di Miriam Mesi
dalla
tesi di laurea
in Lettere Moderne con indirizzo
demo-etno-antropologico.
Università "La Sapienza" di Roma, 6 luglio 2000
SCELTA DELLA SPOSA E RICHIESTA IN MATRIMONIO
Questo capitolo è dedicato
alla descrizione di ciò che avveniva, nella grande maggioranza
dei casi, quando si metteva in moto la macchina organizzativa
che faceva del matrimonio un evento eccezionale ed irripetibile
nella vita di ogni individuo.
Nella mia esposizione i
punti di riferimento sono stati, oltre ad alcuni autori minori,
soprattutto Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino, poichè
sono certamente i più autorevoli studiosi delle tradizioni
popolari siciliane. Come ho già detto, entrambi si fecero carico
delle difficoltà di studiare una materia poco usuale, ancora
agli inizi, e anzi cercarono di contribuire, con le loro
pubblicazioni, al potenziamento dello studio di tutte le
manifestazioni della vita popolare, per cui le loro descrizioni
sugli usi nuziali tradizionali risultano fra le più ricche di
particolari e curiosità.
Il mio intento è quello di
fare conoscere tali usi, ripercorrendo, fin dall'inizio, tutte
le fasi del fenomeno matrimoniale: si parte dalla scelta e dagli
accordi iniziali, per arrivare al fidanzamento e allo scambio
dei doni, non tralasciando l'importanza del corredo e della
dote, fino ad arrivare al grande giorno ed ai festeggiamenti
seguenti.
Mi è sembrato interessante,
infine, non dimenticare le "divinazioni" (o pronostici) che le
giovani donne, in età da marito, potevano fare per sapere quale
sarebbe stato il loro futuro matrimoniale, oppure raccontare
delle superstizioni che, in molti casi condizionavano lo
svolgimento degli eventi e caratterizzavano "magicamente" alcuni
momenti cruciali delle nozze.
Ho fatto anche un accenno
ai "portafortuna" più tradizionali, giudicati importanti per il
buon andamento dei fatti, e alla classica fuitina che
dava la possibilità ad un amore contrastato di realizzarsi
nonostante le opposizioni familiari.
Quello
che ad un primo approccio alle opere degli autori siciliani
risulta evidente è che anche in Sicilia, in linea di massima,
alla fine dell'800, erano le madri che si accordavano sulle
nuove relazioni matrimoniali e che quindi decidevano il marito o
la moglie per i loro figli sulla base della convenienza sociale
ed economica, con assoluta esclusione dei sentimenti.
Solitamente era la madre
del ragazzo che, avendo notato dei cambiamenti nell'umore del
figlio, ormai in età di matrimonio, si guardava intorno per
cercargli una brava moglie.
L'età giusta per l'uomo era
all'incirca 28 anni e per la donna 18, cosi come ricordano i
proverbi: "Donna di diciottu, ed omu di vintottu",
"Vintottu anni voli aviri l'omu, diciottu idda, è matrimoniu
bonu".
La scelta della sposa era
condizionata dal fatto che ella possedesse le quattro virtù
cardinali che ne facevano una buona moglie, e cioè che fosse
operosa, onesta, con dote proporzionata e di pari condizione
sociale.
Era inoltre importante,
fino alla fine dell'800, che fosse dello stesso paese e spesso
anche dello stesso culto dei Patroni locali; questo proverbio
ricordato dal Pitrè "Ciciri cu ciciri e favi cu favi" è
chiaramente riferito al fatto che bisognava sposarsi con i
propri simili.
Il rigore di tali
comportamenti era ovviamente condizionato soprattutto dal tipo
stesso di società agropastorale, che non consentì grossi
mutamenti negli schemi tradizionali della struttura sociale
all'incirca fino all'ultimo dopoguerra.
Quando finalmente la donna
aveva trovato una brava ragazza, andava a trovarla a sorpresa e
se arrivando la trovava impegnata nei lavori di casa oppure
stava ricamando, era una brava massara (massaia)
sicuramente adatta al ruolo di moglie e madre, quindi la scelta
era giusta, altrimenti se la ragazza non faceva nulla o magari
stava mangiando non era un buon segno; infatti, si pensava che,
se stava oziando, sarebbe stata una moglie lagnusa
(pigra), oppure se stava mangiando, era una manciataria
(ghiottona) che avrebbe rovinato il marito con la sua
ingordigia, e perciò la madre andava via e cercava un'altra
giovane.
Naturalmente la richiesta
all'eventuale consuocera, non era diretta ed immediata, ma era
effettuata con tatto e, spesso, attraverso una metafora che la
ingentiliva.
Uno dei modi più comuni era
quello di andare in visita a casa della giovane con un pettine
per lavorare la lana e dire: "Haju un pettini di novi;
l'aviti unu di sidici?" (Ho un pettine da nove punti, lo
avete uno di sedici?") e l'altra poteve rispodere in modo
positivo, acconsentendo alla richiesta del pettine da sedici
(che in dialetto si dice "sìdici" quindi la sillaba "si"
indicava la risposta affermativa) oppure poteva respingere la
richiesta dicendo che aveva il pettine da nove, ma serviva a lei
(in dialetto si dice "novi" quindi la sillaba "no"
indicava il rifiuto).
Quest'uso di frasi figurate
o circonlocuzioni fa parte della categoria di riti "esapatetici",
i quali a loro volta fanno parte di quelli "profilattici",
secondo una classificazione dei riti nuziali in base agli
elementi magico-religiosi ad essi connessi. Tali riti
esapatetici avrebbero come scopo quello di salvaguardare, fin
dal principio, la coppia dalle influenze malefiche, cosi come
altri riti che erano fatti successivamente.
Questo modo di combinare le
unioni era tipico dei piccoli centri, invece nelle città
l'incombenza era affidata al paraninfu o sinsali,
una persona che lo faceva per mestiere ed era regolarmente
pagata.
Dunque, tornando alla
richiesta, se la risposta era positiva, le due donne iniziavano
a discutere della dote che i due giovani avrebbero portato e
sulle modalità di svolgimento dell'evento nuziale.
Un altro modo, molto
caratteristico, per chiedere una donna in moglie poteva essere
messo in atto dal giovane stesso che, innamorato di una ragazza,
alla quale aveva già manifestato il suo sentimento con qualche
serenata notturna, prendeva un ceppo di ficod'india, lo adornava
con nastri, fazzoletti e oggettini d'oro, e lo metteva, di sera,
dietro la porta della giovane.
L'indomani il padre della
giovane si recava in piazza con il ceppo e cercava il
pretendente con queste parole :- "Cu m'ha azzuccatu la
figghia mia?" (cioè "Chi è venuto a chiedere in sposa mia
figlia?").
Il giovane allora si poteva
fare avanti e, se era ben gradito dal genitore, il matrimonio si
poteva fare, altrimenti il ceppo era restituito al ragazzo che
doveva rassegnarsi.
Un uso molto simile è stato
rilevato, ed annotato, dal Corso in Calabria, dove si usava un
ceppo di legno messo davanti la porta della donna amata, e se
l'indomani questo era preso in casa, significava che le nozze
erano gradite, altrimenti il ceppo era allontanato dalla porta
con un calcio.