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Sullo stato di salute del "Parlar siciliano"

di Filippo M. Provitina

 

Gentili signore e signori,

il 9 marzo scorso ho qui piacevolmente conversato sulla necessità di dare ai siciliani una koinè scritturale dei loro mille dialetti, dialetti, però, è subito da precisare, tutti immediatamente riconducibili ad una unica lingua.

In Sicilia, vedete, è avvenuto nei secoli scorsi quello che avvenne nell’Ellade qualche millennio fa, ovvero la prevalenza di una forma dialettale sull’altra, solo che là il dialetto di Atene fece da koinè imponendosi con dignità di lingua per l’intera nazione greca, mentre qua il processo di volta in volta avviatosi con il dialetto dell’area palermitana (Veneziano nel ’500, meli nel ’700) o con il dialetto dell’area catanese (Tempio nel 700, Martoglio e Di Giovanni nell' 800/ 900),  per non dire degli illustri autori della Sicilia centrale (De Simone, Giusti-Sinopoli e Morina nel ’900), non ha mai trovato, per ragioni esclusivamente politiche, il proprio punto di approdo.

Risultato ne è che i siciliani, volenti o dolenti, hanno sempre dovuto ufficialmente parlare lingue diverse dalla loro.

Comincio questa conversazione parafrasando Thierry Fabre allora che filosofeggiava sulle terre del Mediterraneo: la Sicilia corre il forte rischio di essere vista come “un semplice crocevia” di influenze diverse, un involucro cedevole, uno scrigno bello ma privo di gioielli, espressione idealizzata di un tempo trascorso, luogo di culture prive di linfa, isolate, frammentate..." .

Già, perché coloro che si interessano dell’isola, ne parlano utilizzando sempre più frequentemente espressioni come “la Sicilia greca”, “al tempo dei Romani”, “sotto il dominio arabo”, “all’epoca normanna”, “nel periodo spagnolo”, e così via, mentre della Sicilia “siciliana” non si parla mai salvo per coprirla di diffamazioni che ne screditano l’immagine agli occhi del mondo enfatizzando ordinari reati e delitti che pure sono presenti ovunque si sia formata una Società basata sulla finanza.

Eppure non sono pochi, nè di poco conto, i contributi apportati dai Siciliani alla cultura e alla società civile, anche in questo nostro tempo, in tutti gli scibili.

Sono forse, questi personaggi, greci, romani, arabi, normanni, spagnoli, ecc. ecc., o, piuttosto, non sono siciliani? Allora, mettiamo da parte i luoghi comuni affinché non si debba più sentire un siciliano dire, come sempre più spesso accade, “noi della Penisola” o “noi dello Stivale”.

Certo non sarà cosa facile perché si sa che ai siciliani, forse per autodifesa, piace denigrarsi e nascondere i loro tesori sino al punto da non ricordarsi più di possederli: per questo il palazzo Reale di Palermo viene detto dei Normanni (quando si sa che preesisteva a loro di una quindicina di secoli), i teatri antichi e i templi pagani vengono detti greci o romani (quando si sa che ben prima di loro gli abitanti di Segesta e di Agira, di Siracusa e di Taormina, di Agrigento e di Tindari, di Morgantina e di Eraclea Minoa o di Palazzolo Acreide disponevano di tali strutture ludiche e religiose).

Ma queste sono cose di comodo, perché come i siciliani si sono detti greci al tempo degli ellenici, latini al tempo dei romani, arabi al tempo dei musulmani, spagnoli al tempo degli iberici, italiani oggi, così cambiando il loro status a seconda del potentato di turno, non c’è da stupirsi che abbiano preferito alla propria lingua quella greca, latina, araba, spagnola, italiana.

"Purtroppu ankora n’Sicilia nun eni komu nâ Skozia unni i kastedda, sunu pezzi di storia pî turisti komu pî nnijni: kka, na sta terra strapazzata, i rudiri di Silinunti sunu pezzi di storia sulu pî turisti; pî nnijni, un munzeddu di petri ka eni un pikkatu nun putiri usari komu matiriali di kava jà travaghatu. Eppuru, stu abannunu ci duna un faxinu riali, so, tuttu so, e fa a Sicilia terra sidotta ka siduci".

La brutale spoliazione aurea e patrimoniale, il sistematico dissesto produttivo, la provocata spinta migrazionale, la forzata dipendenza economica, la legalizzata deculturazione, hanno finito, negli ultimi due secoli e mezzo, per sfiancare la società siciliana facendole perdere valori e caratterizzazioni, giungendo persino a minarne la stessa identità.

Epperò, la storia dei popoli, si sa, non può essere cancellata nè in un secolo nè in un millennio; almeno sino a quando quel popolo esisterà, fosse anche in un ridottissimo gruppo superstite. È così, per esempio, per i Cheyennes d’America (dove poche centinaia di individui custodiscono e tramandano ataviche memorie conservando tradizioni, usi, costumi, utensili e conoscenze d’essi), per gli Alakaluf del Sud-America o per gli abitanti delle isole Andamane della Malesia, etnie che, pur essendo ornai ridotte a poche decine d’individui, rappresentano ancora un vivido esempio di popolazioni note ed attenzionate.

Ma cos’è che più di ogni altra cosa caratterizza ed identifica, inequivocabilmente un popolo? Certo sono tradizioni, usi e costumi ma ancor di più il proprio modo di comunicare e relazionarsi, insomma la propria lingua, vettore di conoscenze e di legami sociali atavicamente sedimentatisi in quella particolare realtà sociale. Ora, per quanto riguarda proprio l’aspetto linguistico, stando a quanto ritiene il Krauss, un popolo può dirsi vivo sino a quando il suo idioma viene parlato da almeno alcune decine di migliaia di persone. In serio pericolo, pertanto, potrebbero essere il bretone in Francia, il gaelico in Irlanda e nel Galles e il celtico in Inghilterra, il basco in Spagna, il gallo-italico ed il greco-albanese in Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata, il friulano nel Triveneto, il lappone nei paesi scandinavi, l’ainu in Giappone, l’eschimese e l’amerindo nel nord America. L’elenco potrebbe continuare a snocciolare nomi ancora per molte righe senza, pero comprendervi, purtroppo, il navajo, tribù indiana del nord America resa famosa dalle avventure del celebre eroe dei fumetti Tex Willer, e, dal 1988, l’umutina dell’omonima tribù originaria, della foresta brasiliana sita lungo le rive del Paraguay, idiomi ormai irrimediabilmente perduti tra i circa cinquemila (300 famiglie raggruppabili in qualche capostipite) ancora presenti nel pianeta tutti derivanti, secondo lo Shevoroshkin della Michigan university, dalla proto-lingua madre mediorientale di 20.000 anni fa convenzionalmente detta “nostratico” (un antico semitico –secondo S. Agostino e Ernesto Renan – o un antico sancrito – secondo William Jones e Max Muller).

Ma più che il numero dei parlanti è la loro qualità che fa grande una lingua. Singer utilizzò l’yddish (antica lingua compresa da una manciata di persone nel mondo) per celebrare la diaspora ebraica in Europa, così riscrivendo e facendo riscrivere i fatti e gli avvenimenti già consegnati agli archivi della Storia sulla persecuzione nazista.

Quando ci si misura con il caso della Sicilia e della gente che vi abita non si può non tenere conto del fatto che ci si trova di fronte ad un popolo composto da ben cinque milioni d’individui stanziati in un’area geograficamente ben definita (l’isola stessa), provvisti di una lingua tuttora in uso persino presso quei milioni di siciliani dispersi nei quattro angoli del pianeta. Proprio quest’ultimi, continuando ad avvalersi dell’utilizzo dell’idioma natio, mantengono vivo il legame con la loro madrepatria, consapevoli di fungere da orgogliosi testimoni di una cultura millenaria e rappresentanti di un popolo dalle spiccate ed originali peculiarità tanto che l’Hoffman, nella sua Map of Mankind, riferendosi al modo di essere della gente di Sicilia, coniò la dicitura di “specie sicilian man”.

L’uomo di cultura (qualunque sia la sua nazionalità o estrazione) deve renderei conto che la Sicilia non e uno “scoglio” ma, per la, conformazione stessa del suo territorio, un vero e proprio “continente” in cui si alternano situazioni desertiche, causate tanto da prolungati periodi di siccità quanto dalle rigidità, climatiche proprie dell’alta montagna. E ciò non deve meravigliarci più di tanto visto che nell’isola è possibile, nel breve volgere di appena una trentina di chilometri (tanti quanti separano Catania dal Pian del lago dell’Etna), imbatterai in paesaggi naturali, riconducibili solo a regioni distantissime tra di loro come il continente africano e la Lapponia, consentendoci così, nel breve volgere della stessa giornata, di godere dei favori delle assolate spiagge ioniche e di poter sciare sulle piste innevate del Mongibello.

C’è ora da auspicarsi venga presto formulato un progetto educativo, naturalmente sostenuto da un apposito supporto legislativo, che renda obbligatorio lo studio nelle scuole dell’isola, di ogni ordine e grado, della vera storia, della lingua, e della cultura siciliana in tutte le sue sfaccettature.

Ku sta storia ka n’sicilianu si avi a parrari sulamenti kuannu avimu a skirzari o a fari festa o nê mumenti chu intimi kunfidinziali, amutivi, o kuannu n’avimu a xarriari ku korkunu di famigha o kuannu n’avimu a kuntari korki kosa triviali a n’amiku, succedi cha siddu di na parti kunsirvamu l’idioma di l’autra parti u digradamu.

L’avimu a finiri di vriugnarini da nostra lingua essennu idda, komu tutti i lingui du munnu, jniratrici di na kurtura littiraria di liveddu tantu àvutu di essiri traducuta n’tidesku di Goethe, n’talianu di Foskulu, ecc., di essiri stata aprizzata di ntillittuali komu Cervantes, Tassu, Karducci, acc. di essiri stata usata pi skriviri i kapituli du Regnu e, sinu ô sekulu skursu, u katikisimu da riligioni kristiana.

In Sicilia molta colpa di questo stato di cose ha la donna che, risvegliatasi dal suo coatto plurisecolare letargo in clima di cultura italiana, ha aborrito e rimosso dalla propria coscienza tutto ciò che è siciliano, insegnando da madre ai figli, da docente agli allievi e da capufficio ai dipendenti che “siciliano è brutto”.

Oj, purtroppu, kurremu un seriu riskiu, kiddu di vidiri apariri na un nenti mighara d’anni di silizioni ka anu furmatu na parrata unika, sulu pikì nun si metti rimediu â forti nvasioni dî palori taliani a kausa da tilivisioni ka amaestra i karusi anuccenti. E c’eni di peju ju a finiu ka nun ni kapimu chu manku tra nuatri pikì nun parramu bonu ne l’una ne l’autra lingua. E u sforzu fisiku ka facimu ni po dari midema pubremi di saluti. Nfatti mentri u sicilianu eni na lingua di gula e di nasu u taliano eni lingua di denti e di labbra e pi kistu, quannu parranu u talianu, simu kustritti a sfurzari tuttu l’apparatu vukali.

Non è uno scherzo: la lingua, le corde vocali, la gola nel suo insieme si sono modellate in funzione del nostro modo di parlare; e così anche la mente per la costruzione delle frasi.

Ed è un fatto genetico, i cui effetti non si possono annullare con l’ esercizio di una sola generazione. È questo il motivo per cui quando scriviamo o parliamo italiano si vede – ed è giusto si veda - che siamo siciliani.

Perdere la nostra lingua, significherebbe perdere l’identità etnica e culturale, il senso e il significato delle nostre radici storiche e antropologiche.

Oggi è purtroppo diventato difficile potere parlare liberamente il siciliano specie nei negozi, negli uffici, nei rapporti ufficiali con altre persone le quali, già per il fatto di non sentirti parlare italiano ti considerano incolto, provinciale e anche pericoloso.

Beh, a questo punto è il caso dire che per noi siciliani si tratta di un problema di fondo: la politica vuole darci ad intendere che la Sicilia, è una regione dove si parla un dialetto ma, che comunque non c’e differenza sostanziale tra Regione e Stato nè tra dialetto e lingua. E questo ci viene detto per bocca di studiosi i quali, evidentemente, non tengono conto che al di là dalle loro belle disquisizioni ciò che conta è il significato dato ai termini dalla gente comune. Credo che a bella posta si voglia forzatamente ridurre questa “nazione con lingua propria” a “regione priva di identità e caratterizzazione culturale”, Si vuole fare della gente di Sicilia un non-popolo.

Le forzature in questo senso iniziarono già massicciamente con i borboni che nel ’700 imposero l’italiano come lingua ufficiale, ma fu solo dopo la seconda guerra mondiale (e gli ultra cinquantenni lo ricordiamo bene) che, a causa della scolarizzazione massiccia, dei mass-media e della diffusione televisiva, anche il popolo minuto cominciò ad abbandonare il siciliano per l’italiano.

Oggi ai verifica anche che la lingua inglese si è parecchio infiltrata nel lessico italiano e, tramite questo, nell’italiano corrente dei siciliani: questo fatto sta provocando un rigetto di alcune fasce di intellettuali che, come reazione, si rifugiano nella loro antica lingua rimasta, in questo senso, incontaminata.

In Sicilia c’è ancora un 40% della popolazione che parla solo siciliano contro un 30% di italofoni, l’altro 30% parla indifferentemente sia l’una che l’altra lingua prediligendo il siciliano nei momenti in cui i sentimenti forti giocano la loro parte. Penso che, di fronte ai Veneti e Piemontesi, ai Friulani e Laziali, ai Lombardi e Napoletani, ci dovremmo proprio vergognare.

U nostru difettu chu granni eni ka ni vulimu fari sempri niki-niki, eni ka vulimu amuccari i nostri virtù . Ma na stu kasu eni komu vuliri amuccari u suli kû krivu pikì a nostra dignità linguistika eni kanuxuta fori di nuatri stissi.

Se la tartaruga è una tartaruga, un pesce è un pesce, il nero è nero, la formica è formica, l’avvocato è avvocato, non vedo perché un siciliano non debba essere un siciliano. E se la lingua del popolo siciliano è il siciliano, non vedo perché i suoi istruiti non debbano parlare il siciliano dotto e raffinato piuttosto che il greco o il latino, l’arabo o lo spagnolo, il francese o l’italiano a seconda, dei tempi storici. Qualcuno vuole sostenere che l’italiano è il siciliano dotto: ancora una offesa, all’intelligenza di chi non vuole farsi prendere in giro.

E’ bello forse che in Sicilia si parli italiano e si canti inglese? C’è chi sostiene che oltre che bello è anche giusto. Succede oggi che nuove generazioni scoprono il siciliano da adolescenti, quasi per spiritosaggine, senza però essere più in grado di parlarlo correttamente. Per non dire delle nuovissime generazioni che si rivolgono in italiano al loro papà il quale, pur essendo buon conoscitore del siciliano, è indotto a rispondere in italiano anche per evitare di dovere litigare con la propria moglie.

Siamo al punto del non ritorno, un punto che non bisogna superare. Questo è il momento che la lingua siciliana entri nella scuola di ogni ordine e grado e nelle TV locali e regionali. Sarebbe la sua sicura fine, esito di ogni lingua morta, entrare a fare parte delle lingue d’elite utili per le frasi fatte e le citazioni colte.

Personalmente trovo ridicolo che i relatori siciliani adottino l’italiano per commemorare autori di lingua siciliana o per magnificare questo idioma o per presentare un testo scritto in questa lingua. Potrebbe anche essere oggi il mio caso, ma dirò dopo.

Ricordo di un docente svedese che in un corso dell’ISIDA si scusava con noi dell’aula di non conoscere il siciliano tanto bene da potere svolgere in quella lingua la sua lezione, e altri studiosi stranieri ci tirano spesso le orecchie con i loro interventi: da Eberardo Horst (allorché si occupa di Federico II e della sua corte) a Gonzalo Alvarez Garcia (allorché espone su Santa Rosalia e su Erkte)

La stessa propaganda, “Europa” curata dallo Stato sul finire del 2000 ha trovato impreparata la Regione con la quale pure ha prodotto tre cartelloni:

·        Talìa and think;

·        Addumamu your hope;

·        Travaghiamu for you.

In chiusura, se vi dicessi che ho visto un uomo bianco come la pece con indosso una camicia nera come la neve mi credereste? Se vi dicessi che esiste un siciliano a cui piace fare le proprie conferenze in siciliano, mi credereste?

Le considerazioni sull’assurdo della prima domanda sono che una persona con addosso una camicia sicuramente incontrai: africano con camicia di colore bianco e nero? europeo con camicia, di colore nero o bianco?

Così come sull’assurdo della seconda domanda una certezza c’è: questo siciliano che in Sicilia parla a dei siciliani in siciliano esiste e sono io!

Mi si può chiedere: “Ma komu, vussia parra Sicilianu di cosi siciliani tra siciliani n’ Sicilia? E io riapondo: “Unni se no?”. Non dobbiamo dimenticare che la mia “Kademia du Krivu” eni ddu loku unni si pensa, si parra, s’askuta, si lej, si studia e si skrivi sulamenti n’lingua siciliana pi cerniri tutti i purkarî e skartari u meghu di littiratura arti e xenzi e che il 2° comma dell’art.4 del suo statuto-regolamento mi autorizza, in casi come questo dove sono presenti ospiti stranieri, a poter parlare anche in altra lingua.

 

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