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La tabella fonica dell'idioma siciliano e la trascrizione dei relativi fonemi

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di Filippo Maria Provitina

Conferenza di Filippo Maria Provitina

nell'ambito del  5° Corso di Lingua e letteratura siciliana

Palermo, 24 gennaio 2008

   E' noto come la nostra Sicilia ha sempre subito, nella sua sofferta storia, pesanti influenze straniere, e che ogniqualvolta questo è avvenuto si è posto il problema della lingua ufficiale da imporre al popolo di questa regione del bacino del mare Mediterraneo. Però, fosse lingua ufficiale il greco o il latino, l'arabo o lo spagnolo o l'italiano, mai è stato risolto il problema della vera lingua madre parlata dal popolo siciliano, l'idioma siciliano, per l'appunto, che, pur nelle sue varianti, veniva e viene usato dalla maggior parte degli abitanti di questo vasto arcipelago oggi politicamente composto da ben quindici isole ospitanti oltre cinque milioni di abitanti.

   Mai supportati da una convinta volontà politica, gli studiosi si sono spesso persi nella discussione di un falso problema: se il modo di trascrivere il parlato siciliano deve rispettare il rigore etimologico o il rigore fonetico! Ebbene, sino alla fine del '800 rispettabilissimi letterati quali il Traina e il Pitrè, il Salomone-Marino e il Vigo, ecc., dopo lunghe  disquisizioni sull'uso della "x" o della "sc" per esprimere il suono "sci", non riuscendo a trovare una comune intesa lasciarono le cose come stavano rinunciando a porre le basi per la fondazione di una Accademia che dettasse regole precise.

   Ovviamente loro non furono i primi a provarci (e a non riuscirci), basti pensare agli sforzi fatti in tal senso da Francesco Paolo Di Blasi con la sua "Accademia siciliana" presieduta da Giovanni Meli; il Di Blasi venne giustiziato come rivoluzionario nel 1795 e il Meli scagliò la sua famosa invettiva "A difesa dell'idioma siciliano": <<Viva la matri vostra / Iddiu la guardi, / amatila e nun cercati na matrigna, / sia lodi e triddu di muli bastardi / lu zzappari di l'estiri la vigna >>.

   Ma, si sa, sia l'800 che il '700 e altri secoli antecedenti, come il '900 e, così almeno pare, il primo secolo del terzo millennio, sono stati e sono culturalmente condizionati dalla scelta della lingua italiana come rappresentante assoluta della penisola e delle isole che vi gravitano attorno.

   Ne deriva che gli autori siciliani, disinvoltamente orientati dai docenti di letteratura a trascrivere le varie parlate locali con le lettere dell'alfabeto italiano al fine di consentire una più facile comprensione dei testi qua e là prodotti nell'ambito dello Stato, hanno inconsciamente adottato la scelta fonetica e, per di più, l'uso di un alfabeto non proprio.

   Gli stessi tentativi di dare agli scrittori in siciliano una koinè di riferimento fatti da Alessio Di Giovanni e dalle Scuole poetiche sorte nel secondo dopoguerra sia a Palermo (Nuova Scuola Poetica Siciliana) che a Catania (Movimento letterario Trinacrismo), non ebbero modo nè tempo di prendere in considerazione la riesumazione dei segni grafici siciliani rilevabili nei testi dal XII al XVI secolo (poi sempre più raramente ripresi negli anni successivi).

   Prima di passare alla seconda parte della relazione, e riservandomi di approfondire alcuni aspetti nella prossima relazione del 21 febbraio, dico due cose:

1 - non è onesto parlare o di scelta etimologica o di scelta fonetica in quanto le due cose non sono inscindibili, anzi devono camminare assieme perchè ambedue necessarie;

2 - nel 1995, dopo almeno un decennio di mature riflessioni, ho ideato e fatta fondare una Associazione linguistico-culturale detta "Kademia du krivu" dove "si pensa, si parra, s'askuta, si lej, si studia e si skrivi" solamente in lingua siciliana ma, soprattutto, dove, nel rispetto di tutte le inflessioni dialettali locali, propone che la virtuale "tabella fonica siciliana" si trascriva utilizzando i 29 segni appositamente ricostruiti in una convenzionale "tavola grafica siciliana".                                                      

   A questo punto, a scanso di equivoci, è bene chiarire subito che l'idioma siciliano non è un dialetto della lingua italiana, sia per ragioni storico-letterarie, sia per specificità fonetica. Infatti, il parlato siciliano, che è alla base della formazione della lingua italiana allorchè Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio portavano con le loro opere l'idioma toscano alla attenzione degli intellettuali italici, ha particolari fonemi che ancora oggi da questa la distinguono (es: "c", "ch", "k", "x", "d", "dd", "dr", "g", "gh", "gn",  "j", "ng", "ngr", "sc", "sk", "sg", "str", "tr", "z", "zz"). Per non dire poi della costruzione delle frasi, assolutamente diversa nelle due lingue.

   Certo, anche l'idioma siciliano, come l'italiano, il francese, lo spagnolo, il ladino, è fortemente influenzato dalla lingua di Roma antica al punto da potersi dire neo-latino, ma occorre anche qui precisare che, con tutto ciò, non è neanche un dialetto della lingua latina.

   E come tutte le lingue, anche quella siciliana non sfugge alla regola di riconoscersi in una diaspora di dialetti e di sottodialetti. Per citarne alcuni presenti in vaste aree cito quelli convenzionalmente detti "del messinese", "del catanese-siracusano", "del siciliano sud-orientale", "del nisseno-ennese", "dell'agrigentino", "del palermitano", "del trapanese", per dire solo dei dialetti più rappresentativi. E' ovvio che in ciascuna di queste  aree ci sono dei bacini sub-dialettali estremamente rappresentativi quando si pensa ad elevati contributi letterari quali, ad esempio, quelli dati da Emilio Morina di Agira, Vincenzo De Simone da Villarosa, Antonio Onorato da Pollina, ecc.

   In questa vasta regione del Mediterraneo sono oggi individuabili ben 1080 borghi compresi in 390 comuni, centri abitati i quali, anche se a volte topograficamente vicini, hanno avuto fondazione spesso diversa tra loro per effetto della lunghissima e tormentata storia siciliana: non deve stupire che in uno stesso comune, pur piccolo, si riscontrino due o tre delle centinaia di forme sub-dialettali della lingua siciliana se si pensa che un quartiere può trarre origine da immigrati gallo-lombari, un altro da comunità arabe, un altro ancora da preminenze etniche bizantine o spagnole o normanno-sveve ecc.

   Ribadisco, comunque, che dialetti, sub-dialetti e vernacoli, ma anche i più nascosti gerghi parlati in Sicilia, sono tutti riconducibili ad una lingua siciliana che trova i suoi riscontri letterari sin dal XII secolo alla corte di re Guglielmo II detto "il Buono".

   In chiusura, a proposito delle regole ortografiche adottate dalla "Kademia du krivu", mi piace riferire che già nella metà del XIII secolo Cielo d'Alcamo non usava la "h" davanti a talune voci del verbo "avere", che nella prima metà del XIV secolo l'abate Senisio adottava la "k" al posto della "c dura", che nella prima metà del XVI secolo lo Scobar formalizzava i segni grafici "ch" e "x" dove poi per sudditanza culturale si usò "cchi" e "sci", che nella seconda metà del XVI secolo Antonio Veneziano sceglieva il segno grafico "gh" dove la dipendenza dalla scrittura fonetica  italiana porterà il "gghi", che a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo il Meli sposò la tesi dell'uso della "j" invece che della "gi", che nei primi anni del XX secolo Martoglio riduce gli articoli "lu", "li", ecc. in "u", "i", ecc. e che nella seconda metà del XX secolo Salvatore Camilleri consiglia di contrarre le preposizioni articolate "a li" in "e^", "a lu", in "o^", ecc.. A chiudere il cerchio, Santi Correnti considera improprio usare la "h" davanti ad alcune voci del verbo "avere".

   Grazie a questi illustri precedenti, viene facile ricostruire l'alfabeto siciliano, il solo capace di esprimere con segni noti i 29 suoni essenziali di questa lingua, senza dovere prendere in prestito, come da tempo ormai si è fatto, l'insufficiente alfabeto della lingua italiana:

a, b, c, ch, k, x, d, dd, e, f, g, gh, gn, j, h, i, l, m, n, o, p, r, s, sc, t, u, v, z, zz.

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