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CONSULTA Corso di lingua e letteratura siciliana
Informazioni - Prenotazioni - In sede, via E. Amari 162, 0916124280, 3334194290, 3314761822, Mail
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Prima pagina - Informazione - Contributi originali Contributo per una koinè della scrittura siciliana di Filippo M. Provitina
Signori, nello stesso momento in cui il dott. Casamento mi onorò della sua fiducia invitandomi a fare parte dei Relatori di questo corso, mi trovai a dovere scegliere se sviluppare un intervento di facile condivisione (sulla storia letteraria della Sicilia, per esempio, o sulla sua paremiografia) oppure se affrontare lo scottante tema sulla necessità o meno di fornire a coloro i quali amano scrivere in Siciliano, e sono tanti, regole certe a cui rifarsi per potere mettere su carta poesie e racconti senza doversi di volta in volta inventare artificiose soluzioni. Non ho avuto molti dubbi nel decidere che era opportuno approfittare di questa sede per rilanciare una mia vecchia idea che ventidue anni orsono – allora ancora in embrione - comunicai per lettera a Giovanbattista Nicastro di Caltagirone nella sua qualità di presidente della associazione “Sicilia Nostra”: costruire, rifacendoci all’esistente, una koinè possibile della scrittura siciliana. Cinque anni dopo, ancora a Caltagirone, ribadii questa mia tesi nel corso di un pubblico convegno che tenni in lingua siciliana al circolo “Maria Cristina di Savoia” e notai, con piacere, che stampa e televisione ripresero con interesse la notizia così come la riprese Pippo Scianò nella sua prefazione del 1992 ad un mio vocabolarietto siciliano-italiano/italiano-siciliano. Nel 1995, attraverso una mia creatura, la “Kademia du Krivu”, gradualmente si deliberava nel merito dei segni grafici utili a rappresentare gli equivalenti suoni della nostra lingua: ne sono stati individuati vent’otto di cui larga parte coincidenti con quelli dell’alfabeto italiano Solo una proposta di koinè parziale, niente di più. E, ovviamente, la ”Kademia du Krivu” ha operato instancabilmente con questo strumento linguistico promuovendo iniziative culturali di vario genere e di respiro extra-nazionale: dalla reindividuazione del vero sito della polibiana Erkte alla riscoperta dei “kuburi” di Raccuja, dalle serate culturali nel palermitano quartiere della “Vucciria” alla celebrazione liturgica di ben cinque Sante Messe e un Vespro, dal conferimento del premio “Linguaju Sicilianu” alla certa datazione dell’aron della Sinagoga di Agira, dalla istituzione di due collane editoriali (“Tannura”, ”Maidda”) alla apertura di un sito internet per farvi navigare i ricercatori del bello scrivere siciliano. Questa premessa si è resa necessaria per chiarire subito che quanto vi dirò appresso non è nato dall’oggi al domani, né è sogno fugace o effimera fantasia di un momento. Il messaggio in quanto forte e provocatorio (quindi ferocemente criticabile da chi ha speso una vita in senso inverso), e necessariamente breve e, per questo e contrariamente alle mie abitudini, scritto. Essendo breve resterà, più spazio per gli interventi, essendo scritto verrà più facile alla segreteria organizzativa assumerlo agli atti dei lavori. I paletti fissi del mio ragionamento sono cinque: – l’idioma sici1iano non è un dialetto della lingua italiana – ogni popolazione può esprimersi al meglio solo parlando la propria lingua – una lingua parlata e di antichissime tradizioni che produce letteratura non può che scriversi con i segni alfabetici che i padri di quella letteratura hanno usato per visualizzare i propri, fonemi ovvero può essere tradotta ma non traslitterata; – chiunque scriva per farsi leggere deve scrivere in forma ortograficamente corretta i propri pensieri, non foss’altro che per essere educatore dei meno colti; – il passaggio obbligato per una koinè della lingua è la koinè scritturale di quella stessa lingua.
Basilari sono pure le tre considerazioni che fanno paio con i paletti di cui sopra: – la lingua italiana è genetica nella crescita culturale dei siciliani trovando le sue radici alla corte di Federico II, re di Sicilia ed essendo stata fortemente influenzata, sia nei primi due secoli che in questi ultimi due, da intellettua1i pensanti in siciliano; – la lingua inglese, così come è stato per quella tedesca prima, francese prima ancora e a ritroso, in tempi a noi remoti, araba, latina o greca, è fondamentale per la crescita, oggi tecnologica e informatica, della gente di Sicilia in quanto la sua conoscenza consente di non restare tagliati fuori dal progresso dei paesi moderni; – naturalmente, come è sempre stato, sulla base della istruzione individuale possono convivere le tre anime linguistiche, l’una arricchendo le altre, nello spazio che ciascuno vorrà a loro riservare in misura delle proprie necessità lavorative e/o hobbistiche. A questo punto, per dare ordine al dibattito e, nello stesso tempo, per arginarlo entro spazi da me esplorati, informo i presenti che sono un semplice “cultore” di questa materia, privo, quindi, di tutte quelle conoscenze derivanti dagli studi specifici di cui si impregnano i professionisti delle discipline linguistiche. Vero è che se questo è il mio limite, questo è anche la mia forza dato che le personali riflessioni sono state libere di seguire fili conduttori non preordinati, binari che non conducevano ad una stazione ferroviaria già costruita. Nel pregare dunque per i miei dichiarati limiti il colto pubblico in sala di evitare di mettermi in imbarazzo con terminologie specialistiche che potrei non conoscere, o con citazioni di tesi consolidate per l’autorevolezza degli studiosi che le hanno formulate, o con obblighi derivanti da convenzioni extra-regionali, ecc., riferisco come e perché questo mio interesse embrionale degli anni ‘80 si è consolidato negli anni ‘90. Nella metà, degli anni ‘60 iniziai ad approfondire la storia della mia città natale, Agira, e, per la sua incisiva presenza sul territorio sin dalla preistoria, la storia della Sicilia. Dopo tre decenni di ricerche nella letteratura e nei vari siti dell’Isola, l’Istituto Superiore di Giornalismo ritenne potermi affidare la cattedra annuale di “Storia della Sicilia”. Fu in quella prestigiosa sede che mi resi conto come non si possa parlare di storia di un popolo senza parlare della sua lingua o, meglio ancora, nella sua lingua, specie quando ci si riferisce a popoli in qualsiasi forma ‘oppressi’. Inserii pertanto nel programma, oltre ai fatti d’armi e politici, cenni di storia dell’arte e della letteratura siciliane non disgiunti da informazioni sull’ambiente geografico, geologico, vegetazionale e faunistico della regione. In ultimo non poteva mancare la proposta di koinè della scrittura non della lingua siciliana ma, badate bene, dei suoi dialetti manifestantisi nelle loro varie forme dentro confini delle quindici isole abitate che compongono oggi parte dell’antico Regnum. Non avevo, è ovvio, alcun titolo per esaminare le correlazioni con i dialetti maltesi, calabresi, lucani, pugliesi, campani, ecc. sino a quello di Cittaducale in provincia di Rieti. Proprio qui, al Platone, alla fine dello scorso anno tenni un corso bimestrale che, in maniera molto succinta, ricalcava il su-esposto programma: l’interesse dei discenti, in quella occasione, è stato molto sentito. Per tutto guanto detto sopra, appare evidente che esistono delle varianti significative nel modo di parlare in siciliano a seconda del luogo cui ci si riferisce, e pure appare evidente che è ben lungi da me l’idea di unificare il “parlato” dialettale: questo compito, semmai, spetterà un domani a dizionaristi e grammatici del mondo universitario, ad esperti linguistici che possano attingere a tutte le informazioni archiviate negli istituti scientifici per ciascun singolo vocabolo. Personalmente insisto solamente sulla ipotesi alla quale ho lavorato tutti questi anni: rendere disponibile, attraverso gli istituti scolastici e le associazioni culturali, a chi si volesse accingere a scrivere in siciliano (nel suo dialetto, se vuole) versi e/o brani, lo strumento indispensabile a scrivere correttamente con i propri segni grafici e non con quelli dell’alfabeto italiano. Ricostruire la tavola grafica di un possibile alfabeto che rispettasse la tabella fonica della lingua siciliana non è stato difficile dal momento in cui è bastato associare la pronuncia a noi nota di un vocabolo alle lettere che lo compongono, anche ricorrendo a segni ormai in disuso non perché superati ma solo per arrendevole adeguamento all’alfabeto italiano da secoli politicamente imposto anche al di là di ogni logica culturale. Fare maturare una nuova generazione di siciliani con l’amore verso la propria lingua, verso i propri costumi, verso le proprie tradizioni, porterebbe gli stessi a non addobbare con scritte in inglese, ad esempio, le vetrine dei propri negozi nei mercati popolari dove (e in questo almeno sono sicuro di non sbagliare) i turisti cercano il calore della cultura locale (qui siculo-mediterranea) e non la freddezza- della cultura esterofila (qui anglo-sassone). Molti pensano, ma solo perché non ci riflettono sufficientemente, che questo sarebbe un passo indietro... Io credo invece che, viceversa, questo sarebbe un gran balzo in avanti. Non mi resta ora che chiedere scusa a coloro i quali avrebbero preferito sentirmi esporre in siciliano, essendo io un siciliano che parla di cose siciliane a siciliani in Sicilia, ma non ho voluto sconcertare chi magari (spero pochi) avrebbero arricciato il naso sino a richiamare la presidenza al rispetto di una loro presunta offesa italianità. Purtroppo, il tempo a disposizione non mi consente di entrare nel particolare della mia proposta di koinè scritturale siciliana, né sarebbe questa la sede: chissà, forse in seguito si potrà organizzare un incontro di “conversazioni siciliane” dove anche le domande dovranno essere poste in siciliano. Comunque, chi volesse saperne di più sulle regole ortografiche dettate dalla “Kademia du Krivu” potrà, farlo consultando un sito internet che aprirò il mese venturo e i cui riferimenti ho promesso dare per primo al dott. Ninni Casamento cui va il mio personale affettuoso plauso per tutte le sue iniziative cultural-sicilianiste e per avermi egli dato la possibilità di gridare ancora una volta il mio messaggio: siciliani, finché possiamo, salviamo la nostra lingua, tra i nostri preziosi beni culturali, forse, il più prezioso.
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