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I Fasci dei lavoratori in Sicilia

 

di Pietro Siino

Riteniamo che ogni qualvolta ci si trovi di fronte  a manifestazioni  che vedano coinvolti larghe masse di cittadini, sia che si tratti di semplici manifestazioni di protesta  o vere sommosse, prima di esprimere un giudizio sia necessario indagare a fondo per comprendere la vis  che ne costituisce l’anima. Assai spesso dietro l’apparenza della semplice manifestazione si celano motivazioni assai complesse che sfuggono allo sguardo di un distratto osservatore.

 Conoscere  la temperie politica, culturale, economico-sociale entro cui i fatti si svolgono  costituisce, per così dire, un passaggio obbligato  per chiunque, storico  o giornalista che sia, che si voglia accingere a trattare di questioni sociali.

Questo principio vale, quindi, anche per tentare di interpretare il fenomeno dei Fasci dei lavoratori siciliani..

Ora, volendo noi, con queste poche note, fornire le linee che aiutino a comprendere i motivi che hanno portato alla nascita , alle manifestazioni e alla morte del  movimento, riteniamo, prima di entrare in medias res , doveroso rintracciare gli elementi che vengono a costituire la “dietrologia” giustificativa che ha determinatol’esplosione del fenomeno.

Se vogliamo partire dall’atmosfera politica occorre non dimenticare che negli ultimi decenni dell’Ottocento in Italia, così come nel resto dell’Europa si registra il diffondersi  di alcune ideologie come il positivismo e l’evoluzionismo darwiniano che trovavano nel socialismo scientifico gli elementi di saldatura e, quindi, di convivenza.  In Italia i giovani borghesi, laureati nelle università dopo il 1880 avevano scoperto l’ideologia socialista e si erano convinti che fosse questa la strada da percorrere per  far raggiungere al paese uno sviluppo che lo ponesse nelle condizioni  di poter competere con gli altri paesi più civili. Per quei giovani il socialismo fu più che una ideologia di moda. Scrive Croce  …quando si passi in rassegna la società intellettuale di quel tempo si deve concludere che al socialismo, tutta o quasi tutta  la parte eletta della generazione giovane vi fu portata: ed era indizio di inferiorità restarne indifferenti, o disporvisi contro scioccamente ostili, come taluni facevano.

Aggiungiamo  che, in diverse parti della penisola erano sorte le camere del lavoro  e  altri organismi associativi di lavoratori, (a Bologna nel 1871 nasceva  il primo fascio operaio) che si confondono con lo sviluppo del movimento anarco operaistico;  ma  fu  la nascita del partito dei lavoratori, avvenuta a Genova nell’agosto del 1892,( successivamente detto partito socialista) a costituire, a nostro avviso, l’ elemento  coagulante e propulsivo,  dell’atmosfera di fiducia in un prossimo rinnovamento a contribuire, a far nascere nei lavoratori un certo ottimismo sul futuro.

Le avvincenti teorie del nuovo partito non potevano lasciare insensibili i lavoratori che da sempre avevano sognato di spezzare le catene che li tenevano costretti in uno stato di sudditanza  materiale e morale nei confronti dei capitalisti detentori della ricchezza. Rivendicando il diritto alla propria emancipazione,  i lavoratori intravidero la possibilità di realizzare, attraverso il nuovo partito la socializzazione delle terre, delle fabbriche. Tra le altre concause  a determinare lo stato di fiduciosa attesa non  ci sentiamo di escludere  del tutto la nuova posizione della Chiesa, di fronte alla questione sociale. Non ci si deve dimenticare che nel 1891  venne pubblicata la Rerum Novarum 

Queste poche note potrebbero apparire estrinseche  alle motivazioni che stanno alla base  della fondazione dei Fasci  siciliani dei lavoratori , ma così non è se teniamo presente il fatto che i leader dei Fasci siciliani, tutti appartenenti alla borghesia intellettuale siciliana, avevano accettato senza riserve le teorie di Marx e che nell’esperienza dei Fasci cercarono la convalida delle teorie socialiste, e che essi avevano aderito al partito nato a Genova. allora si vedere come il movimento dei Fasci siciliani si inserisca in movimento più ampio.  Sonnino, tenendo presente la situazione sociale del paese, nel 1875, anticipando quanto sarebbe in seguito aqvvenuto,  scriveva che se lo Stato e i proprietari non avessero tenuto presenti le esigenze e la sorte dei lavoratori, sarebbe stato normale  che si verificasse il fenomeno della nascita di organizzazioni che mettessero insieme le forze dei lavoratori per provvedere alla loro difesa.

Prima di procedere oltre cerchiamo di  capire cosa furono i Fasci siciliani, ribadendo che quello dei Fasci non fu  una prerogativa esclusivamente siciliana,  a testimonianza che il bisogno dell’associazionismo è un fenomeno generalizzato, anche se quelli siciliani si caratterizzarono per un modo particolare di intendere l’azione di riscatto dei lavoratori.

Certamente i Fasci siciliani furono un movimento di massa dai connotati complessi, essi furono, secondo Seton Watson, una combinazione  di sindacato e di società di mutuo soccorso, noi aggiungiamo che per i leader essi dovevano costituire la base per la creazione di un partito politico: il partito socialista. Le funzioni che venivano attribuite al movimento, in sostanza corrispondevano alle reali esigenze dei lavoratori dell’isola. Essi, infatti, avevano bisogno di un sindacato che li sostenesse nelle sempre disattese rivendicazioni sociali nei confronti della sempre crescente arroganza dei datori di lavoro; avevano necessità di una società di mutuo soccorso che li assistesse nei periodi di malattie e nei periodi di disoccupazione. In sostanza, considerate le tristi condizioni in cui vivevano i lavoratori quelle erano esigenze fondamentali, per garantire loro il diritto alla sopravvivenza.

 Da questi pochi cenni risulta evidente come la questione sociale fosse un bubbone che covava in tutto il territorio nazionale. Tale bubbone doveva manifestarsi in tutta la sua gravità quando, nei primi anni novanta, esplose la crisi economica che si abbatté  sull’Europa intera e sull’Italia in particolare, a causa della sua interna debolezza. E’ naturale che quando un fenomeno tanto generalizzato si propaga a subirne i contraccolpi  più gravi sono gli anelli più deboli dell’intera sistema. E la Sicilia rappresentava negli anni di fine ottocento  propriamente  l’anello più fragile del Paese..

Fu certamente, ancora una volta una crisi economica , l’elemento scatenante che provocò un rinato sentimento di solidarietà fra contadini ed operai e che diede nuova fiducia  a coloro che avevano progetti di organizzazione  del movimento popolare, verso forme di lotta che , abbandonando lo spontaneismo rivoluzionario anarchico, approdassero a concreti risultati in relazione alla situazione economica delle masse.  Diversi furono i fattori che determinarono la grave crisi  economica e sociale nell’isola.  Abbiamo detto che la crisi aveva colpito l’intera Europa, ma nell’isola essa ebbe riflessi gravissimi a causa della  sua atavica  debolezza  strutturale. Intanto malgrado le leggi eversive contro le strutture feudali, l’isola non aveva fatto grandi progressi, anzi pare che i latifondisti, con l’incamerare le terre demaniali o dell’asse ecclesiastico avessero aumentato il loro potere,  mantenendo in stato di soggezione morale e materiale  i lavoratori della terra, se  a ciò aggiungiamo il fatto che si verificarono due  annate negative sotto il profilo della produzione a causa delle cattive stagioni, si comincia ad avere un’idea della situazione. Ora teniamo presente anche il fatto che la cosiddetta guerra doganale con la Francia, aveva chiuso ai produttori isolani quel grande mercato che assorbiva la maggior parte dei prodotti della terra (vino, ortaggi, agrumi etc), oltre che del sale e dello zolfo, senza che i paesi della Triplice riuscissero ad assorbire quanto non veniva esportato in Francia. Si aggiunga a questo che la fillossera aveva  danneggiato notevolmente i vigneti dell’isola,  e che i grandi proprietari riversavano gli effetti della crisi sui mezzadri  e sui lavoratori  in genere costretti a sopportare oltre gli aumenti di imposte anche il fardello delle maggiori richieste dei titolari dei beni di produzione. Un’assurda contraddizione si registrava in quel tempo nell’isola, da un lato si registra un costante calo del reddito agrario mentre di contro si registrava un  aumento della rendita fondiaria. Naturalmente questa situazione produceva disoccupazione in tutti gli ambiti delle attività produttive e del commercio, anche in virtù della politica protezionistica. In Sicilia si registrò la chiusura delle piccole attività di filatura e tessitura.  E l’esubero di braccia poneva i datori di lavoro nella situazione di permettersi di poter stabilire le cifre dei salari e le ore di lavoro. Dire che la situazione dei contadini fosse quella di servi della gleba non deve apparire una esagerazione. A fronte delle molteplici testimonianze che descrivono la vita dei contadini siciliani, assai grama e fatta di stenti, non credo possa trovare accoglimento l’affermazione fatta al Senato, nella tornata del 12 giugno ’93  dal principe di Camporeale, che sostiene essere i contadini siciliani meglio retribuiti che in qualunque altra parte d’Italia  Dunque era la questione sociale alla base dei fermenti  dei lavoratori tutti. Cosa chiedevano loro se non più dignitose condizioni di vita, una riduzione fiscale, ed il diritto ad un lavoro che consentisse di assicurare una dignitosa sopravvivenza.

In tale atmosfera era normale che i siciliani guardassero con fiducia e speranza nel movimento dei fasci nel quale guardavano come alla sola via per una  palingenesi sociale che restituisse loro la dignità di uomini.

Come riferiscono gli storici il primo fascio dei lavoratori, in Sicilia nasce a Messina,non esiste univocità di vedute sulla data, assai probabilmente alla fine del 1888,  così riferisce il Renda, che aggiunge che la impostazione di quel primofascio rimase “dentro i confini dell’esperienza anarco-operaista”  Quel fascio, comunque non ebbe lunga vita e non riuscì a diffondersi nella provincia. In sostanza è con la nascita   nel 1891 del fascio di Catania, ad opera di De Felice Giuffrida che il fenomeno comincia a diffondersi con molta rapidità  Anche qui. Comunque, si rimane nell’ottica della commistione con il movimento anarchico. In effetti il De Felice non accettò l’indicazione venuta dal Congresso di fondazione del Partito dei lavoratori di rompere con i movimenti anarchici, per cui egli  cercò di organizzare il movimento in base ad una alleanza dei gruppi politici che andavano dai radicali agli anarchici. Fu comunque con la fondazione del fascio di Palermo, avvenuta il 29 giugno 1892 che i fasci iniziano una vera attività in tutta l’isola , questo assai probabilmente per il fatto che Palermo per tutto il periodo del Risorgimento ha rappresentato la punta di diamante dei movimenti rivoltosi. Dopo quella data il numero dei fasci siciliani  registrò un crescendo impressionante, a fine 1892 se ne contarono  24, per raggiungere il numero di 177 a fine 1893. In sostanza in quasi tutti i paesi dell’isola venne fondato un fascio, ed in quei paesi dove non ci fu una sezione dei fasci, la gente seguiva l’evolversi degli avvenimenti con manifestazioni di solidarietà.

I leader del movimento, forti di storiche esperieze passate e sulla base della filosofia sociale dei nuovi tempi, si rendevano conto che l’individualismo, lo spontaneismo, i comportamenti emotivi difficilmente avrebbero fatto conseguire veri cambiamenti sociali, per questo si adoperavano con ogni mezzo per cercare di rendere salda la coscienza associativa dei lavoratori. Il proliferare di associazioni legate al movimento ed il crescere di istanze  migliorative portate avanti dagli aderenti, avevano messo in allarme, sin dall’inizio tanto  i detentori della ricchezza quanto i rappresentanti delle istituzioni e della forza pubblica. Gli uni per timore di dover cedere ai lavoratori nelle loro richieste, gli altri perché vedevano in queste associazioni motivi di turbamento dell’ordine costituito. D’altra parte, anche molti esponenti nazionali del partito socialista vedevano nel movimento dei fasci delle  vere Jacquerie e le manifestazioni venivano lette in termini di emotività protestataria. Una prova di ciò si è avuto al Congresso di Reggio Emilia, quando la situazione siciliana, che in quel momento costituiva il punto dolens su cui si soffermavano i giornali italiani e stranieri,  non venne trattata come problematica che potesse essere vista nell’ottica della politica sociale del partito, che alle notizie che giungevano dall’isola seppe solo esprimere formale atto di solidarietà. Per i rappresentanti presenti al congresso, forse, era difficile comprendere la realtà siciliana, essi la guardavano dall’alto delle loro astratte   ideologie, per cui non sapevano  e non potevano capire come mai nelle manifestazioni pubbliche dei fasci gli aderenti portassero i quadri rappresentanti l’immagine di Garibaldi e di Marx, assieme a quelli del re  della regina o dei santi. Siamo stati da sempre convinti che non si capisce la vita di un popolo se non se ne respira autenticamente la sua storia. Per i socialisti delle cattedrali politiche del nord la Sicilia era un mondo del  tutto incomprensibile. Il 1893 è un anno cruciale, scorrendo l’elenco delle manifestazioni per chiedere la riduzione delle tasse comunali, e per la stipula di contratti  agrari, ci si accorge che non passava giorno che non si verificassero manifestazioni di protesta, incendi di casotti daziari con arresti, sparatorie da parte delle forze dell’ordine, e spesso si registrarono anche delle vittime. Una delle più significative manifestazioni  fu quella registratasi a Caltavuturo il 20 gennaio. I contadini chiedono la quotizzazione delle terre demaniali e perciò attuano una manifestazione dimostrativa occupando simbolicamente per qualche ora le terre demaniali, al ritorno mentre si recavano verso il municipio, vengono accolti dal fuoco di sbarramento dei tutori dell’ordine. Una strage! 13 cadaveri e diecine di feriti.Occorre precisare che a Caltavuturo non  esisteva una sezione del fascio a cui attribuire la responsabilità organizzativa; si era trattato di una iniziativa spontanea dei braccianti e dei contadini. Gli arresti non si contano più, vengono arrestati anche leader come Barbato, ma anche le donne vengono chiuse in carcere. Per comprendere lo stato di disagio in cui versava no braccianti, contadini e carusi delle miniere, bisogna sottolineare il fatto che in tutte le manifestazioni, sia che si trattasse di rivendicazioni salariali che di richiesta di rinnovo di contratti che lottizzazione delle terre, in prima fila troviamo donne e bambini. E’ la prima volta che questo avviene nella storia dell’isola, ciò a testimoniare che in quel disperato momento le donne siciliane si fanno non più oggetti ma soggetti di storia Gli scioperi di tutti i lavoratori divengono una costante. Durante il periodo della mietitura, sono i mietitori ad incrociare le braccia. Il lungo e duro braccio di ferro a settembre conseguiva un parziale successo a Corleone: i proprietari terrieri, in seguito al perdurare degli scioperi , hanno firmato l’accordo con i contadini che vedevano così accolte alcune delle loro richieste. Anche se da allora si poteva registrare un certo cedimento  nel  fronte del patronato: Prizzi, Palazzo Adriano, Caltabellotta, Partanna di Trapani, Bisacquino testimoniano la modifica  dei patti colonici,  tuttavia non diminuisce la tensione e non diminuiscono assalti e danneggiamenti ai casotti daziari e ai municipi. La tensione  è resa ancor più viva della notizie circolanti sulla volontà del governo  Crispi, succeduto al titubante Giolitti, di voler sciogliere i Fasci. Il “temporeggiatore” Giolitti responsabile di aver  permesso la diffusione dei Fasci senza che facesse qualcosa per migliorare le condizioni dei lavoratori, a testimonianza del suo tentennamento, in un intervento alla Camera fatto il 13 giugno prima nega la valenza sociale del movimento e, poi, conclude :Noi siamo davanti ad un problema di pubblica sicurezza da un lato, ma anche, in parte, ad un problema sociale.

Ci pare di non secondaria importanza, per meglio comprendere il crescendo delle proteste popolari aggiungere alle precarie condizioni dei lavoratori, le provocazioni che venivano praticate nei loro confronti.  A tale proposito, ma anche per rispondere ai compagni che denigravano l’azione dei contadini, Filippo Turati, nell’ottobre del 93 scriveva :…nessun movimento incomposto, nessuna jacquerie, è ancora scoppiata in Sicilia. notoriamente, le condizioni dei contadini, dei zolfatai, ed in generale dei proletari Sebbene, siciliani siano di gran lunga peggiorate, e la spoliazione dei terreni demaniali e le angherie dei gabelloti e le  ferocie  dei campieri si siano fatte in questi ultimi anni sempre più crude (F. Turati, Nel Paese dei Fasci, in Critica Sociale, ott.1893)

Crispi, come detto, tornato da poco al governo, avvertiva la gravità della situazione e a dicembre del 93, per rispondere alle insistenti richieste  dirama una circolare telegrafica ai prefetti  affinchè si adoperino per convincere i sindaci a  far deliberare la riduzione delle tasse comunali. Inoltre vista la gravità della situazione si era incontrato con  l’on. Napoleone Colajanni, il più qualificato esponente della democrazia siciliana, per discutere del grave problema. In quell’incontro, il deputato ennese mentre si impegnava a percorrere nel più breve tempo l’isola ed incontrarsi con i contadini onde indurli al rispetto delle regole, ma di contro chiedeva a Crispi di impegnarsi a non  ascoltare quanti chiedevano l’uso del pugno di ferro e di predisporre dei provvedimenti amministrativi e politici,Ganci, onde scongiurare l’aggravarsi dello stato di agitazione. Questo avveniva il 17 dicembre, subito dopo le cose cominciarono a precipitare, il 23 dicembre il Consiglio dei ministri votò l’autorizzazione al presidente del consiglio di poter proclamare lo stadio d’assedio in Sicilia quando lo avesse ritenuto opportuno

Non è chiaro cosa sia intervenuto di tanto grave da far cambiare idea al Crispi, di certo si sa che il 3 gennaio venne proclamato lo stato di assedio e decretato lo scioglinento dei fasci e dato incarico al generale Morra Di Lavriano di riportare l’ordine in Sicilia. Il Generale dispone l’arresto dei membri del comitato centrale. Vero è che nel giro dei pochi giorni tra la fine del 93 ed il 3 gennaio del 94 una serie di nuovi tumulti si verificarono nella Sicilia, specie quella occidentale,  ma non più gravi di quelli precedenti, certamente, a nostro avviso, un qualche ruolo l’avrà giocato la relazione di Bisacquino che  avrebbe esasperato in Crispi i sospetti di una “congiura” internazionale. Noi riteniamo che a spingere il Crispi a proclamare  lo stato di assedio nell’isola e lo scioglimento dei fasci sia stata, oltretutto, anche la pressione delle individualità più reazionarie del suo gabinetto. Per comprendere il “voltafaccia” del riberese bisogna ricordare che il Crispi  aveva vissuto il Risorgimento da cospiratore  per cui nel suo dna il cospirativismo  era atavico,  per questo egli vedeva ovunque cospiratori e cospirazioni, ed il timore che si potesse tentare, partendo dall’isola, di distruggere l’opera del Risorgimento, può aiutarci a spiegare molte cose.

Proprio in quei giorni si svolgeva a Palermo la riunione del Comitato Centrale dei fasci, durante quell’assemblea venne dibattuta la posizione che avrebbe dovuto assumere  il movimento. Dal dibattito erano emerse due posizioni  nettamente contrastanti. Il De Felice, di cui erano note le tendenze anarcoidi,  aveva sostenuto la necessità di cogliere  l’occasione della situazione di fermento per suscitare nell’isola una vera rivoluzione, proponendo di trasformare la struttura evoluzionistica  dei Fasci in rivoluzionaria. La maggioranza dei presenti fu di parere contrario, sostenendo l’esigenza di procedere pacificamente, seguendo i principi per cui le organizzazioni erano nate. Il Montalto cercò di dimostrare come fosse non solo inopportuna una rivolta, ma essa sarebbe stata dannosa  per il movimento che avrebbe perduto anche le simpatie dei compagni. In quella sede si condannarono gli incidenti che si erano registrati nelle varie parti dell’isola, e si lanciò un appello ai lavoratori invitandoli a mantenere la calma e di non rispondere alle provocazioni. Alla fine anche il De Felice Giuffrida aveva accettato la tesi della maggioranza. Ma il dado era tratto per cui fu facile agli uomini dell’ordine  provvedere ad arrestare i leader De Felice, Montalto, Petrina, ed altri. Garibaldi Bosco. Barbato e Verro furono arrestati a bordo del piroscafo Bagnara che si accingeva a partire per Tunisi . Notevole fu il numero degli arresti. L’ultimo eccidio si doveva consumare a Santa Caterina Villarmosa, (Enna) dove la popolazione, non a conoscenza dello stato di assedio aveva iscenato una manifestazione contro le tasse locali. I soldati aprirono il fuoco contro gli inermi cittadini causando 14 morti ed un gran numero di feriti.

Ne seguì  un processo farsa, dove le prove furono assai spesso artatamente costruite, dove estrapolando da interi discorsi brevi espressioni che avrebbero dimostrato la non colpevolezza degli imputati vennero prese come elementi di accusa. La cosa più significativa di quel processo fu il fatto che avendo permesso l’autodifesa, il processo si trasformò, in sostanza in un processo ai governi. Alla fine furono inflitte pene gravose a tutti  gli imputati, dai 16 anni inflitti al De Felice Giuffrida ai 10 anni del Montalto. La gravità delle condanne era già implicita nei capi d’accusa “cospirazione per commettere fatti diretti a far insorgere in armi gli abitanti del Regno contro i poteri dello Stato”  “eccitamento alla guerra civile, alle devastazioni, alla strage, al saccheggio in qualsiasi parte del Regno, col conseguimento in parte dell’intento nei fatti avvenuti in novembre e dicembre del 1893 e gennaio 1894 in Sicilia.”

Dopo la scandalosa sentenza di condanna emessa dal Tribunale militare di guerra, in tutto il paese fu promossa una campagna di solidarietà da parte di tutte le forze democratiche, con alla testa il partito socialista, il quale voleva, forse, farsi perdonare la posizione di disimpegno assunta nei momenti difficili dell’evoluzione dei fasci. Molti dei dirigenti, sebbene reclusi, vennero candidati nelle liste del Partito socialista, in occasione delle elezioni politiche del 1895, conseguendo un notevole successo.

Il Colajanni, nel dicembre del 1892, in una lettera indirizzata al Montalto aveva previsto lo sfaldamento dei fasci  :”Data l’attuale cultura del nostro popolo tutti i Fasci sorti e che sorgeranno non sono che fuochi fatui”, alcuni mesi dopo confermando il precedente giudizio aggiungeva :” Credetemi, tutti i Fasci si sfasceranno perché il popolo nostro non è all’altezza del posto cui si vorrebbe innalzarlo in fretta”. In effetti dopo la data del 3 gennaio 94 il movimento dei fasci scomparve, anche se il patrimonio di forze umane non andò del tutto perduto, da quella esperienza gradatamente nascerà e si affererà il movimento cooperativistico.

 

Bibliografia

Garibaldi Bosco, I fasci dei lavoratori, il loro programma e i loro fini, Pa, 1893;

N. Colajanni,  Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause, Pa, 1894;

L. Cortesi, Il partito socialista e il movimento dei fasci 1892-94;

F. De Luca, Prigionie e processi, una pagina di storia siciliana, (1894);

R. Ferri,  Le agitazioni siciliane del 1893-94 nella pubblicistica dell’epoca;

F. Renda I Fasci  Siciliani- 1892-94, Einaudi, Torino,1977;

S. F. Romano, Storia dei Fasci siciliani,  La terza, 1959;

P. Siino, Giacomo Montalto, trenta anni di impegno sociale, (1890-1920) ; Centro Stampa  Facoltà di Magistero, Pa,1993.

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