituì motivo di grande ammirazione da parte di ogni visitatore. Ma di questo gioiello vi parlerà dopo questa mia introduzione chi lo ha magistralmente ricostruito e cioè lo scultore e titolare della cattedra di scultura presso l’Accademia delle Belle Arti di Palermo, prof. Salvatore Rizzuti.
Le statue che erano inserite nella tribuna gaginiana, sono attualmente collocate all’interno della Cattedrale soprattutto lungo i lati della navata centrale – Foto 12 -. Purtroppo, dalla fine del XVIII secolo, l’interno della chiesa mostra navate di lineare razionalismo costruttivo, avare di stimoli ornamentali se non fosse proprio per la bella teoria di queste statue che costituiscono l’ultimo effetto scenografico rimasto assieme a due splendide acquasantiere.
All’esterno- Foto 13 -, per fortuna, non sono state deturpate né le quattro sottili, composite ed eleganti torri angolari, né la magnifica parte absidale - Foto 14-, che però, oggi, è in parziale deterioramento.
Ma, tornando alla cattedrale, altri gioielli che si sono conservati abbastanza integri sino ai nostri giorni, sono l’elegantissimo portale - Foto 15 – collocato tra la sacrestia (restaurata da poco) e la base della la torre - Foto 16 - da cui si accede alla cripta, nonché tutto il prospetto occidentale, con il relativo portale (visibile solo dalla via Matteo Bonello, che è stretta e priva di adeguati marciapiedi) e la sovrastante bellissima -Foto 17- bifora gotica, risalenti al XIV secolo.
Ora concentreremo l’attenzione sul portico meridionale dai contenuti squisitamente simbolici – Foto 18 - che ci giungono dalla quasi scomparsa decorazione delle tre campate che raccordano i magnifici archi, che è stata riconosciuta come Albero della vita ma che rivela, a mio modesto avviso, anche qualcosa di più ampio e complesso.
Questo gioiello simbolico, letteralmente cancellato nel XVIII secolo, è stato riportato alla luce e restaurato dall’architetto Guido Meli che, per primo ne ha descritto i contenuti simbolici in un prezioso quanto raro saggio monografico dal titolo: Un albero pieno di vita.
A lui va il maggior merito di questo recupero ed è solo grazie a questo intervento che l’Albero della vita ci è stato restituito anche se, purtroppo solo per un breve periodo di tempo. Infatti a causa di un lento ma (forse) inarrestabile processo di deterioramento, esso, giorno per giorno, scompare e non ci è pervenuta alcuna fonte che ci fornisca notizie circa la sua origine.
Nel XV secolo Antonio Gambara apportò nel 1426 - Foto 19 - contributi del tutto nuovi e di altissimo livello come il portale inserito nel portico meridionale ma tre anni dopo, gli veniva commissionata, anche la ricostruzione dell’intero portico meridionale che fu completato nel 1453, dal figlio, Giovanni.
Questo portico è caratterizzato da tre archi a sesto acuto- Foto 20 -, di cui quello centrale leggermente più alto, raccordati da tre campate, sormontate da una fascia e da un elegante timpano.
In quale preciso momento della storia medievale della cattedrale di Palermo sia stato posto nelle campate del portico meridionale questo Albero della vita, non è dato sapere. Una datazione molto comoda, consente di poterlo collocare tra la fine del XII e il XIV secolo.
Uno sforzo lodevole, di tipo ermeneutico in ordine alla molteplicità dei simboli presenti, è stato prodotto dall’architetto Guido Meli, che ha avuto, innanzitutto, l’incomparabile merito di averlo riportato alla luce. Dal volume da lui pubblicato prendiamo ora in prestito qualche immagine che ci consentirà di acquisire una prima idea circa il potente messaggio ermetico che da queste tre campate promana. Foto 21, 22, 23, 24 .
Si apprezzano contenuti simbolici che esprimono un sincretismo tra la visione ermetico – alchemica e la visione cristiana, tra dimensione metafisica e realtà naturale.
Evidente, anche per i non addetti ai lavori ermeneutici, è la presenza di fortissimi elementi simbolici di tipo alchemico che inseriscono questo capolavoro nel cuore della più raffinata cultura medievale e rinascimentale. Il linguaggio simbolico, di cui si adornarono le cattedrali romaniche e poi quelle gotiche, adoperò una simbologia di tipo vegetale, animale e fantastico, che si era già manifestata in età paleocristiana e poi consolidata attraverso il Romanico.
In questa complessa rappresentazione appare una sapienza simbolica strepitosa relativa non tanto alle caratteristiche proprie di un Albero della vita, così come si mostra anche in numerose altre chiese e cattedrali ma, a mio avviso, la oltrepassa dal punto di vista dell’ampiezza e della complessità del messaggio che intende proporre. È come se qui fossimo di fronte all’Albero della Conoscenza o meglio ad una specie di summa della conoscenza alchemico – ermetica di quel tempo. Infatti non sono numerose le somiglianze tra quest’opera e i tantissimi Alberi della Vita sia pure variamente rappresentati nell’arte e nell’iconografia cristiana. Maggiori analogie- Foto 25 - simboliche si potrebbero rilevare facendo riferimento all’albero sefirotico della tradizione dell’esoterismo ebraico. Infatti – Foto 26 - a sinistra appare malkut, il regno, ossia la Mater, la Terra e, all’estrema destra della campata opposta vediamo un girale con una figura maschile che potrebbe essere accostata a Kether, la Corona, il riferimento spirituale maschile – Foto 27 -. L’albero, pertanto, si svilupperebbe orizzontalmente da sinistra a destra, e non secondo la consueta verticalità.
Il susseguirsi dei numerosi elementi simbolici di tipo alchemico è stato già affrontato dall’arch. Meli nel suo prezioso libro e poi dall’arch. Mirabella in una recente conferenza. Io ritengo che valga la pena di ricercare il senso ermetico di questo portico valutato nel suo complesso e di dover mettere in luce quel gioco delle polarità e quella ricerca dell’armonia che riconducono spiritualmente quest’Albero della Vita all’universo simbolico proprio di una visione alchemica che sarà suffragata dalla diffusione dell’ermetismo neoplatonico che si affermava proprio negli anni in cui il Gambara lo completava.
A partire da sinistra, notiamo il girale dell’elemento femminile latore di vita - Foto 22 - Nella prima campata, infatti, si susseguono girali connessi alla simbologia del femminile e della via umida, in senso alchemico. La campata centrale - Foto 23- mostra rappresentazioni che possono essere intese sia come passaggio dalla dimensione naturale a quella spirituale, sia come sintesi delle simbologie presenti nelle altre due campate e quindi come fusione del femminile e del maschile, di natura e spirito. Si notino, a riguardo, sulla destra, i sorprendenti simboli che si riferiscono nettamente alla coniunctio oppositorum, simboleggiata qui dal simbolo del Tao (e ciò la dice lunga sulla planetaria comunicazione simbolica già nel tardo Medioevo).
Passiamo quindi alla campata destra – Foto 24 -. In essa si rappresenta il Maschile nel suo processo di spiritualizzazione che culmina con un volto di uomo sereno, dall’aspetto giovanile, che appare in leggero profilo e guarda verso Occidente, collocato al centro di un girale che ricorda in modo netto i rosoni delle cattedrali gotiche.
Uno studio accurato di queste immagini si impone e mi riservo di sviluppare alcune mie intuizioni che sto corredando di riscontri e di immagini, di portarle avanti e di proporle in una conferenza specifica.
A ben guardare si può supporre una corrispondenza tra la vasta presenza simbolica delle polarità raffigurate nelle tre campate del portico, e quanto viene poi rappresentato nel timpano dal Gambara - Foto 28. Qui la figura posta al centro, più che alle tradizionali rappresentazioni di Dio Padre, sembra somigliare in modo sorprendente, anche dal copricapo, al mitico Ermete Trismegisto. - Foto 29 – L’arcangelo Gabriele, da una parte e la Vergine dall’altra, riproducono pure le tradizionali presenze delle polarità, maschile e femminile poste ai due lati dell’atanor, – Foto 30 - che è quella sacra fornace alchemica in cui si compie l’Opus Magnum degli alchimisti e che genera la pietra filosofale, condensato della Sapienza e dell’Unità spirito Natura. Ma nelle Cattedrali gotiche spesso torna questa simbologia come a Burgos in cui, sopra un portale, viene rappresentato un trono su cui è seduta la figura di un Cristo con, ai lati, l’arcangelo Gabriele e la Madonna e sopra il Cristo i simboli del sole e della Luna - Foto 31-che sono ravvisabili anche nei due girali maggiori posti sopra l’Ermete Trismegisto del timpano del portico che stiamo esaminando.
Appare, qui, una potentissima compilazione sincretistica che esprime una simbologia mediterranea totale, che rispecchia la densa multiculturalità della Palermo di quel tempo - Foto 32.
Quali i significati di ciò che abbiamo visto? Con il tradizionale attaccamento dei palermitani al culto iconico e con gli apporti del neoplatonismo rinascimentale, non vi fu più contrasto insanabile tra mondo naturale e dimensione spirituale: il cosmo agli occhi dei Neoplatonici non era più un pluralità sparsa di elementi passivi, bensì un tutto unitario dotato di anima: che fu detta: Anima Mundi.
Questa visione ha illustri precedenti in Pitagora e Platone. Si affina nel pensiero alessandrino e neoplatonico e trova apice nel pensatore egiziano ellenizzato, Plotino (204 – 270) che, nelle Enneadi (II, 3-16), affermava: “… i contrari si conciliano e senza di essi il cosmo non è tale, e così è degli altri viventi”. E poi, riferendosi all’essere, ne mette in risalto la duplice natura. Quella spirituale che si rivela nella capacità di pensare e quella naturale che coincide col fenomeno della vita. Afferma infatti (Enneadi V-6,6) : “L’essere è nella sua pienezza quando accoglie la forma del pensare e del vivere”. Ed ecco le due figure: maschile e femminile. Il pensiero rappresentato dal volto che, nella campata di destra, osserva l’intero processo simbolico e la vita, che, nella campata di sinistra, guarda verso la piazza e dichiara la sua funzione creatrice. Per Dionigi l’Areopagita (V-VI sec), l’Anima Mundi, così pure l’Uno di Plotino e lo Spirito Santo cristiano, dona la vita ma “distribuendosi non si divide”.
Nella sintesi simbolica tra quanto è rappresentato nelle tre campate di questo portico e quanto appare nel timpano, è, a mio avviso, riconoscibile una visione sincretistica: cristiana, alchemica, ermetica cabalistica che fa sintesi delle peculiarità culturali di cui era permeata pure la comunità palermitana di quel tempo, in linea con quanto stava già accadendo in Toscana e poi nel resto d’Italia e d’Europa.
Vincenzo Guzzo
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