|
|
|
|||
Il racconto del licantropo. Così lo scrittore raccontò i suoi mostri
Da quando il
grande
George
Steiner, su
un
quotidiano
nazionale,
ha dato il
massimo dei
voti a
Stefano
D´Arrigo per
il suo "Horcynus
Orca",
bacchettando
i lettori
italiani
poco
sensibili o
colpevolmente
distratti,
non sono
stati pochi
i chiassosi
mea culpa.
In realtà,
lo scrittore
di Alì Terme
(Messina) da
tempo ormai
è oggetto di
un´attenzione
pendolare da
parte degli
studiosi:
corsi e
ricorsi
della
critica
letteraria,
insomma.
Certo, è
stata
fondamentale
negli ultimi
anni la
ristampa di
"Horcynus
Orca",
(Rizzoli
2003), "I
fatti della
fera"
(Rizzoli Bur
2004), "Cima
delle
nobildonne"
(Rizzoli
2006), con
introduzioni
e apparati
critici
illuminanti,
per poter
ripartire
dalla sua
officina
linguistica,
dall´attrezzeria
del suo
immaginario,
lasciando
sul fondo
l´eco di un
caso
letterario
che
clamorosamente
accese tante
speranze e
inevitabilmente
spense
altrettanti
entusiasmi.
Ma è proprio
di questi
giorni
l´approdo in
libreria di
una sorta di
Ur-D´Arrigo,
dei suoi
primordi
letterari:
si tratta di
un grappolo
di scritti,
dal titolo
"Il
licantropo e
altre prose
inedite"
(edizioni
Via del
Vento), a
cura di
Siriana
Sgavicchia,
allieva di
Walter
Pedullà, la
massima
autorità in
materia
darrighiana.
Lo scrittore
messinese,
conseguita
nel 1942 la
laurea in
lettere
all´Università
di Messina
con una tesi
su Hölderlin,
muove i
primi passi
dando forma
a dei
frammenti
narrativi
pubblicati
su
quotidiani
locali. Sono
prove
giovanili,
un po´
acerbe e a
tratti
asfittiche,
ma si
intravedono
certi
squarci
onirici e
fantastici,
da far
pensare a
Tommaso
Landolfi, ad
esempio. Il
primo testo
si intitola
"Due scene",
pubblicato
nel mensile
universitario
palermitano
"L´appello",
nello stesso
anno in cui
l´autore si
laurea. Si
tratta di un
breve
dialogo,
scritto nel
solco del
teatro
dell´assurdo,
tra un uomo
e una donna
che
discorrono
sulla vita e
sulla morte,
in una
stanza
minimalista,
una sorta di
porzione del
firmamento;
"Lettere
come memoria
a Michele"
vede la luce
sempre a
Palermo,
nello stesso
anno, su
"L´Ora della
Sera":
racconto
epistolare
in cui
Marocchino,
rivolgendosi
a un suo
amico,
favoleggia
una fuga
dalla
Sicilia in
groppa
all´ippogrifo.
Una sorta di
Astolfo
isolano,
melanconico,
tallonato
dall´angoscia
di vivere.
|
||||