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La letteratura siciliana in lingua italiana

nel periodo della Belle Epoque

di Michelangelo Ingrassia

 

Il mito della Belle Epoque fiorì tra le rovine della Grande Guerra, quando il paesaggio sconvolto dalle tempeste d'acciaio appena passate contribuì a rafforzare nell'opinione pubblica la convinzione che prima del 1914 ci fosse stato, per l'umanità, un lungo tempo di pace e prosperità.

Questa visione, fondamentalmente nostalgica, venne accolta dalla storiografia e Belle époque diventò quel periodo compreso tra la fine della guerra franco-tedesca del 1870 e l'inizio della prima guerra mondiale.

In effetti, quelli che vanno dal 1871 al 1914 sono anni senza guerre e che corrono veloci sull'onda di uno slancio economico inedito, favorito dal fenomeno politico dell'imperialismo. Sono anni di vita gaia e spensierata, segnati da un progresso materiale senza precedenti che aumenta la disponibilità di tempo libero. Sono gli anni in cui il capitalismo finanziario muove i suoi primi passi sostenuto da un capitalismo industriale in espansione. Sono gli anni della Torre Eiffel, del Can Can, del Mouline Rouge, che testimoniano l'ottimismo di una borghesia soddisfatta e lanciata alla conquista del cielo.

Ma fu davvero bella la Belle époque? Recentemente lo storico Piero Melograni, nel suo libro Le Bugie della Storia (Mondadori, Milano 2006) ha sollevato poderosi dubbi su questo mito storiografico dimostrando che la Belle Epoque non fu bella per tutti. Melograni ha ricordato che quelli della bella epoca furono anche gli anni degli alti tassi di mortalità per bambini e adulti dovuti alle carenze igieniche che perduravano; furono gli anni in cui si lavorava dall'alba al tramonto per dei salari reali bassissimi; furono gli anni dello sfruttamento minorile; anni contrassegnati da un malessere sociale che si manifestava con la diffusione dell'alcolismo, sintomo di una malinconica rassegnazione delle masse costrette ad un basso tenore di vita.

Del resto, non tutti i cieli sono uguali e accanto al cielo primaverile dell'ottimismo borghese vi era il cielo autunnale del pessimismo dei piccoli ceti medi e del proletariato.

La storiografia, che purtroppo si limita spesso ad interpretare i macrofenomeni della storia, ha tenuto in scarsa considerazione il microfenomeno delle gravi difficoltà e miserie che tormentavano la vita quotidiana della massa. Un'elemento, questo, che però non è sfuggito alla letteratura, abituata a descrivere, più che ad interpretare, le biografie di uomini, popoli e nazioni cogliendone lo spirito intimo del tempo.

Proprio la letteratura dà ragione a Melograni. E non è un caso che, durante la belle époque, si sviluppi in tutta Europa una letteratura che racconta tutte le contraddizioni del tempo. In Germania è il realismo tedesco a raccontare le miserie del sottoproletariato; in Francia è il naturalismo; in Sicilia è il verismo.

Realismo tedesco, naturalismo francese, verismo siciliano hanno un denominatore comune nella rappresentazione totale della realtà e della condizione umana in quella precisa realtà storica. In questo senso possiamo dire che il verismo siciliano è un'autentico capolavoro letterario e storico, che fornisce allo storico che non vuole fermarsi in superficie quegli strumenti idonei a percepire e interpretare lo spirito del tempo.

Una storia vera della belle époque, dunque, non può fare a meno del realismo tedesco, del naturalismo francese, del verismo siciliano, altrimenti sfuggono pezzi di realtà autentica su cui riflettere.

E' noto che i veristi furono accusati di pessimismo. Ma furono gli scrittori veristi, i pessimisti, o è la realtà che riproducono ad essere pessima?

Verga, il campione del verismo, nel suo Rosso Malpelo non racconta la disumanità della vita di un piccolo zolfataro? Nella celebre novella Libertà non racconta la brutalità della lotta di classe che non porta a nulla e che non cambia nulla, come dimostrano i fatti di Bronte?

In Dal tuo al mio, il socialista Luciano non tradisce i suoi compagni per la roba? E Verga scrive: i Luciani d'oggi e di domani non li ho inventati io!

E la ricerca della roba non è un assalto individuale ed egoista al cielo borghese? Non è il tentativo di conquistare un proprio posto al sole dimenticando la condizione degli altri?

In Eva, poi, Verga non condanna il Can Can e le ballerine seminude riprodotte nelle scatole di cerini?

Il fatto è che quello di Verga è un verismo sociale nel quale vi è la condanna di un'epoca e di una condizione: la condanna di una società fondata sul profitto, sul danaro, sul darwinismo sociale e corrotta e corruttrice, con i suoi falsi profeti (i Luciani) attratti e vinti dal vitello d'oro e dal mondo luccicante che li circonda e che essi vogliono cambiare ma per se stessi.

Certo, noi conosciamo meglio il Verga dei Vinti. Ma chi sono i vinti? Mastro don Gesualdo: non più proletario ma rifiutato dalla borghesia; i Malavoglia, annientati dalla machiavelliana fortuna; la duchessa di Leyra o il deputato ambizioso: un'umanità dolente, stritolata da una società avida, egoista, malata quale era quella della belle époque.

Lo scenario muta con De Roberto e Pirandello. Qui il verismo sociale diventa verismo storico-politico. Ne Il fu Mattia Pascal Pirandello ad un certo punto scrive: sai qual'è la causa vera di tutti i nostri mali? La democrazia, cioè il governo della maggioranza. E da Tocqueville al palermitano Mosca non vi è una letteratura politica fortemente critica della tirannia della maggioranza tipica della belle époque (e per certi versi presente ancora oggi)?

E questa tirannia della maggioranza non è riscontrabile nelle famose parole del De Roberto, il quale nel suo I vicere fa dire: ora che l'Italia è fatta facciamo gli affari nostri? Ma questa era, in definitiva, la politica al tempo della belle époque. Una politica che era uno stile di vita, una regola assoluta, una cultura imperante: fare gli affari propri, al di là delle ideologie e contro le utopie, al di sopra dei confini geografici e di ogni morale, con il mondo ridotto ad un grande palcoscenico, ad un grande Moulin Rouge dove si danza, si gioisce, si beve spensierati, si guardano e si sfruttano le donnine nude che mostrano le gambe per pochi soldi; gli stessi pochi soldi dei camerieri che servono ai tavoli e poi a sera tardi si rifugiano nei bassifondi di Parigi o nei catoi di Palermo.

Ha ragione Melograni, dunque, la belle époque non fu per tutti una bella epoca. Essa fu caratterizzata da un contrasto tra apparenza e realtà, tra grandi parole generatrici di illusioni (liberalismo, socialismo) e fatti concreti; una forma di contrasto avvertita da Pirandello nel suo I vecchi e i giovani. Ed il verismo siciliano, che Luigi Capuana definì nel suo Studi sulla letteratura contemporanea riproduzione del vero, lo dimostra e conferma.

Quella belle époque somiglia tanto alla nostra epoca ed al villaggio dei balocchi nel quale conduciamo le nostre esistenze.

Saremo in grado di ascoltare e fare nostre le parole del Pirandello che, in Uno, nessuno e centomila, scrive: muoio e rinasco attimo per attimo, vivo e senza ricordi? Sapremo morire e rinascere senza il peso del nostro passato, vivi e dunque liberi dalle illusioni e dalle apparenze che generano ingiustizie?

Si tratta di scrivere una nuova storia per noi e le generazioni di domani, ma senza dimenticare la lezione del verismo siciliano.

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