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L'Italia fatta dal Sud

Storia di torti e di ragioni

 

di Amelia Crisantino

La Repubblica-Palermo, 10 marzo 2011

Nel suo nuovo saggio Salvo Di Matteo evidenzia il prezzo pagato dalla Sicilia all´Unità

Era strano che dalla Sicilia, vale a dire dalla patria di ogni separatismo, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario non venisse fuori un poderoso volume pronto a dimostrare i torti subiti dall´isola e dal Meridione. Il vociare leghista ha dato la misura di quanto - anche per i separatismi più o meno camuffati - l´isola sia rimasta indietro, messa da canto dalla sua tragica marginalità economica: ma adesso, appena stampato e quindi simbolicamente presente per i festeggiamenti, ecco l´ultima fatica di Salvo Di Matteo, Quando il Sud fece l´Italia (edizioni Arbor, 326 pagine, 22 euro), che come tutti i lavori del noto studioso è ricco di riferimenti, aneddoti, personaggi.
Poiché l´attualità incalza, nella prefazione leggiamo che una «inesistente territorialità padana invoca un egoistico e chiuso regionalismo federale» e, avendo dimenticato che l´Unità si compì grazie a «comportamenti e fatti demiurgici quasi d´ispirazione divina», irride alla «nobiltà eroica» del tricolore. Ma appena qualche riga dopo ecco che il pensiero di Salvo Di Matteo si compie, concludendosi in tutt´altra direzione da quella appena intrapresa: non è stato il Nord a essere danneggiato dall´Unità ma è «il Sud a dover essere risarcito». Sembra incredibile che dopo essere stato folgorato un paio di anni fa da Cuffaro e Miccichè - nelle conclusioni della sua Storia della Sicilia, affidava a loro il compito di «instaurare i meccanismi di un progresso senza remore» - adesso lo studioso venga conquistato dalle sirene autonomiste: eppure la storia dovrebbe essere maestra di vita, e gli storici andare quindi più cauti nello sposare cause che il tempo ha inesorabilmente tarlato.
Di risarcimenti al Sud si parlò per la prima volta nel 1876: la Sinistra storica era appena andata al potere da Roma arrivò a Palermo il prefetto Luigi Zini che s´impegnava a essere garante del primo «governo riparazionista». Finì male, e non per colpa del prefetto. Ma, allora come oggi, dietro i presunti torti subiti dalla Sicilia sta sempre la richiesta di maggiori poteri e autonomie. Cioè più soldi e meno controlli, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
La Sicilia pagò un prezzo per l´Unità: sarebbe assurdo negarlo, ma certo pagarono un prezzo anche le altre regioni. E non porta a niente elencare i misfatti dei protagonisti, le furberie o i doppiogiochismi, che sempre abbondano nel nostro Paese lacerato da una miope ingratitudine per i risultati raggiunti. Se, come scrive Di Matteo, «a Napoli anche i gatti erano borbonici», non bisogna dimenticare che in Sicilia i gatti erano tutti visceralmente contrari a Napoli e ai Borbone, identificandoli con gli oppressori. La Sicilia trovava la sua identità nell´opposizione al Borbone, senza stare troppo a riflettere sulle intenzioni della dinastia o sulle riforme obiettivamente progressiste che a varie riprese furono tentate. Un bel passo avanti sarebbe il potersi serenamente riconciliarci con gli anni preunitari, con quanto di buono venne allora cominciato, senza per questo imbarcarsi in assurde nostalgie: vorrebbe dire che non c´è più bisogno di demonizzare, che come cittadini siamo diventati più maturi. E che abbiamo compreso come l´Unità sia stata compiuta da uomini e donne in carne e ossa, tutti attraversati da un hegeliano «spirito del tempo». Cioè da qualcosa che da sempre si presenta come una corrente tumultuosa, che travolge gli argini. E non poteva certo essere fermata da una dinastia poco amata, la cui politica riformista in Sicilia cadeva per mancanza di interlocutori.
Quello che, con gusto della contraddizione, Di Matteo definisce «l´esito sublime dell´Unità d´Italia», solo un paio di pagine prima viene provocato dalla «proditoria scorreria piratesca di una truppa irregolare (i garibaldini) per conto d´altri (il Piemonte)», aiutati dagli inglesi che negano però d´avervi parte e da una caterva di tradimenti, che provocano l´implosione del Regno delle Due Sicilie. I generali non combattono e le truppe disertano, nella barocca prosa del nostro studioso la spedizione nel Meridione si risolve in una «grassazione, e vale a dire aggressione a mano armata a fine di rapina».
I rapporti fra la Sicilia e il nuovo Stato furono da subito difficili, soprattutto perché ormai da decenni gli esuli presentavano l´isola come un paese di Bengodi: un paradiso colmo di ricchezze naturali e felicissimo per definizione, che però viveva in condizioni di degrado per colpa del tiranno borbonico. Avesse avuto un governo migliore, la Sicilia avrebbe riconquistato la perduta felicità. Nell´isola l´irrequietezza risorgimentale si trasformava in attesa di una salvezza, di sicuro coincidente con un maggiore benessere e una vaga libertà. Non sempre le cose andarono nel migliore dei modi, la delusione derivante dal guardare in faccia la realtà fu reciproca. Ci furono torti e ragioni, ci furono prezzi da pagare.
Torna utile quanto affermava Ernest Renan, che in una conferenza alla Sorbona del marzo del 1882 si chiedeva «che cos´è una nazione?», per rispondersi che l´oblio e persino l´errore storico sono essenziali per la loro creazione. La violenza governa l´origine di tutte le formazioni politiche perché c´è sempre qualcuno che ha perduto e, dice Renan, «il re di Francia, visto troppo da vicino, ha perso il suo prestigio». La stessa cosa accade a Garibaldi. Specie se lo storico che rielabora la memoria è pronto a chiedere un «risarcimento».