L´accordo siglato da
Angioini e Aragonesi
sancì la distinzione
tra Regno di Sicilia
e di Trinacria,
incoronò Federico
III e portò alla
liberazione di
Filippo d´Angiò.
Per il sovrano è un
successo l´unico in
quarant´anni di
regno.
Trentun agosto 1302.
Sotto la rupe di
Caltabellotta, sui
Monti Sicani, in Val
di Mazara, tra il
Belice e il Platani,
si spegne la
sanguinosa guerra
scoppiata a Palermo
all´alba del 31
marzo 1282. Qui
giurano la pace
(siglata il 24
agosto e firmata il
29 da Federico III e
da Carlo di Valois
per conto di Carlo
II d´Angiò) Angioini
e Aragonesi, che si
sono contesi il
possesso dell´Italia
meridionale.
Nell´afa d´estate
finisce la prima
fase dei Vespri
siciliani. L´accordo
è complesso e
prevede molte cose:
la distinzione
politica fra il
Regno di Sicilia, in
mano agli Angioini,
e il Regno di
Trinacria con
Federico III come re
indipendente e
assoluto; la
liberazione di
Filippo I d´Angiò,
fino a quel momento
detenuto dagli
Aragonesi a Cefalù;
il matrimonio fra
Federico ed Eleonora
d´Angiò, sorella del
duca di Calabria
Roberto d´Angiò e
figlia di Carlo II;
la riunificazione
del Regno di
Trinacria con quello
di Sicilia sotto la
dominazione degli
Angioini, dopo la
morte di Federico; e
il fatto che gli
Angiò devono
sborsare 100 mila
once d´oro a
beneficio delle
tasche aragonesi.
Certo la pace di
Caltabellotta è un
successone per
Federico, l´unico in
quarant´anni di
regno. Anche se alla
sua morte, stando ai
patti, l´isola dovrà
tornare al vecchio
Regno di Sicilia sul
quale governano da
Napoli gli Angioini.
Ma tant´è. Federico
s´infischierà di
questa clausola,
quando nel 1320 farà
eleggere dal
parlamento suo
figlio Pietro re di
Sicilia, col titolo
di re Pietro II,
correggente. Per
cui, alla sua morte,
non ci sarà nessun
problema di
successione: Pietro
regnerà sull´isola
già da sedici anni.
La verità è che
Federico sbava per
cacciare gli
Angioini da Napoli,
anche se non vi
riesce. Il trattato
gli riconosce il
titolo di Rex
Trinacriae. Ma lui
avrebbe preferito un
titolo diverso,
magari anche quello
di re dell´isola di
Sicilia (Bonifacio
VIII non ne vuole
sentire parlare).
Comunque sia, la
pace di
Caltabellotta è una
grande vittoria
siciliana.
L´importante è che
lo Stato siciliano,
sorto nel 1296, sia
pure titolato come
regno di Trinacria,
ottiene adesso il
primo decisivo
riconoscimento
internazionale. Ha
vinto il separatismo
siciliano. E inizia
di conseguenza la
fine politica del
vecchio regno di
Sicilia, quello
fondato da Ruggero
II nel 1130.
Visti i termini
della pace, Federico
d´Aragona e Carlo II
d´Angiò dovrebbero
seguire due strade
diverse: il re
siciliano dovrebbe
darsi a una politica
estera che riconosca
come definitivo ed
ereditario il
possesso vitalizio
del regno di
Trinacria; mentre il
re angioino, al
contrario, dovrebbe
seguire una politica
tesa a riavere, alla
morte di Federico,
tutto ciò che è
stato costretto a
cedergli. Peccato
che Federico, che
solo momentaneamente
risulta il
vincitore, non si
accontenterà del
solo possesso
vitalizio del regno
dell´isola e neanche
del territorio
isolano. Perché il
suo scopo è quello
di diventare re di
tutto il territorio
del vecchio Regno di
Sicilia. E così,
giurata la pace di
Caltabellotta,
Federico si
dimentica della pace
e pensa solo alla
guerra. La sua
politica estera si
fa aggressiva ed
espansiva. I
dissensi si fanno
numerosi, cominciano
gli abbandoni: molti
catalani tornano
nell´Aragona,
Ruggero di Lauria,
suo braccio destro,
passa dalla parte
angioina e offre i
propri servigi ad
Andronico II
Bisanzio. La
riunificazione
prevista dal
trattato non si
verificherà mai,
perché gli Aragonesi
non lasceranno la
Sicilia: Federico
rivendica il titolo
di re per il figlio
Pietro. Seguono
altri anni di
guerra, visto che
Roberto cercherà di
riprendere possesso
dell´isola nel 1314,
impresa infruttuosa.
Regna una gran
confusione. Al
contrario, gli
Aragonesi si danno
alla conquista del
Regno di Napoli, con
Alfonso V d´Aragona
detto il magnanimo
che alla fine del
1442 strappa la
corona a Renato
d´Angiò, ultimo
degli Angioini. Il
titolo di "Re di
Sicilia" spetta
ancora a loro (agli
Angioini) e per
indicare il regno
nella parte
continentale si
parla di "Regno di
Sicilia al di qua
del faro".
Nonostante la pace
di Caltabellotta,
nasce di fatto il
Regno di Napoli.
Invece di
ricostruire il paese
devastato da
vent´anni di guerra
e rivoluzione,
Federico pensa a
conquistare
l´Oriente. Non gli
va giù di essere
"solo" re dell´isola
di Sicilia. Usa il
titolo di rex,
invece che di rex
Siciliae: almeno
così vuol dire che
non ha rinunciato ai
suoi diritti sul
Regno di Sicilia. Re
per quarant´anni del
Regno di Sicilia,
Federico crede di
diventare re del
vecchio regno di
Sicilia, quello che
comprende l´isola e
la penisola, e si
comporta di
conseguenza, in modo
ambiguo, provocando
una serie di
ripercussioni di
carattere
internazionale. Si
mette contro
l´Angioino di
Napoli, contro il
papato, contro la
Francia e perfino
contro l´Aragona. Il
personaggio è
singolare. Ha sempre
vissuto in Sicilia,
ma non è un re
siciliano come il
normanno Tancredi o
lo svevo Manfredi. È
un sovrano siciliano
perché è stato
voluto ed eletto da
un Parlamento
siciliano. Ed è
nello steso tempo un
sovrano aragonese,
nato nell´Aragona,
figlio di un re
aragonese. Insomma,
un siculo-aragonese
che non conosce
l´Italia né
l´Aragona, ma che
desidera (così non
sarà) di essere
sepolto un giorno
non in Sicilia ma a
Barcellona, accanto
al padre Pietro e
alla madre Costanza.
La sua doppia
identità si riflette
anche nella
composizione della
classe dirigente,
che di fatto è
siciliana e
aragonese, e così
pure la composizione
dei vertici dello
Stato. Col risultato
che i baroni
siciliani la pensano
alla siciliana, e
quelli aragonesi
alla catalana. Sono
questi ultimi i più
legati a Federico,
anche se non
risparmiano critiche
alla sua politica.
Risultato: la pace
di Caltabellotta ha
vita breve. E alla
prima occasione si
rivela per quella
che è: una formula
giurata solennemente
che però non vale
niente. La rottura
arriva nell´anno del
Signore 1309: muore
Carlo II d´Angiò,
Clemente V lascia
Roma e si
trasferisce ad
Avignone, Enrico VII
è il nuovo
imperatore della
Germania.
Quest´ultimo inizia
la sua discesa in
Italia (d´accordo
col Papa e col re di
Francia) per essere
incoronato nella
città capitolina da
un legato del
pontefice. Al trono
di Napoli, nel
frattempo, succede
Roberto d´Angiò. A
complicare le cose
saranno degli errori
compiuti
dall´inesperto
Roberto, oltre che
la guerra fra guelfi
e ghibellini. Il
momento è cruciale
anche per il destino
dello Stato
siciliano. Federico
può fare due cose:
appoggiare il rivale
Roberto e chiedere
in cambio la
legittimazione
perpetua del
possesso siciliano.
Oppure allearsi con
Enrico VII e,
insieme, scacciare
da Napoli gli odiati
angioini. Impulsivo
com´è, sceglie la
seconda. Il nemico
si chiama Roberto
d´Angiò. È guerra.
Sbarca in Calabria e
occupa diverse
località. È convinto
di farcela. Ma le
cose gli vanno male.
Anche perché non ha
messo in conto la
morte di Enrico VII.
Il piano contro
Roberto, protetto
dal Papa, frana di
colpo. Il principe
guerriero va
incontro alla
scomunica. E la
guerra fra le Due
Sicilie, alla faccia
della pace di
Caltabellotta,
diventa infinita.
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