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Una pagina sconosciuta della rivoluzione siciliana del 1860. I fatti di Alcara Li Fusi

 

di Pietro Siino

Ripensando al modo in cui si è realizzata l’unità d’Italia, sorge il sospetto anche ad un artigiano della storia quale io mi sono sempre reputato, che essa fosse stata decisa in quelle Alte Sfere in cui è difficile penetrare col pensiero umano. Potrebbe apparire strano che uno storico, abituato a fare i conti con la realtà effettuale e la concretezza dei fatti, possa essere fatalista, ma considerando separatamente tutta la serie di episodi, molti dei quali negativi e contraddittori, non resta che concludere che alla fine era scritto che tutto dovesse ricomporsi perché l’unità del paese si realizzasse. Basterebbe pensare all’esito della prima guerra d’indipendenza, agli effetti immediati dell’attentato Orsini, all’improvvisa sospensione della seconda guerra d’indipendenza, senza tralasciare tutti i fallimenti dei tentativi da quelli del Mazzini a quella dei Fratelli Bandiera a quello di Carlo Pisacane, e non sottacendo tutta quella serie di conflitti, per la diversità di vedute sulla soluzione del problema, tra i vari uomini politici italiani da Gioberti a Mazzini da Garibaldi a Cavour, solo per indicare i più significativi.

Ciò ci porta a concludere, come io solitamente faccio, che i tempi erano maturi perché così era stato deciso.

A parte questa mia affermazione che alcuni colleghi prendono come una boutade, se noi ci limitiamo a prendere in considerazione l’impresa più significativa del processo di unificazione italiana, che io ritengo essere la Spedizione dei Mille, vi scopriamo tutta una serie di contraddizioni, eppure quell’impresa, sulla riuscita della quale, all’inizio Cavour non avrebbe scommesso nemmeno un bottone, giunse ad una conclusione positiva. E ciò, malgrado tutti gli intrighi e gli intoppi che da Torino vennero orchestrati, nel timore che la “rivoluzione democratica” potesse sortire effetti “destabilizzanti” nell’armonia della realtà sociale ed economica degli altri Stati della penisola italiana. Sarebbe oltremodo lungo scendere nei particolari onde esplicitare queste affermazioni. Ma a solo titolo indicativo si pensi al fatto che, quando ai signori di Torino apparve chiaro che l’impresa stava per conseguire un esito positivo, venne mandato a Palermo il signor La Farina con la scopo di creare il vuoto intorno a Garibaldi e Crispi. Gli storici sono dell’avviso che tale comportamento del Cavour, trova la sua giustificazione nel timore che tra Mazzini e Garibaldi si potesse pervenire ad un accordo onde dare alla soluzione del problema una chiave repubblicana. E, forse hanno ragione! Una dimostrazione di ciò la si può avere leggendo le parole che Cavour l’11 giugno del 60, (l’isola è quasi tutta nelle mani di Garibaldi), scrive all’amm. Persano “L’arresto di Mazzini è uno dei maggiori servizi che render si possa all’Italia”.

Tra le tante contraddizioni che hanno caratterizzato tutto il Risorgimento sono da mettere in conto quelle verificatesi in Sicilia durante l’impresa di Garibaldi.

Sono le contraddizioni che emergono all’interno della realtà economica e politica dell’Isola. Noi in questa sede intendiamo riferire di un episodio verificatosi nell’isola durante le radiose giornate dell’epopea garibaldina, episodio che mette in evidenza le contraddizioni più assurde. Ci riferiamo ai fatti di Alcara Li Fusi un comune del messinese, a meno di venti chilometri da Sant’Agata di Militello, cui fanno corona i monti delle Caronie. Episodio verso il quale la storia non aveva dedicato molto interesse (di episodi simili se ne verificarono tanti, a Mistretta a Caronia, San Fratello, Tusa, Bronte, ecc.: la storia si è limitata a prendere in considerazione solo i fatti di Bronte). Per comprendere questi avvenimenti occorre soffermarsi ad esaminare la realtà sociale ed economica di quei territori. Scrive Francesco Brancato: “Resterebbe storicamente incomprensibile la marcia dei Mille, se non venisse considerato nella sua entità lo stato della situazione in Sicilia al momento dello sbarco a Marsala.” E noi aggiungiamo se non si tenessero nel debito conto le condizioni di assoluta miseria in cui versavano i contadini. Da tempo l’agricoltura aveva rappresentato la fonte quasi esclusiva della economia regionale, e della sopravvivenza di chi quella ricchezza produceva, cioè i contadini.

Ma la ricchezza, prodotta dai contadini veniva goduta dalla classe nobiliare e borghese. C’è una poesia del Meli che assai significativamente recita: Vuatri picurara e viddaneddi / chi stati notti e jornu suttu un vausu /o zappannu o guardannu picureddi / cu l’anca nura e cu lu pedi scausu /siti la basi di città e casteddi; / siti lu tuttu, ma ‘un n’aviti lausu; /l’ingrata società scorcia e maltratta / lu pettu unni si nutri e unni addatta.

E Francesco Renda scrive che per “per poter penetrare il dramma dei contadini di Sicilia, occorre tenere presente la realtà socio economica quale si era venuta determinando nel corso del governo borbonico che aveva dato vita ad una duplice realtà: la feudale e la contadina”.

In questa realtà il rapporto tra titolare della terra e chi la lavorava era di vera ed assoluta sudditanza. Le condizioni dei contadini erano più vicine a quelle dei servi della gleba che a quella dei lavoratori dei campi degli altri paesi europei. Già il Caracciolo nel 1781 scriveva La Sicilia è abitata da gran signori e miserabili. In alcune zone interne dell’isola le condizioni erano al limite dell’umana sopravvivenza. E’ interessante leggere quanto scrive il La Bruyer a proposito dei contadini siciliani: “Si vedono certi animali selvaggi, maschi e femmine, sparsi per la campagna, neri e lividi bruciati dal sole, curvi sul terreno che rimuovono e scavano con una straordinaria ostinazione: La loro voce è quasi del tutto disarticolata e quando si drizzano mostrano un volto umano: ché in effetti sono degli uomini e a notte sopraggiunta si ritirano nelle loro tane dove vivono di pane nero, di acqua e di radici”.

Certo oggi viene difficile, a meno che con la mente non si vada a guardare le tristi condizioni degli abitanti del Biafra o di altri paesi del Terzo mondo, comprendere quello stato che non era di sola sudditanza economica ma anche morale.

Due momenti rilevati dalle pagine della letteratura costituiscono la migliore chiave interpretativa del significato da attribuire al Risorgimento Siciliano.

Cesare Abba, nell’opera Da Quarto al Volturno, ci narra di un suo significativo colloquio avvenuto sul Colle del Calvario al Parco, con frate Carmelo, uno dei religiosi cha dopo Salemi, avevano seguito le squadre garibaldine. Il religioso cercava di dare una risposta ad un problema che lo assillava: non sapeva capire perché tanta balda gioventù, gran parte della quale appartenente al ceto della borghesia intellettuale, avesse lasciato gli agi di un caldo focolare domestico, per avventurarsi in un’impresa tanto rischiosa. Per tale motivo chiede spiegazione a Cesare Abba: Noi vi portiamo la libertà e la scuola, spiega lo scrittore: E chi vi dice che essi (i contadini siciliani) non si aspettino qualcosa di più?La libertà non è pane e la scuola nemmeno” conclude amaramente frate Carmelo. L’atro passo lo abbiamo estrapolato dalla novella La libertà, di Giovanni Verga “Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: Dove mi conducete? In galera? O perché? Non mi è toccato nemmeno un palmo di terra.! Se avevano detto che c’era la libertà”.

Ci si perdoni il ricorso alle fonti letterarie, ma noi crediamo che storia e letteratura, pur muovendosi su piani diversi, seguono itinerari simili, e mentre la storia, per sue intrinseche necessità, è costretta a cogliere solo i fatti, la letteratura, proprio per la sua maggiore sensibilità umana, riesce a scendere più in profondità e scandagliare meglio l’animo umano e coglierne alcuni elementi che allo storico possono sfuggire.

Queste poche battute, dunque, ci aiutano a capire quale fossero le speranze e le aspettative dei contadini e dei pochi altri lavoratori quando in Sicilia giunsero i Mille. La miseria, la sofferenza erano le sole cose di cui erano titolari. La frase “cchiu scuru di menza notti nun poti fari”, ripetuta dai contadini, e da noi letta in alcuni documenti dell’epoca, ci indica il livello di sopportazione cui erano pervenuti i contadini di Sicilia, dove la società era divisa in due classi “coppuli e cappedda” alla prima appartenevano i miserabili, alla seconda i burgisi, i civili ed i nobili. I primi privi di ogni diritto, a volte erano deprivati anche della dignità di uomini, ai secondi era concesso tutto, anche di “usare” le donne dei bisognosi.

Nel territorio di Alcara Li Fusi, un comune di poco più di duemila anime, i terreni dei feudi (Scavioli, San Teodora, Trombetta, Laccuna e San Giorgio) che circondavano il paese erano nelle mani dei notabili, anzi questi sistematicamente, dopo la legge sull’eversione della feudalità del 1812, avevano provveduto ad inglobare nei loro feudi anche le terre demaniali, mentre la popolazione viveva di indicibili stenti.

Un giovane alcarese, Giuseppe Stazzone, in un suo romanzetto, Porci battezzati, la rivolta contadina di Alcara Li Fusi, scritto dopo aver letto i documenti da me portati a conoscenza con la pubblicazione di una mia ricerca ci da una struggente testimonianza della condizione sociale in cui trovano giustificazione i fatti della rivolta, che se guardati con superficialità, verrebbero giudicati, così come lo furono quelli di Alcara Li Fusi, atti di estrema malvagità delinquenziale. Ma andiamo ai fatti storici che collegano la rivolta di Alcara con l’impresa garibaldina.

Rosolino Pilo, conte di Capaci, e il calafato Giovanni Corrao, due tra i più accesi rivoluzionari, erano sbarcati clandestinamente in Sicilia nei primi giorni dell’aprile 1860, dopo il tentativo rivoltoso della Gancia del quale nulla essi sapevano, essendo partiti molti giorni prima. Il mare li aveva portati sulle coste del messinese. Quando toccarono terra furono positivamente colpiti nell’udire il rombo dei cannoni che dalla Cittadella di Messina, minacciosamente avvertivano la gente della loro presenza. Per i Dioscuri siciliani, il rombo del cannone significava che c’era nell’isola qualcosa di torbido (infatti tutte le volte che si registrava qualche tentativo eversivo, i cannoni facevano sentire la loro minacciosa voce). Incontratisi con alcuni democratici del luogo, i due vennero informati del tentativo di Palermo e dei movimenti rivoltosi che nel circondario della capitale erano ancora accesi. Pensarono che sarebbe stato necessario giungere là dove la loro presenza poteva essere di utilità. A marce forzate si diressero verso Palermo. Noi non seguiremo i due nel loro percorso, ma ci limitiamo a dire che in tutti i centri abitati in cui fecero sosta vennero accolti da grande entusiasmo. Se dobbiamo prestar fede alle parole dell’ing. Salvatore Mattei, che dal Corrao ebbe dettato il memoriale di quel viaggio, molti picciotti chiesero addirittura di poterli seguire, ma furono dissuasi per evitare che il loro viaggio potesse essere, scoperto, anche se già il Castelcicala aveva avuto informazioni circa la loro presenza. Il 15 di aprile i due sono a Sant’Agata Militello, quivi si registrarono scene di indescrivibile entusiasmo. Rosolino Pilo parlò ai molti personaggi che dai paesi vicini erano accorsi. Si legge in Giuseppe Paolucci che per primo diede notizia del manoscritto dell’ingegner Mattei: “Andati in albergo ricevettero la visita di molti giovani, in gran parte studenti venuti dalle terre vicine che chiesero notizie che si avrebbero e delle speranze che si potevano nutrire e se era vero che Garibaldi stava giungendo nell’isola”. Ciascuno dei presenti tornando nei paesi di origine portò la novella dell’arrivo di Garibaldi (occorre precisare che nemmeno Pilo e Corrao avevano la certezza che il Generale sarebbe giunto, anche se al loro arrivo in Sicilia Pilo, con lo stesso barcaiolo che li aveva condotti nell’isola, inviò lettere di fuoco a Crispi, Garibaldi e agli altri democratici, dicendo che l’isola era in fiamme ed attendeva un uomo che l’aiutasse a liberarsi dal Borbone). Tra i presenti pare vi fosse un sacerdote liberale di Alcara, padre Saccone, che tornando in paese confidò ad alcuni contadini che sarebbe giunto Garibaldi che avrebbe portato la rivoluzione e la libertà. Attraverso il sistema del passaparola, tra tutti i diseredati di Alcara si accese la speranza che il momento della libertà potesse essere vicino. Occorre precisare che negli ultimi tempi la situazione sociale ad Alcara si era di molto aggravata, a parte i gravi episodi di disprezzo nei confronti dei “sudditi”: licenziare una serva che per fame aveva osato mangiare il pastone del cane, oppure il licenziamento di un ragazzo che aveva osato rispondere al padrone senza levarsi la coppola, quell’altra ancora della figlia di un contadino violentata dal professore, figlio del sindaco, c’era da mettere in conto il fatto del monte frumentario. Era il tempo della mietitura ed occorreva predisporre i locali per accumularvi il nuovo grano. A questo lavoro erano stati chiamati alcuni lavoratori, i quali si trovarono di fronte ad uno scenario oltremodo offensivo: nei locali da liberare vi era ammucchiato del grano andato a male perché non adeguatamente spalato. E mentre la gente soffriva la fame, i signori del paese preferivano far andare a male il grano, piuttosto che darlo a chi aveva fame. Come è facile dedurre la situazione era esplosiva, alcuni contadini si erano rifiutati di andare a lavorare per pochi spiccioli. Era la prima volta che avveniva. La notizia dell’arrivo di Garibaldi aveva acceso gli animi e aperto il cuore alla speranza. Cominciarono ad aversi segrete riunioni, a preparare armi (asce, accette, roncole, falci etc). Don Ignazio Cozzo, e don Nicola Lanza, non sappiamo se fossero sinceri liberali oppure dei cappeddi emarginati si erano uniti al coro dei miserabili, dando loro le direttive organizzative. Venne fissato l’appuntamento per l’inizio della rivolta nella chiesa del Rosario per il giovedì 17 maggio giorno dell’Ascensione. All’alba di quel giorno i “miserabili”, nessuno di loro mancò all’appello, armati di tutto ciò di cui era stato possibile munirsi, con alcune bandiere tricolore, improvvisate con pezze di stoffa messe insieme, cominciarono a percorrere le vie del paese al grido di W. Garibaldi, W. Vittorio Emanuele, W. l’Italia, a morte i cappeddi. Lungo il percorso il corteo si andò ingrossando perché vi si unirono donne e bambini. Verso le undici antimeridiane i manifestanti si presentarono nella piazza di fronte al “casino dei civili” dove i “civili” si riunivano per discutere e giocare in attesa che si facesse l’ora di pranzo. Quivi ad un certo momento esplose la rabbia dei contadini, si registrò una carneficina. Undici persone tra i civili furono trucidate, compresi due ragazzi, tra cui il sindaco, il figlio ed il nipote. Ci viene difficile comprendere cosa sia intervenuto a far esplodere la rabbia al punto da suscitare tanta crudeltà. Abbiamo trovato qualche testimonianza di memorialisti che si soffermano a descrivere gli atti di crudeltà dei rivoltosi, qualche altro spiega l’esplosione della rabbia sanguinaria col fatto che i civili, sottovalutando il grado di esasperazione cui era pervenuta quella gente, avesse cominciato a deridere la manifestazione, qualche altro attribuisce l’esplosione al padre di una ragazza violentata dal professore Ignazio Bartolo, figlio del sindaco, alla vista di quel tale. Certo per una popolazione, da sempre vissuta nel rispetto della legalità, trova difficile spiegare tanta sanguinosa violenza. Per oltre un mese i rivoluzionari furono i padroni del paese, e cioè fino al 24 giugno, giorno in cui il colonnello garibaldino Giovanni Interdonato, di Marina di Fiumedinisi (oggi Nizza di Sicilia), con un manipolo di uomini giunse ad Alcara senza incontrare ostilità alcuna, per riportarvi l’ordine. Mostrandosi amico dei rivoltosi l’Interdonato, dopo aver reso gli onori alla bandiera tricolore esposta nel municipio, convocò i capi del movimento rivoltoso facendosi consegnare le armi in loro possesso. Successivamente procedette a far arrestare i rivoltosi incaricando don Luigi Bartolo Gentile (un burgisi) di provvedere alla gestione della cosa pubblica.

Come era naturale che avvenisse, per cominciare a dare un segno della vendetta, costui provvide a far arrestare quei congiurati che dall’Interdonnto erano stati lasciati liberi perché marginalmente implicati nella sommossa. Non intendiamo qui soffermarci a descrivere tutto ciò che la Commissione Speciale del Distretto di Patti, incaricata di valutare e giudicare i fatti, abbia fatto per vendicare l’offesa arrecata ai “civili” dai “cafoni”. Ci preme solo sottolineare che tutti i documenti da noi reperiti hanno una sola matrice: i cappeddi, (i soli che sapessero usare la penna) e che i componenti le commissioni, malgrado l’invito della Segreteria di Stato di inserirvi anche artigiani e contadini erano interamente composte da soggetti appartenenti al rango della borghesia agraria o al ceto dei “civili”.

La Commissione Speciale di Patti il 18 di agosto, senza tenere in alcuna considerazione le giustificazioni che gli incriminati hanno esternato, emetteva una dure sentenza senza appello di condanna a morte per 26 persone e sette condanne a 25 anni di carcere, mentre per 33 ne decideva il rinvio. Dai documenti risulta che il 20 agosto sarebbe stata eseguita la sentenza per 12 dei rivoltosi nel piano della Chiesa di San Antonio Abate di Patti. Diciamo sarebbe stata perché rimangono forti dubbi su quella data.

Occorre qui precisare che la data e l’ora della esecuzione è testimoniata da due becchini che non hanno firmato la dichiarazione perché analfabeti. La voce popolare sostiene che l’esecuzione è avvenuta lo stesso giorno 18 data in cui è stata emessa la sentenza, senza che venissero concesse ai condannati le prescritte “24 ore di cappella” onde consentire loro di conciliarsi con Dio.

Perché tanta premura nella esecuzione? Perché si volle evitare che l’intervento del Generale impedisse di realizzare la “giusta vendetta”. In effetti il 3 luglio il Dittatore, con una riservata recante il n° 74, ordinava di non doversi celebrare la pubblica discussione per qualunque reato senza che prima non fossero stati emanati gli ordini a seguito di “un distinto e categorico rapporto”. In una successiva disposizione del 24 luglio, la n° 204, si ordinava alla Commissione di attendere “ulteriori ordini del Segretario di Stato per la Giustizia, ed in ogni modo, ove fossero più di tre i condannati a morte, si sospendesse per gli altri la esecuzione della pena”. Queste disposizioni dovevano mettere in crisi la Commissione, perché si vedeva limitata nell’azione vedendo crollare “tutto il magnifico apparato” che avrebbe loro permesso di realizzare la vendetta contro coloro che avevano con la loro cruenta azione, messo in discussione il diritto di egemonia assoluta dei cappeddi. Il delitto di lesa maestà doveva essere punito esemplarmente. Da più parti della borghesia terriera si fece  

appello al dittatore perché lasciasse libera la Commissione nelle sue decisioni. Si cercò con ogni mezzo di far rimangiare le precedenti delibere. L’immediata esecuzione, si spiega, quindi, col timore, che nelle more, potesse esservi un intervento “forzoso”. Ad ogni buon conto la Commissione, nella persona del sig. Grisostomo Gatto comunicava al Segretario di Stato che le altre esecuzioni non erano avvenute e che si affidava alla clemenza del dittatore onde commutare le condanne a 30 anni di ferri. Vincenzo Errante, segretario di Stato per il ramo penale comunicava l’accettazione della “supplica”. Sembrava che la brama di vendetta dei “notabili” fosse stata appagata col sangue di 12 dei “malvagi” contro 11 dei loro morti, il resto dei malvagi o languiva in carcere o erano contumaci e per questo attivamente ricercati, ma il 24 novembre 1860, la corte di Messina, facente funzione di Gran Corte Criminale emetteva una sentenza assolutoria per i fatti di Alcara. Molti dei carcerati e dei latitanti avevano presentato ricorso contro la sentenza, chiedendo che venisse applicato il decreto del Dittatore de1 21 agosto, nel quale si affermava che non vi è luogo ad azione penale pei fatti che durante l’occupazione borbonica erano considerati come reati politici”, di conseguenza tutte le condanne emesse per i fatti medesimi erano dichiarate nulle e come non avvenute..Era stato lo stesso colonnello Interdonato che, lasciati gli abiti militari aveva intrapreso la carriera della magistratura ed era stato assegnato presso il Tribunale di Messina, lui che i fatti di Alcara aveva vissuto quasi in prima persona, a chiedere con una requisitoria scritta, l’annullamento della sentenza emessa dalla Commissione Speciale di Patti, in quanto i reati commessi ad Alcara erano da considerarsi come reati politici, in quanto commessi nella generale sollevazione dell’isola contro il Borbone. La sentenza della Gran Corte criminale di Messina, come era naturale che avvenisse, suscitò una aspra reazione da parte dei “civili”, si ebbero sentenze di annullamento delle sentenze annullate. Alla fine la libertà venne concessa ai condannati a patto che dovessero vivere di almeno 30 miglia lontano da paese, allo scopo di evitare il riesplodere di sanguinosi conflitti”. Si concludeva in tal modo una rivolta che vedeva nella sostanza perdenti ancora una volta, i vinti di sempre. A loro non toccò nemmeno un muccaturi di terra, anzi vennero additati spregiativamente come i sissantara, cioè quelli che nel sessanta si erano macchiati di atroci delitti . Nel 1893 quando si verificarono i moti dei fasci dei lavoratori, ancora una volta i contadini di Alcara si unirono al coro di proteste degli altri contadini dell’isola, ma il moto, questa volta, forse perché era ancora fresco il ricordo della tragedia del 1860, rimase entro i limiti della legalità.

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