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di Pietro Siino
Conferenza del prof. Pietro Siino
nell'ambito del
Corso di
storia della Sicilia (Palermo, 27 marzo
2008)
Riteniamo che ogni qualvolta ci si trovi di
fronte a manifestazioni che vedano
coinvolti larghe masse di cittadini, sia che
si tratti di semplici manifestazioni di
protesta o vere sommosse, prima di
esprimere un giudizio sia necessario
indagare a fondo per comprendere la vis che
ne costituisce l’anima. Assai spesso dietro
l’apparenza della semplice manifestazione si
celano motivazioni assai complesse che
sfuggono allo sguardo di un distratto
osservatore.
Conoscere la temperie politica, culturale,
economico-sociale entro cui i fatti si
svolgono costituisce, per così dire, un
passaggio obbligato per chiunque, storico
o giornalista che sia, che si voglia
accingere a trattare di questioni sociali.
Questo principio vale, quindi, anche per
tentare di interpretare il fenomeno dei
Fasci dei lavoratori siciliani..
Ora, volendo
noi, con queste poche note, fornire le linee
che aiutino a comprendere i motivi che hanno
portato alla nascita , alle manifestazioni e
alla morte del movimento, riteniamo, prima
di entrare in medias res , doveroso
rintracciare gli elementi che vengono a
costituire la “dietrologia” giustificativa
che ha determinatol’esplosione del fenomeno.
Se vogliamo
partire dall’atmosfera politica occorre non
dimenticare che negli ultimi decenni
dell’Ottocento in Italia, così come nel
resto dell’Europa si registra il
diffondersi di alcune ideologie come il
positivismo e l’evoluzionismo darwiniano che
trovavano nel socialismo scientifico gli
elementi di saldatura e, quindi, di
convivenza. In Italia i giovani borghesi,
laureati nelle università dopo il 1880
avevano scoperto l’ideologia socialista e si
erano convinti che fosse questa la strada da
percorrere per far raggiungere al paese uno
sviluppo che lo ponesse nelle condizioni di
poter competere con gli altri paesi più
civili. Per quei giovani il socialismo fu
più che una ideologia di moda. Scrive Croce
…quando si passi in rassegna la società
intellettuale di quel tempo si deve
concludere che al socialismo, tutta o quasi
tutta la parte eletta della generazione
giovane vi fu portata: ed era indizio di
inferiorità restarne indifferenti, o
disporvisi contro scioccamente ostili, come
taluni facevano.
Aggiungiamo
che, in diverse parti della penisola erano
sorte le camere del lavoro e altri
organismi associativi di lavoratori, (a
Bologna nel 1871 nasceva il primo fascio
operaio) che si confondono con lo sviluppo
del movimento anarco operaistico; ma fu
la nascita del partito dei lavoratori,
avvenuta a Genova nell’agosto del 1892,(
successivamente detto partito socialista) a
costituire, a nostro avviso, l’ elemento
coagulante e propulsivo, dell’atmosfera di
fiducia in un prossimo rinnovamento a
contribuire, a far nascere nei lavoratori un
certo ottimismo sul futuro.
Le avvincenti
teorie del nuovo partito non potevano
lasciare insensibili i lavoratori che da
sempre avevano sognato di spezzare le catene
che li tenevano costretti in uno stato di
sudditanza materiale e morale nei confronti
dei capitalisti detentori della ricchezza.
Rivendicando il diritto alla propria
emancipazione, i lavoratori intravidero la
possibilità di realizzare, attraverso il
nuovo partito la socializzazione delle
terre, delle fabbriche. Tra le altre
concause a determinare lo stato di
fiduciosa attesa non ci sentiamo di
escludere del tutto la nuova posizione
della Chiesa, di fronte alla questione
sociale. Non ci si deve dimenticare che nel
1891 venne pubblicata la Rerum Novarum
Queste poche
note potrebbero apparire estrinseche alle
motivazioni che stanno alla base della
fondazione dei Fasci siciliani dei
lavoratori , ma così non è se teniamo
presente il fatto che i leader dei Fasci
siciliani, tutti appartenenti alla borghesia
intellettuale siciliana, avevano accettato
senza riserve le teorie di Marx e che
nell’esperienza dei Fasci cercarono la
convalida delle teorie socialiste, e che
essi avevano aderito al partito nato a
Genova. allora si vedere come il movimento
dei Fasci siciliani si inserisca in
movimento più ampio. Sonnino, tenendo
presente la situazione sociale del paese,
nel 1875, anticipando quanto sarebbe in
seguito aqvvenuto, scriveva che se lo Stato
e i proprietari non avessero tenuto presenti
le esigenze e la sorte dei lavoratori,
sarebbe stato normale che si verificasse il
fenomeno della nascita di organizzazioni che
mettessero insieme le forze dei lavoratori
per provvedere alla loro difesa.
Prima di
procedere oltre cerchiamo di capire cosa
furono i Fasci siciliani, ribadendo che
quello dei Fasci non fu una prerogativa
esclusivamente siciliana, a testimonianza
che il bisogno dell’associazionismo è un
fenomeno generalizzato, anche se quelli
siciliani si caratterizzarono per un modo
particolare di intendere l’azione di
riscatto dei lavoratori.
Certamente i
Fasci siciliani furono un movimento di massa
dai connotati complessi, essi furono,
secondo Seton Watson, una combinazione di
sindacato e di società di mutuo soccorso,
noi aggiungiamo che per i leader essi
dovevano costituire la base per la creazione
di un partito politico: il partito
socialista. Le funzioni che venivano
attribuite al movimento, in sostanza
corrispondevano alle reali esigenze dei
lavoratori dell’isola. Essi, infatti,
avevano bisogno di un sindacato che li
sostenesse nelle sempre disattese
rivendicazioni sociali nei confronti della
sempre crescente arroganza dei datori di
lavoro; avevano necessità di una società di
mutuo soccorso che li assistesse nei periodi
di malattie e nei periodi di disoccupazione.
In sostanza, considerate le tristi
condizioni in cui vivevano i lavoratori
quelle erano esigenze fondamentali, per
garantire loro il diritto alla
sopravvivenza.
Da questi
pochi cenni risulta evidente come la
questione sociale fosse un bubbone che
covava in tutto il territorio nazionale.
Tale bubbone doveva manifestarsi in tutta la
sua gravità quando, nei primi anni novanta,
esplose la crisi economica che si abbatté
sull’Europa intera e sull’Italia in
particolare, a causa della sua interna
debolezza. E’ naturale che quando un
fenomeno tanto generalizzato si propaga a
subirne i contraccolpi più gravi sono gli
anelli più deboli dell’intera sistema. E la
Sicilia rappresentava negli anni di fine
ottocento propriamente l’anello più
fragile del Paese..
Fu certamente,
ancora una volta una crisi economica ,
l’elemento scatenante che provocò un rinato
sentimento di solidarietà fra contadini ed
operai e che diede nuova fiducia a coloro
che avevano progetti di organizzazione del
movimento popolare, verso forme di lotta che
, abbandonando lo spontaneismo
rivoluzionario anarchico, approdassero a
concreti risultati in relazione alla
situazione economica delle masse. Diversi
furono i fattori che determinarono la grave
crisi economica e sociale nell’isola.
Abbiamo detto che la crisi aveva colpito
l’intera Europa, ma nell’isola essa ebbe
riflessi gravissimi a causa della sua
atavica debolezza strutturale. Intanto
malgrado le leggi eversive contro le
strutture feudali, l’isola non aveva fatto
grandi progressi, anzi pare che i
latifondisti, con l’incamerare le terre
demaniali o dell’asse ecclesiastico avessero
aumentato il loro potere, mantenendo in
stato di soggezione morale e materiale i
lavoratori della terra, se a ciò
aggiungiamo il fatto che si verificarono
due annate negative sotto il profilo della
produzione a causa delle cattive stagioni,
si comincia ad avere un’idea della
situazione. Ora teniamo presente anche il
fatto che la cosiddetta guerra doganale con
la Francia, aveva chiuso ai produttori
isolani quel grande mercato che assorbiva la
maggior parte dei prodotti della terra
(vino, ortaggi, agrumi etc), oltre che del
sale e dello zolfo, senza che i paesi della
Triplice riuscissero ad assorbire quanto non
veniva esportato in Francia. Si aggiunga a
questo che la fillossera aveva danneggiato
notevolmente i vigneti dell’isola, e che i
grandi proprietari riversavano gli effetti
della crisi sui mezzadri e sui lavoratori
in genere costretti a sopportare oltre gli
aumenti di imposte anche il fardello delle
maggiori richieste dei titolari dei beni di
produzione. Un’assurda contraddizione si
registrava in quel tempo nell’isola, da un
lato si registra un costante calo del
reddito agrario mentre di contro si
registrava un aumento della rendita
fondiaria. Naturalmente questa situazione
produceva disoccupazione in tutti gli ambiti
delle attività produttive e del commercio,
anche in virtù della politica
protezionistica. In Sicilia si registrò la
chiusura delle piccole attività di filatura
e tessitura. E l’esubero di braccia poneva
i datori di lavoro nella situazione di
permettersi di poter stabilire le cifre dei
salari e le ore di lavoro. Dire che la
situazione dei contadini fosse quella di
servi della gleba non deve apparire una
esagerazione. A fronte delle molteplici
testimonianze che descrivono la vita dei
contadini siciliani, assai grama e fatta di
stenti, non credo possa trovare accoglimento
l’affermazione fatta al Senato, nella
tornata del 12 giugno ’93 dal principe di
Camporeale, che sostiene essere i contadini
siciliani meglio retribuiti che in qualunque
altra parte d’Italia Dunque era la
questione sociale alla base dei fermenti
dei lavoratori tutti. Cosa chiedevano loro
se non più dignitose condizioni di vita, una
riduzione fiscale, ed il diritto ad un
lavoro che consentisse di assicurare una
dignitosa sopravvivenza.
In tale
atmosfera era normale che i siciliani
guardassero con fiducia e speranza nel
movimento dei fasci nel quale guardavano
come alla sola via per una palingenesi
sociale che restituisse loro la dignità di
uomini.
Come
riferiscono gli storici il primo fascio dei
lavoratori, in Sicilia nasce a Messina,non
esiste univocità di vedute sulla data, assai
probabilmente alla fine del 1888, così
riferisce il Renda, che aggiunge che la
impostazione di quel primofascio rimase “dentro
i confini dell’esperienza anarco-operaista”
Quel fascio, comunque non ebbe lunga vita e
non riuscì a diffondersi nella provincia. In
sostanza è con la nascita nel 1891 del
fascio di Catania, ad opera di De Felice
Giuffrida che il fenomeno comincia a
diffondersi con molta rapidità Anche qui.
Comunque, si rimane nell’ottica della
commistione con il movimento anarchico. In
effetti il De Felice non accettò
l’indicazione venuta dal Congresso di
fondazione del Partito dei lavoratori di
rompere con i movimenti anarchici, per cui
egli cercò di organizzare il movimento in
base ad una alleanza dei gruppi politici che
andavano dai radicali agli anarchici. Fu
comunque con la fondazione del fascio di
Palermo, avvenuta il 29 giugno 1892 che i
fasci iniziano una vera attività in tutta
l’isola , questo assai probabilmente per il
fatto che Palermo per tutto il periodo del
Risorgimento ha rappresentato la punta di
diamante dei movimenti rivoltosi. Dopo
quella data il numero dei fasci siciliani
registrò un crescendo impressionante, a fine
1892 se ne contarono 24, per raggiungere il
numero di 177 a fine 1893. In sostanza in
quasi tutti i paesi dell’isola venne fondato
un fascio, ed in quei paesi dove non ci fu
una sezione dei fasci, la gente seguiva
l’evolversi degli avvenimenti con
manifestazioni di solidarietà.
I leader del
movimento, forti di storiche esperieze
passate e sulla base della filosofia sociale
dei nuovi tempi, si rendevano conto che
l’individualismo, lo spontaneismo, i
comportamenti emotivi difficilmente
avrebbero fatto conseguire veri cambiamenti
sociali, per questo si adoperavano con ogni
mezzo per cercare di rendere salda la
coscienza associativa dei lavoratori. Il
proliferare di associazioni legate al
movimento ed il crescere di istanze
migliorative portate avanti dagli aderenti,
avevano messo in allarme, sin dall’inizio
tanto i detentori della ricchezza quanto i
rappresentanti delle istituzioni e della
forza pubblica. Gli uni per timore di dover
cedere ai lavoratori nelle loro richieste,
gli altri perché vedevano in queste
associazioni motivi di turbamento
dell’ordine costituito. D’altra parte, anche
molti esponenti nazionali del partito
socialista vedevano nel movimento dei fasci
delle vere Jacquerie e le manifestazioni
venivano lette in termini di emotività
protestataria. Una prova di ciò si è
avuto al Congresso di Reggio Emilia, quando
la situazione siciliana, che in quel momento
costituiva il punto dolens su cui si
soffermavano i giornali italiani e
stranieri, non venne trattata come
problematica che potesse essere vista
nell’ottica della politica sociale del
partito, che alle notizie che giungevano
dall’isola seppe solo esprimere formale atto
di solidarietà. Per i rappresentanti
presenti al congresso, forse, era difficile
comprendere la realtà siciliana, essi la
guardavano dall’alto delle loro astratte
ideologie, per cui non sapevano e non
potevano capire come mai nelle
manifestazioni pubbliche dei fasci gli
aderenti portassero i quadri rappresentanti
l’immagine di Garibaldi e di Marx, assieme a
quelli del re della regina o dei santi.
Siamo stati da sempre convinti che non si
capisce la vita di un popolo se non se ne
respira autenticamente la sua storia. Per i
socialisti delle cattedrali politiche del
nord la Sicilia era un mondo del tutto
incomprensibile. Il 1893 è un anno cruciale,
scorrendo l’elenco delle manifestazioni per
chiedere la riduzione delle tasse comunali,
e per la stipula di contratti agrari, ci si
accorge che non passava giorno che non si
verificassero manifestazioni di protesta,
incendi di casotti daziari con arresti,
sparatorie da parte delle forze dell’ordine,
e spesso si registrarono anche delle
vittime. Una delle più significative
manifestazioni fu quella registratasi a
Caltavuturo il 20 gennaio. I contadini
chiedono la quotizzazione delle terre
demaniali e perciò attuano una
manifestazione dimostrativa occupando
simbolicamente per qualche ora le terre
demaniali, al ritorno mentre si recavano
verso il municipio, vengono accolti dal
fuoco di sbarramento dei tutori dell’ordine.
Una strage! 13 cadaveri e diecine di
feriti.Occorre precisare che a Caltavuturo
non esisteva una sezione del fascio a cui
attribuire la responsabilità organizzativa;
si era trattato di una iniziativa spontanea
dei braccianti e dei contadini. Gli arresti
non si contano più, vengono arrestati anche
leader come Barbato, ma anche le donne
vengono chiuse in carcere. Per comprendere
lo stato di disagio in cui versava no
braccianti, contadini e carusi delle
miniere, bisogna sottolineare il fatto che
in tutte le manifestazioni, sia che si
trattasse di rivendicazioni salariali che di
richiesta di rinnovo di contratti che
lottizzazione delle terre, in prima fila
troviamo donne e bambini. E’ la prima volta
che questo avviene nella storia dell’isola,
ciò a testimoniare che in quel disperato
momento le donne siciliane si fanno non più
oggetti ma soggetti di storia Gli scioperi
di tutti i lavoratori divengono una
costante. Durante il periodo della
mietitura, sono i mietitori ad incrociare le
braccia. Il lungo e duro braccio di ferro a
settembre conseguiva un parziale successo a
Corleone: i proprietari terrieri, in seguito
al perdurare degli scioperi , hanno firmato
l’accordo con i contadini che vedevano così
accolte alcune delle loro richieste. Anche
se da allora si poteva registrare un certo
cedimento nel fronte del patronato:
Prizzi, Palazzo Adriano, Caltabellotta,
Partanna di Trapani, Bisacquino testimoniano
la modifica dei patti colonici, tuttavia
non diminuisce la tensione e non
diminuiscono assalti e danneggiamenti ai
casotti daziari e ai municipi. La tensione
è resa ancor più viva della notizie
circolanti sulla volontà del governo
Crispi, succeduto al titubante Giolitti, di
voler sciogliere i Fasci. Il
“temporeggiatore” Giolitti responsabile di
aver permesso la diffusione dei Fasci senza
che facesse qualcosa per migliorare le
condizioni dei lavoratori, a testimonianza
del suo tentennamento, in un intervento alla
Camera fatto il 13 giugno prima nega la
valenza sociale del movimento e, poi,
conclude :Noi siamo davanti ad un
problema di pubblica sicurezza da un lato,
ma anche, in parte, ad un problema sociale.
Ci pare di non
secondaria importanza, per meglio
comprendere il crescendo delle proteste
popolari aggiungere alle precarie condizioni
dei lavoratori, le provocazioni che venivano
praticate nei loro confronti. A tale
proposito, ma anche per rispondere ai
compagni che denigravano l’azione dei
contadini, Filippo Turati, nell’ottobre del
93 scriveva :…nessun movimento
incomposto, nessuna jacquerie, è ancora
scoppiata in Sicilia. notoriamente,
le condizioni dei contadini, dei zolfatai,
ed in generale dei proletari Sebbene,
siciliani siano di gran lunga peggiorate, e
la spoliazione dei terreni demaniali e le
angherie dei gabelloti e le ferocie dei
campieri si siano fatte in questi ultimi
anni sempre più crude (F. Turati, Nel Paese
dei Fasci, in Critica Sociale, ott.1893)
Crispi, come detto, tornato da poco al
governo, avvertiva la gravità della
situazione e a dicembre del 93, per
rispondere alle insistenti richieste dirama
una circolare telegrafica ai prefetti
affinchè si adoperino per convincere i
sindaci a far deliberare la riduzione delle
tasse comunali. Inoltre vista la gravità
della situazione si era incontrato con
l’on. Napoleone Colajanni, il più
qualificato esponente della democrazia
siciliana, per discutere del grave problema.
In quell’incontro, il deputato ennese mentre
si impegnava a percorrere nel più breve
tempo l’isola ed incontrarsi con i contadini
onde indurli al rispetto delle regole, ma di
contro chiedeva a Crispi di impegnarsi a
non ascoltare quanti chiedevano l’uso del
pugno di ferro e di predisporre dei
provvedimenti amministrativi e
politici,Ganci, onde scongiurare
l’aggravarsi dello stato di agitazione.
Questo avveniva il 17 dicembre, subito dopo
le cose cominciarono a precipitare, il 23
dicembre il Consiglio dei ministri votò
l’autorizzazione al presidente del consiglio
di poter proclamare lo stadio d’assedio in
Sicilia quando lo avesse ritenuto opportuno
Non è chiaro
cosa sia intervenuto di tanto grave da far
cambiare idea al Crispi, di certo si sa che
il 3 gennaio venne proclamato lo stato di
assedio e decretato lo scioglinento dei
fasci e dato incarico al generale Morra Di
Lavriano di riportare l’ordine in Sicilia.
Il Generale dispone l’arresto dei membri del
comitato centrale. Vero è che nel giro dei
pochi giorni tra la fine del 93 ed il 3
gennaio del 94 una serie di nuovi tumulti si
verificarono nella Sicilia, specie quella
occidentale, ma non più gravi di quelli
precedenti, certamente, a nostro avviso, un
qualche ruolo l’avrà giocato la relazione di
Bisacquino che avrebbe esasperato in Crispi
i sospetti di una “congiura” internazionale.
Noi riteniamo che a spingere il Crispi a
proclamare lo stato di assedio nell’isola e
lo scioglimento dei fasci sia stata,
oltretutto, anche la pressione delle
individualità più reazionarie del suo
gabinetto. Per comprendere il “voltafaccia”
del riberese bisogna ricordare che il
Crispi aveva vissuto il Risorgimento da
cospiratore per cui nel suo dna il
cospirativismo era atavico, per questo
egli vedeva ovunque cospiratori e
cospirazioni, ed il timore che si potesse
tentare, partendo dall’isola, di distruggere
l’opera del Risorgimento, può aiutarci a
spiegare molte cose.
Proprio in quei
giorni si svolgeva a Palermo la riunione del
Comitato Centrale dei fasci, durante
quell’assemblea venne dibattuta la posizione
che avrebbe dovuto assumere il movimento.
Dal dibattito erano emerse due posizioni
nettamente contrastanti. Il De Felice, di
cui erano note le tendenze anarcoidi, aveva
sostenuto la necessità di cogliere
l’occasione della situazione di fermento per
suscitare nell’isola una vera rivoluzione,
proponendo di trasformare la struttura
evoluzionistica dei Fasci in
rivoluzionaria. La maggioranza dei presenti
fu di parere contrario, sostenendo
l’esigenza di procedere pacificamente,
seguendo i principi per cui le
organizzazioni erano nate. Il Montalto cercò
di dimostrare come fosse non solo
inopportuna una rivolta, ma essa sarebbe
stata dannosa per il movimento che avrebbe
perduto anche le simpatie dei compagni. In
quella sede si condannarono gli incidenti
che si erano registrati nelle varie parti
dell’isola, e si lanciò un appello ai
lavoratori invitandoli a mantenere la calma
e di non rispondere alle provocazioni. Alla
fine anche il De Felice Giuffrida aveva
accettato la tesi della maggioranza. Ma il
dado era tratto per cui fu facile agli
uomini dell’ordine provvedere ad arrestare
i leader De Felice, Montalto, Petrina, ed
altri. Garibaldi Bosco. Barbato e Verro
furono arrestati a bordo del piroscafo
Bagnara che si accingeva a partire per
Tunisi . Notevole fu il numero degli
arresti. L’ultimo eccidio si doveva
consumare a Santa Caterina Villarmosa,
(Enna) dove la popolazione, non a conoscenza
dello stato di assedio aveva iscenato una
manifestazione contro le tasse locali. I
soldati aprirono il fuoco contro gli inermi
cittadini causando 14 morti ed un gran
numero di feriti.
Ne seguì un
processo farsa, dove le prove furono assai
spesso artatamente costruite, dove
estrapolando da interi discorsi brevi
espressioni che avrebbero dimostrato la non
colpevolezza degli imputati vennero prese
come elementi di accusa. La cosa più
significativa di quel processo fu il fatto
che avendo permesso l’autodifesa, il
processo si trasformò, in sostanza in un
processo ai governi. Alla fine furono
inflitte pene gravose a tutti gli imputati,
dai 16 anni inflitti al De Felice Giuffrida
ai 10 anni del Montalto. La gravità delle
condanne era già implicita nei capi d’accusa
“cospirazione per commettere fatti
diretti a far insorgere in armi gli abitanti
del Regno contro i poteri dello Stato”
“eccitamento alla guerra civile, alle
devastazioni, alla strage, al saccheggio in
qualsiasi parte del Regno, col conseguimento
in parte dell’intento nei fatti avvenuti in
novembre e dicembre del 1893 e gennaio 1894
in Sicilia.”
Dopo la scandalosa sentenza di condanna
emessa dal Tribunale militare di guerra, in
tutto il paese fu promossa una campagna di
solidarietà da parte di tutte le forze
democratiche, con alla testa il partito
socialista, il quale voleva, forse, farsi
perdonare la posizione di disimpegno assunta
nei momenti difficili dell’evoluzione dei
fasci. Molti dei dirigenti, sebbene reclusi,
vennero candidati nelle liste del Partito
socialista, in occasione delle elezioni
politiche del 1895, conseguendo un notevole
successo.
Il Colajanni,
nel dicembre del 1892, in una lettera
indirizzata al Montalto aveva previsto lo
sfaldamento dei fasci :”Data l’attuale
cultura del nostro popolo tutti i Fasci
sorti e che sorgeranno non sono che fuochi
fatui”, alcuni mesi dopo confermando il
precedente giudizio aggiungeva :”
Credetemi, tutti i Fasci si sfasceranno
perché il popolo nostro non è all’altezza
del posto cui si vorrebbe innalzarlo in
fretta”. In effetti dopo la data del 3
gennaio 94 il movimento dei fasci scomparve,
anche se il patrimonio di forze umane non
andò del tutto perduto, da quella esperienza
gradatamente nascerà e si affererà il
movimento cooperativistico.
Bibliografia
Garibaldi
Bosco, I fasci dei lavoratori, il loro
programma e i loro fini, Pa, 1893;
N. Colajanni,
Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause,
Pa, 1894;
L. Cortesi, Il
partito socialista e il movimento dei fasci
1892-94;
F. De Luca,
Prigionie e processi, una pagina di storia
siciliana, (1894);
R. Ferri, Le
agitazioni siciliane del 1893-94 nella
pubblicistica dell’epoca;
F. Renda I
Fasci Siciliani- 1892-94, Einaudi,
Torino,1977;
S. F. Romano,
Storia dei Fasci siciliani, La terza, 1959;
P. Siino,
Giacomo Montalto, trenta anni di impegno
sociale, (1890-1920) ; Centro Stampa
Facoltà di Magistero, Pa,1993.
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