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E' noto come la nostra Sicilia ha sempre subito,
nella sua sofferta storia, pesanti influenze
straniere, e che ogniqualvolta questo è avvenuto si
è posto il problema della lingua ufficiale da
imporre al popolo di questa regione del bacino del
mare Mediterraneo. Però, fosse lingua ufficiale il
greco o il latino, l'arabo o lo spagnolo o
l'italiano, mai è stato risolto il problema della
vera lingua madre parlata dal popolo siciliano,
l'idioma siciliano, per l'appunto, che, pur nelle
sue varianti, veniva e viene usato dalla maggior
parte degli abitanti di questo vasto arcipelago oggi
politicamente composto da ben quindici isole
ospitanti oltre cinque milioni di abitanti.
Mai supportati da una convinta volontà politica,
gli studiosi si sono spesso persi nella discussione
di un falso problema: se il modo di trascrivere il
parlato siciliano deve rispettare il rigore
etimologico o il rigore fonetico! Ebbene, sino alla
fine del '800 rispettabilissimi letterati quali il
Traina e il Pitrè, il Salomone-Marino e il Vigo,
ecc., dopo lunghe disquisizioni sull'uso della "x"
o della "sc" per esprimere il suono "sci", non
riuscendo a trovare una comune intesa lasciarono le
cose come stavano rinunciando a porre le basi per la
fondazione di una Accademia che dettasse regole
precise.
Ovviamente loro non furono i primi a provarci (e
a non riuscirci), basti pensare agli sforzi fatti in
tal senso da Francesco Paolo Di Blasi con la sua
"Accademia siciliana" presieduta da Giovanni Meli;
il Di Blasi venne giustiziato come rivoluzionario
nel 1795 e il Meli scagliò la sua famosa invettiva
"A difesa dell'idioma siciliano": <<Viva la matri
vostra / Iddiu la guardi, / amatila e nun cercati na
matrigna, / sia lodi e triddu di muli bastardi / lu
zzappari di l'estiri la vigna >>.
Ma, si sa, sia l'800 che il '700 e altri secoli
antecedenti, come il '900 e, così almeno pare, il
primo secolo del terzo millennio, sono stati e sono
culturalmente condizionati dalla scelta della lingua
italiana come rappresentante assoluta della penisola
e delle isole che vi gravitano attorno.
Ne deriva che gli autori siciliani,
disinvoltamente orientati dai docenti di letteratura
a trascrivere le varie parlate locali con le lettere
dell'alfabeto italiano al fine di consentire una più
facile comprensione dei testi qua e là prodotti
nell'ambito dello Stato, hanno inconsciamente
adottato la scelta fonetica e, per di più, l'uso di
un alfabeto non proprio.
Gli stessi tentativi di dare agli scrittori in
siciliano una koinè di riferimento fatti da Alessio
Di Giovanni e dalle Scuole poetiche sorte nel
secondo dopoguerra sia a Palermo (Nuova Scuola
Poetica Siciliana) che a Catania (Movimento
letterario Trinacrismo), non ebbero modo nè tempo di
prendere in considerazione la riesumazione dei segni
grafici siciliani rilevabili nei testi dal XII al
XVI secolo (poi sempre più raramente ripresi negli
anni successivi).
Prima di passare alla seconda parte della
relazione, e riservandomi di approfondire alcuni
aspetti nella prossima relazione del 21 febbraio,
dico due cose:
1
- non è onesto parlare o di scelta etimologica o di
scelta fonetica in quanto le due cose non sono
inscindibili, anzi devono camminare assieme perchè
ambedue necessarie;
2
- nel 1995, dopo almeno un decennio di mature
riflessioni, ho ideato e fatta fondare una
Associazione linguistico-culturale detta "Kademia du
krivu" dove "si pensa, si parra, s'askuta, si lej,
si studia e si skrivi" solamente in lingua siciliana
ma, soprattutto, dove, nel rispetto di tutte le
inflessioni dialettali locali, propone che la
virtuale "tabella fonica siciliana" si trascriva
utilizzando i 29 segni appositamente ricostruiti in
una convenzionale "tavola grafica
siciliana".
A questo punto, a scanso di equivoci, è bene
chiarire subito che l'idioma siciliano non è un
dialetto della lingua italiana, sia per ragioni
storico-letterarie, sia per specificità fonetica.
Infatti, il parlato siciliano, che è alla base della
formazione della lingua italiana allorchè Dante
Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio
portavano con le loro opere l'idioma toscano alla
attenzione degli intellettuali italici, ha
particolari fonemi che ancora oggi da questa la
distinguono (es: "c", "ch", "k", "x", "d", "dd",
"dr", "g", "gh", "gn", "j", "ng", "ngr", "sc",
"sk", "sg", "str", "tr", "z", "zz"). Per non dire
poi della costruzione delle frasi, assolutamente
diversa nelle due lingue.
Certo, anche l'idioma siciliano, come l'italiano,
il francese, lo spagnolo, il ladino, è fortemente
influenzato dalla lingua di Roma antica al punto da
potersi dire neo-latino, ma occorre anche qui
precisare che, con tutto ciò, non è neanche un
dialetto della lingua latina.
E come tutte le lingue, anche quella siciliana
non sfugge alla regola di riconoscersi in una
diaspora di dialetti e di sottodialetti. Per citarne
alcuni presenti in vaste aree cito quelli
convenzionalmente detti "del messinese", "del
catanese-siracusano", "del siciliano sud-orientale",
"del nisseno-ennese", "dell'agrigentino", "del
palermitano", "del trapanese", per dire solo dei
dialetti più rappresentativi. E' ovvio che in
ciascuna di queste aree ci sono dei bacini
sub-dialettali estremamente rappresentativi quando
si pensa ad elevati contributi letterari quali, ad
esempio, quelli dati da Emilio Morina di Agira,
Vincenzo De Simone da Villarosa, Antonio Onorato da
Pollina, ecc.
In questa vasta regione del Mediterraneo sono
oggi individuabili ben 1080 borghi compresi in 390
comuni, centri abitati i quali, anche se a volte
topograficamente vicini, hanno avuto fondazione
spesso diversa tra loro per effetto della
lunghissima e tormentata storia siciliana: non deve
stupire che in uno stesso comune, pur piccolo, si
riscontrino due o tre delle centinaia di forme
sub-dialettali della lingua siciliana se si pensa
che un quartiere può trarre origine da immigrati
gallo-lombari, un altro da comunità arabe, un altro
ancora da preminenze etniche bizantine o spagnole o
normanno-sveve ecc.
Ribadisco, comunque, che dialetti, sub-dialetti e
vernacoli, ma anche i più nascosti gerghi parlati in
Sicilia, sono tutti riconducibili ad una lingua
siciliana che trova i suoi riscontri letterari sin
dal XII secolo alla corte di re Guglielmo II detto
"il Buono".
In chiusura, a proposito delle regole
ortografiche adottate dalla "Kademia du krivu", mi
piace riferire che già nella metà del XIII secolo
Cielo d'Alcamo non usava la "h" davanti a talune
voci del verbo "avere", che nella prima metà del XIV
secolo l'abate Senisio adottava la "k" al posto
della "c dura", che nella prima metà del XVI secolo
lo Scobar formalizzava i segni grafici "ch" e "x"
dove poi per sudditanza culturale si usò "cchi" e
"sci", che nella seconda metà del XVI secolo Antonio
Veneziano sceglieva il segno grafico "gh" dove la
dipendenza dalla scrittura fonetica italiana
porterà il "gghi", che a cavallo tra il XVIII e il
XIX secolo il Meli sposò la tesi dell'uso della "j"
invece che della "gi", che nei primi anni del XX
secolo Martoglio riduce gli articoli "lu", "li",
ecc. in "u", "i", ecc. e che nella seconda metà del
XX secolo Salvatore Camilleri consiglia di contrarre
le preposizioni articolate "a li" in "e^", "a lu",
in "o^", ecc.. A chiudere il cerchio, Santi Correnti
considera improprio usare la "h" davanti ad alcune
voci del verbo "avere".
Grazie a questi illustri precedenti, viene facile
ricostruire l'alfabeto siciliano, il solo capace di
esprimere con segni noti i 29 suoni essenziali di
questa lingua, senza dovere prendere in prestito,
come da tempo ormai si è fatto, l'insufficiente
alfabeto della lingua italiana:
a, b, c, ch, k, x, d, dd, e, f, g, gh, gn, j, h, i,
l, m, n, o, p, r, s, sc, t, u, v, z, zz. |