.
Prima pagina
Lingue
Culture
Cooperazione
Viaggi
Informazione
Chi siamo
Partecipa
Archivio
Mappa
.

Lingue   Culture   Cooperazione   Viaggi   Informazione

 

Prima pagina  Informazione Contributi originali

La lingua siciliana nella produzione letteraria del medioevo

L'INFORMAZIONE

Contributi originali

Dalla rete

Dalla stampa

Pagine di Repubblica

Eventi e iniziative

 

di Filippo Maria Provitina

Conferenza di Filippo Maria Provitina

nell'ambito del  5° Corso di Lingua e letteratura siciliana

Palermo, 21 febbraio 2008

 

   Come prima cosa bisogna capirsi su cosa si intende per "medioevo" (letteralmente "età di mezzo") : periodo storico in cui fiorisce la società feudale e, dalla sua crisi, in cui sorgono le signorie, con conseguente rinnegazioni degli ideali culturali del mondo classico e trionfo della corruzione ecclesiastica, ma anche periodo storico in cui vive il senso della unità culturale,politica e religiosa.

   Queste condizioni si riscontrano, per la storia d'Italia, dalla caduta dell'impero romano d'Occidente (476 d. C.) alla scoperta dell'America (1492 d. C.). Ma per la storia della Sicilia in particolare, mi associo a Santi Correnti allorchè sostiene che la sua datazione va dal 827 al 1735 semplicisticamente essendo che l'influenza della cultura araba allontanò la civiltà di questa regione dalla cultura del classicismo e che la "fuga" dall'assoggettamento spagnolo portò alla apertura di una coscienza umanistica di ricerca dei valori del mondo classico. Innegabile, tra l'altro, che è proprio questo il periodo in cui la Sicilia trova e matura una propria identità unitaria sia culturale che politica che religiosa formandosi come nazione di consapevole popolo.

   A riprova di ciò, già sotto l'influenza araba, si avvia, sia sotto forma poetica che sotto forma narrativa, una pur modesta produzione letteraria ispirata alla società siciliana (e qui ricordo le opere di Ibn Battuta, Ibn Jubayr, Abu Abdallàh Muhammed, al Butiri, Giawar, Abd ar-Rahman, Ibn Rashiq, Ibn Hamdis, Ibn Hauqal, Abn-r-Rama, e posteriori al periodo prettamente arabo ma ancora di origine musulmana, Abu Abdallàh Muhammed e Ibn Fadl Allàh al-'Umari).

   Bisogna però arrivare al 1153 per trovare una espressione linguistica compiuta in diplomi del Regno e in atti testamentari e al 1170 per riscontrare notizia di affermazione della nuova lingua nei versi dei menestrelli alla corte di re Guglielmo il Buono.

   Da qui in avanti è tutto un florilegio di contributi avallati dalla politica ufficiale tanto da trovare parole siciliane nelle formelle in bronzo dei portali del duomo di Monreale datati 1186.

   Il nuovo secolo vede la corte di re Federico II, dove pure era presente l'intellettuale ebreo Ya'aqov ben Abba Mari Anatoli, dotarsi di una Scuola Poetica Siciliana capace di produrre opere letterarie quali il "Contrasto" di Cielo d'Alcamo nel 1230 e, dello stesso periodo, componimenti di valore dei vari Jacopo da Lentini, Stefano Protonotaro, Pier della Vigna, Filippo da Messina, Ruggerone e Ranieri da Palermo, Guido delle Colonne, Mazzeo Riccio, Rinaldo d'Aquino, Ruggero d'Amici, lo stesso Federico II e i suoi figli Manfredi e Enzo. Fu allora che Dante la definì "la prima lingua degna di essere adottata a livello nazionale" dalle popolazioni italiche.

   Opere storico-letterarie di quel tempo vennero prodotte da Bartolomeo Neocastro, da Tommaso Caloiro, da Niccolò Speciale ("Historia sicula"), ma anche dall'Anonimo messinese del XIII secolo ("Lu ribellamentu di Sicilia") da Johanni Campulu di Messina ("Lu libru di lu dialugu de Sanctu Gregoriu"), da Angelo Senisio ("Declarus", un vocabolario latino spiegato in siciliano),  da Angelo di Capua ("Storia di Eneas"), da Micheli da Piazza ("Lu viaggiu di re Luduvicu di Catania a Agira" e  "Cronica"), da Simone da Lentini ("Conquesta di Sichilia per manu di lu conti Rogeri"), da Atanasio d'Aci ("Rilazioni pi la vinuta di re Giacumu a Catania"). E ancora testi teatrali di Giovanni Morello e di Marco De Grandi e testi religiosi di anonimi mentre i re di Sicilia del periodo aragonese-catalano parlavano e scrivevano in siciliano e letterati italiani di poco posteriore (Pietro Bembo, ad esempio), quando già imperava la necessità politica di assimilare la cultura dell'isola a quella del continente a sud delle terre del Papa, riconoscevano alla lezione siciliana la nascita della poetica italiana.

   L'influenza castigliana orienta gli scritti siciliani verso l'abbandono dei segni grafici tipici di influenza bizantina ma, con tutto ciò, Giovanni Dies pubblica "La vita e il martirio di S.Agata", Mariano Bonincontro "Apothemi", Claudio Mario Arezzo un Compendio di grammatica e canzoni , un anonimo "La mascalcia", Luigi Ciellio una raccolta di sentenze cristiane e documenti vari e, soprattutto, i primi vocabolari  di una lingua volgare editi in Europa: il "Vallilium" di Nicolò Valla e quello siculo-spagnolo-latino di Lucio Cristofaro Scobar.

   Mano a mano però che avanza il XVI secolo si pubblica sempre più  una specie di maccheronico dove ai vocaboli siciliani e latini si mescolano termini italiani. Tra gli autori rappresentativi di questo passaggio, oltre ai noti Matteo Caldo ("Le vite del Salvatore", "L'alma sua madre") e Martin Coccaio detto Falengo, cito i poeti Pietro Gravina,  Giano Vitale, Angelo Barbaglitta, Carlo Rocco, Francesco Reitano, Veraldo di Rocco e Bartolomeo d'Asmundo.

   Quindi l'epigono  in elegante lingua siciliana di Antonio Veneziano con il suo canzoniere "Celia" e la sua raccolta di proverbi in ottava rima, oltre all'Anonimo cantore di "La barunessa di Carini" e ad un manoscritto di Silvio Risico che è alla base della paremiografia.

   L'ultimo secolo del medioevo siciliano, il '600, registra la raccolta di canzoni popolari, curata da Giuseppe Galeani, e "Lo cunto de li cunti" ad opera del napoletano Giambattista Basile.Di La Farina, Riccio e Catania altra antologia di proverbi e canzoni siciliane.

     Non mancano le fondazioni di Accademie culturali (ma di questo ne riferirò in altra occasione) così come, con l'intento di insegnare ai siciliani a conoscere, parlare e scrivere l'italiano, non difetta la stesura di vocaboli e dizionari, rigorosamente compilati utilizzando l'alfabeto italiano: il primo è Anonimo l'altro del Tarantola e altri due, rimasti manoscritti, rispettivamente di Placido Spatafora e di Vincenzo Auria.

   Per finire, nel primo decennio del '700, con la dichiarata intenzione di "traspurtari   alla moda taliana li frasi e modi di lu parlari di chistu regnu", Onofrio Malatesta pubblica "Vocabulariu Sicilianu" e Giambattista Caruso, nel 1726, "Rime" di autori vari.

   Avrei voluto raccogliere tematicamente le opere qui cronologicamente citate, ma ciò avrebbe comportato approfondimenti critici così necessitando di più tempo, sicchè, non volendo approfittare della Vostra pazienza ho optato per il più semplice metodo delle elencazioni rimandando l'approfondimento ad altra occasione.

   Ringraziando, Vi invito ad incontrarci nuovamente allorchè tratterò nel merito del contributo dato dalla Sicilia allo scibile del sapere con ciò intendendo i primordi della letteratura e delle scienze.

La nostra iniziativa editoriale

Il giornale dei popoli del mediterraneo

 

Prima pagina   Lingue   Culture   Cooperazione   Viaggi   Informazione   Chi siamo   Partecipa   Archivio   Mappa