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D'Arrigo riscoperto

 

di Salvatore Ferlita

La Repubblica-Palermo, 12 giugno 2010

Il racconto del licantropo. Così lo scrittore raccontò i suoi mostri

Da quando il grande George Steiner, su un quotidiano nazionale, ha dato il massimo dei voti a Stefano D´Arrigo per il suo "Horcynus Orca", bacchettando i lettori italiani poco sensibili o colpevolmente distratti, non sono stati pochi i chiassosi mea culpa. In realtà, lo scrittore di Alì Terme (Messina) da tempo ormai è oggetto di un´attenzione pendolare da parte degli studiosi: corsi e ricorsi della critica letteraria, insomma. Certo, è stata fondamentale negli ultimi anni la ristampa di "Horcynus Orca", (Rizzoli 2003), "I fatti della fera" (Rizzoli Bur 2004), "Cima delle nobildonne" (Rizzoli 2006), con introduzioni e apparati critici illuminanti, per poter ripartire dalla sua officina linguistica, dall´attrezzeria del suo immaginario, lasciando sul fondo l´eco di un caso letterario che clamorosamente accese tante speranze e inevitabilmente spense altrettanti entusiasmi. Ma è proprio di questi giorni l´approdo in libreria di una sorta di Ur-D´Arrigo, dei suoi primordi letterari: si tratta di un grappolo di scritti, dal titolo "Il licantropo e altre prose inedite" (edizioni Via del Vento), a cura di Siriana Sgavicchia, allieva di Walter Pedullà, la massima autorità in materia darrighiana. Lo scrittore messinese, conseguita nel 1942 la laurea in lettere all´Università di Messina con una tesi su Hölderlin, muove i primi passi dando forma a dei frammenti narrativi pubblicati su quotidiani locali. Sono prove giovanili, un po´ acerbe e a tratti asfittiche, ma si intravedono certi squarci onirici e fantastici, da far pensare a Tommaso Landolfi, ad esempio. Il primo testo si intitola "Due scene", pubblicato nel mensile universitario palermitano "L´appello", nello stesso anno in cui l´autore si laurea. Si tratta di un breve dialogo, scritto nel solco del teatro dell´assurdo, tra un uomo e una donna che discorrono sulla vita e sulla morte, in una stanza minimalista, una sorta di porzione del firmamento; "Lettere come memoria a Michele" vede la luce sempre a Palermo, nello stesso anno, su "L´Ora della Sera": racconto epistolare in cui Marocchino, rivolgendosi a un suo amico, favoleggia una fuga dalla Sicilia in groppa all´ippogrifo. Una sorta di Astolfo isolano, melanconico, tallonato dall´angoscia di vivere.
"A Taormina con la nonna" è invece un´ode scritta per la sua terra, Alì Marina, a metà strada tra Messina e Taormina, paese di «lune marocchine e di licantropi, di battitori di olive e di piccoli pescatori dal viso itterico». Un inno zampillante di amore, in cui la terra delle origini diventa eden, riserva della memoria, pozzo di San Patrizio delle fantasie più sfrenate. E a proposito di lupi mannari, va segnalato il racconto eponimo, "Il licantropo", pubblicato a Roma su "La tribuna del popolo" nel 1946, con un incipit degno del miglior D´Arrigo: «Dapprincipio ci fu estremamente difficile rassegnarci all´idea che un lupo delirasse in gola al nostro amico, che la luna potesse sortire tali straordinari e terribili effetti su di lui».
Come giustamente chiosa la curatrice, viene subito da pensare al Pirandello di "Male di luna", ma più contiguo, per l´atmosfera gotica che si respira, risulta essere il già citato Landolfi con la sua "Pietra lunare". È questo senza dubbio il racconto migliore della plaquette, che così si chiude: «Capimmo che lì finiva la nostra giovinezza e che la nostra vita s´era d´un tratto inconcepibilmente cresciuta di gravezza presso quei misteriosi confini».
Prima di avvistare dunque il mostro marino, nelle tormentate acque tra Scilla e Cariddi, D´Arrigo si trovò dinanzi un uomo lupo: ecco la prima bestia immonda che si affaccia dal suo universo d´inchiostro. E a fronte di questa ghiotta anteprima, in attesa dell´opera omnia per i tipi di Rizzoli e curata da Walter Pedullà (che allestirà un apparato dei manoscritti rimasti sepolti nei cassetti), si assiste pure alla pubblicazione di nuovi studi critici, di sfiancanti esegesi, al fine di dar conto della complessità dell´opera di D´Arrigo nella sua interezza, fornendo le indispensabili chiavi di accesso.
Poco tempo fa ha visto la luce il saggio di Emilio Giordano (già autore di altri due saggi sullo scrittore messinese), "Femmine folli e malinconici viaggiatori. Personaggi di Horcynus Orca e altri sentimenti" (Edisud Salerno), una galleria dei personaggi straordinari del capolavoro darrighiano, dagli spiaggiatori ai pellisquadre di Cariddi alle donne del romanzo.
In questi giorni, inoltre, è stato riproposto uno studio del gelese Marco Trainito, "Il codice D´Arrigo" (Edizioni Anordest), accresciuto di un nuovo capitolo dedicato a "Cime delle nobildonne". Nell´introduzione, che prende le mosse dalle dichiarazioni di Steiner, l´autore, ammiccando a Dan Brown, spiega il titolo facendo riferimento alla necessità di un sistema di simboli al fine di decrittare "Horcynus Orca", di far luce sui passaggi più oscuri e involuti, quelli in cui il lettore rischia di far naufragio. Perché leggere il capolavoro di D´Arrigo, scrive Trainito, è come «entrare nel labirinto del Minotauro, perché le infinite svolte narrative e gli snervanti indugi sintattico-espressivi non sono che un´iniziazione all´incontro col Mostro protagonista». La seconda parte, quella in cui viene esaminato il romanzo meno noto dello scrittore messinese in riferimento al dibattito sulle radici dell´Europa e dell´Occidente, è la più debole del saggio.
È da segnalare infine la tesi di laurea di Giulio Passerini, dal titolo "Il vortice e la metamorfosi. Lessico enciclopedico di Horcynus Orca" (in appendice una bella intervista a Vincenzo Consolo, che racconta i suoi incontri con D´Arrigo), discussa l´anno scorso nella Facoltà di Lettere dell´Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, relatore Giuseppe Langella: si tratta del tentativo di dimostrare come la teoria dell´organizzazione enciclopedica del sapere, formulata da Umberto Eco nel "Trattato", possa costituire una chiave di lettura dell´opera di D´Arrigo, una fessura attraverso la qle sbirciare nel suo laboratorio, per mettere in luce secondo quali criteri l´autore abbia organizzato i suoi materiali linguistici. Qui invece a funzionare è soprattutto la seconda parte, in cui oltretutto si accenna al rapporto del capolavoro di D´Arrigo con "Ulisse" di Joyce, alla luce di un articolo dello scrittore messinese in cui significativamente si legge: «L´agente di pubblicità Bloom si faceva perciò, per me, fratello di quel marinaio così come l´irlandese Joyce diveniva per me, scrittore siciliano, fratello mio».