Aderisci    Contatti    Mailing List            Promozione    Novità

Società Siciliana

per l'Amicizia

fra i Popoli

L'INCONTRO E IL CONFRONTO

FRA LE CULTURE

Un sistema di iniziative

IN SICILIA E NEI PAESI

HOME  CHI SIAMO  PARTECIPA  LINGUE  CULTURE  COOPERAZIONE  GITE E VIAGGI  LIBRI  INFORMAZIONE

HOME - INFORMAZIONE - PAGINE DI REPUBBLICA

Il patto effimero di un'isola in guerra

 

di Salvatore Falzone

La Repubblica-Palermo, 2 aprile 2011

 

L´accordo siglato da Angioini e Aragonesi sancì la distinzione tra Regno di Sicilia e di Trinacria, incoronò Federico III e portò alla liberazione di Filippo d´Angiò. Per il sovrano è un successo l´unico in quarant´anni di regno.
 

Trentun agosto 1302. Sotto la rupe di Caltabellotta, sui Monti Sicani, in Val di Mazara, tra il Belice e il Platani, si spegne la sanguinosa guerra scoppiata a Palermo all´alba del 31 marzo 1282. Qui giurano la pace (siglata il 24 agosto e firmata il 29 da Federico III e da Carlo di Valois per conto di Carlo II d´Angiò) Angioini e Aragonesi, che si sono contesi il possesso dell´Italia meridionale. Nell´afa d´estate finisce la prima fase dei Vespri siciliani. L´accordo è complesso e prevede molte cose: la distinzione politica fra il Regno di Sicilia, in mano agli Angioini, e il Regno di Trinacria con Federico III come re indipendente e assoluto; la liberazione di Filippo I d´Angiò, fino a quel momento detenuto dagli Aragonesi a Cefalù; il matrimonio fra Federico ed Eleonora d´Angiò, sorella del duca di Calabria Roberto d´Angiò e figlia di Carlo II; la riunificazione del Regno di Trinacria con quello di Sicilia sotto la dominazione degli Angioini, dopo la morte di Federico; e il fatto che gli Angiò devono sborsare 100 mila once d´oro a beneficio delle tasche aragonesi.
Certo la pace di Caltabellotta è un successone per Federico, l´unico in quarant´anni di regno. Anche se alla sua morte, stando ai patti, l´isola dovrà tornare al vecchio Regno di Sicilia sul quale governano da Napoli gli Angioini. Ma tant´è. Federico s´infischierà di questa clausola, quando nel 1320 farà eleggere dal parlamento suo figlio Pietro re di Sicilia, col titolo di re Pietro II, correggente. Per cui, alla sua morte, non ci sarà nessun problema di successione: Pietro regnerà sull´isola già da sedici anni.
La verità è che Federico sbava per cacciare gli Angioini da Napoli, anche se non vi riesce. Il trattato gli riconosce il titolo di Rex Trinacriae. Ma lui avrebbe preferito un titolo diverso, magari anche quello di re dell´isola di Sicilia (Bonifacio VIII non ne vuole sentire parlare). Comunque sia, la pace di Caltabellotta è una grande vittoria siciliana. L´importante è che lo Stato siciliano, sorto nel 1296, sia pure titolato come regno di Trinacria, ottiene adesso il primo decisivo riconoscimento internazionale. Ha vinto il separatismo siciliano. E inizia di conseguenza la fine politica del vecchio regno di Sicilia, quello fondato da Ruggero II nel 1130.
Visti i termini della pace, Federico d´Aragona e Carlo II d´Angiò dovrebbero seguire due strade diverse: il re siciliano dovrebbe darsi a una politica estera che riconosca come definitivo ed ereditario il possesso vitalizio del regno di Trinacria; mentre il re angioino, al contrario, dovrebbe seguire una politica tesa a riavere, alla morte di Federico, tutto ciò che è stato costretto a cedergli. Peccato che Federico, che solo momentaneamente risulta il vincitore, non si accontenterà del solo possesso vitalizio del regno dell´isola e neanche del territorio isolano. Perché il suo scopo è quello di diventare re di tutto il territorio del vecchio Regno di Sicilia. E così, giurata la pace di Caltabellotta, Federico si dimentica della pace e pensa solo alla guerra. La sua politica estera si fa aggressiva ed espansiva. I dissensi si fanno numerosi, cominciano gli abbandoni: molti catalani tornano nell´Aragona, Ruggero di Lauria, suo braccio destro, passa dalla parte angioina e offre i propri servigi ad Andronico II Bisanzio. La riunificazione prevista dal trattato non si verificherà mai, perché gli Aragonesi non lasceranno la Sicilia: Federico rivendica il titolo di re per il figlio Pietro. Seguono altri anni di guerra, visto che Roberto cercherà di riprendere possesso dell´isola nel 1314, impresa infruttuosa. Regna una gran confusione. Al contrario, gli Aragonesi si danno alla conquista del Regno di Napoli, con Alfonso V d´Aragona detto il magnanimo che alla fine del 1442 strappa la corona a Renato d´Angiò, ultimo degli Angioini. Il titolo di "Re di Sicilia" spetta ancora a loro (agli Angioini) e per indicare il regno nella parte continentale si parla di "Regno di Sicilia al di qua del faro". Nonostante la pace di Caltabellotta, nasce di fatto il Regno di Napoli.
Invece di ricostruire il paese devastato da vent´anni di guerra e rivoluzione, Federico pensa a conquistare l´Oriente. Non gli va giù di essere "solo" re dell´isola di Sicilia. Usa il titolo di rex, invece che di rex Siciliae: almeno così vuol dire che non ha rinunciato ai suoi diritti sul Regno di Sicilia. Re per quarant´anni del Regno di Sicilia, Federico crede di diventare re del vecchio regno di Sicilia, quello che comprende l´isola e la penisola, e si comporta di conseguenza, in modo ambiguo, provocando una serie di ripercussioni di carattere internazionale. Si mette contro l´Angioino di Napoli, contro il papato, contro la Francia e perfino contro l´Aragona. Il personaggio è singolare. Ha sempre vissuto in Sicilia, ma non è un re siciliano come il normanno Tancredi o lo svevo Manfredi. È un sovrano siciliano perché è stato voluto ed eletto da un Parlamento siciliano. Ed è nello steso tempo un sovrano aragonese, nato nell´Aragona, figlio di un re aragonese. Insomma, un siculo-aragonese che non conosce l´Italia né l´Aragona, ma che desidera (così non sarà) di essere sepolto un giorno non in Sicilia ma a Barcellona, accanto al padre Pietro e alla madre Costanza. La sua doppia identità si riflette anche nella composizione della classe dirigente, che di fatto è siciliana e aragonese, e così pure la composizione dei vertici dello Stato. Col risultato che i baroni siciliani la pensano alla siciliana, e quelli aragonesi alla catalana. Sono questi ultimi i più legati a Federico, anche se non risparmiano critiche alla sua politica.
Risultato: la pace di Caltabellotta ha vita breve. E alla prima occasione si rivela per quella che è: una formula giurata solennemente che però non vale niente. La rottura arriva nell´anno del Signore 1309: muore Carlo II d´Angiò, Clemente V lascia Roma e si trasferisce ad Avignone, Enrico VII è il nuovo imperatore della Germania. Quest´ultimo inizia la sua discesa in Italia (d´accordo col Papa e col re di Francia) per essere incoronato nella città capitolina da un legato del pontefice. Al trono di Napoli, nel frattempo, succede Roberto d´Angiò. A complicare le cose saranno degli errori compiuti dall´inesperto Roberto, oltre che la guerra fra guelfi e ghibellini. Il momento è cruciale anche per il destino dello Stato siciliano. Federico può fare due cose: appoggiare il rivale Roberto e chiedere in cambio la legittimazione perpetua del possesso siciliano. Oppure allearsi con Enrico VII e, insieme, scacciare da Napoli gli odiati angioini. Impulsivo com´è, sceglie la seconda. Il nemico si chiama Roberto d´Angiò. È guerra.
Sbarca in Calabria e occupa diverse località. È convinto di farcela. Ma le cose gli vanno male. Anche perché non ha messo in conto la morte di Enrico VII. Il piano contro Roberto, protetto dal Papa, frana di colpo. Il principe guerriero va incontro alla scomunica. E la guerra fra le Due Sicilie, alla faccia della pace di Caltabellotta, diventa infinita.

 

Contribuisci a migliorare la nostra Informazione

Segnalaci articoli, pagine, siti, eventi

 

HOME  CHI SIAMO  PARTECIPA  LINGUE  CULTURE  COOPERAZIONE  GITE E VIAGGI  LIBRI  INFORMAZIONE