Amicizia fra i Popoli > Informazione > Pagine di Repubblica > Lampedusa i racconti della frontiera

INFORMAZIONE

Contributi originali

Pagine e siti web

Dalla stampa

Pagine di Repubblica

Lampedusa i racconti della frontiera

Eventi e iniziative

Mediterranea ricerche storiche

Contatti   • Aderisci  Lista info  Novità   

Lampedusa, i racconti della frontiera

 

di Amelia Crisantino, Valeria Ferrante, Marcello Benfante

La Repubblica-Palermo, 14 aprile 2011

 

Gli assalti dei pirati, le galere sugli scogli, le fantasie di Ariosto: la storia ci consegna un luogo in bilico tra morte e salvezza in continuità con le emergenze di oggi.
Durante l´epopea dei corsari era un rifugio nel quale convivevano cristiani e musulmani. I principi Tomasi la dichiararono indifendibile.

Estremo sud d´Europa, simbolo della confusione che continua a regnare intorno alla gestione dei flussi migratori, Lampedusa è sempre stata terra di frontiera fra due continenti. Le sue frastagliate scogliere che separano l´Europa dall´Africa sono uno spartiacque: di qua l´affollarsi di merci del mondo globalizzato, il vorticoso muoversi dei capitali. Di là l´assedio dei dannati della terra.
Lampedusa segna il limite. È il luogo dove viene negata l´essenza del Mediterraneo come spazio di libera circolazione, ogni giorno la sua terra brulla rigenera il confine. È valico fra due mondi, che a seconda del punto di vista promette il passaggio agognato o minaccia la temuta invasione. Isola dove la storia si stratifica, sempre fedele al suo destino di terra di frontiera che si adatta alla bisogna. Ma non appartiene.
Quando i pirati dominavano il Mediterraneo Lampedusa era un rifugio dove l´Islam e il Cristianesimo vivevano fianco a fianco, senza troppi proclami. Pare che un romito avesse il compito di tenere acceso un lume notturno per guidare i naviganti: aveva allestito un altare in una grotta, a seconda della religione dei suoi ospiti si professava cristiano o musulmano.
Il suo nome deriva dal greco-bizantino Lopadusa, «ricca di molluschi». O forse dai lampi che nelle notti buie la rendevano visibile ai naviganti, e allora come oggi le alte coste a picco sul mare non dovevano sembrare rassicuranti. A metà strada fra due continenti, l´isola offriva la salvezza mentre minacciava la morte: prometteva acqua e legna oltre le aguzze scogliere, per questo fu preziosa a tutti quelli che andavano per mare. Fenici, Greci, Romani, Saraceni e Crociati l´ebbero ugualmente cara, e c´è da credere che le battaglie per riservare solo a sé quel faticoso approdo non furono poche. Nel trascorrere dei secoli Cristiani e Saraceni combatterono infinite volte per le sue sponde, tanto da provocare uno scarto: valicata la prigione della geografia, prima di tornare a essere contesa come strategica base navale l´isola diventò un luogo allegorico. Per definizione senza corpo. Fu così che Ludovico Ariosto vi fece approdare Agramante sconfitto, in fuga dalla battaglia e pure naufrago: un triplice duello ebbe il compito di risolvere la guerra, Agramante morì per mano di Orlando. E a Lampedusa c´è ancora la contrada "Cavallo Bianco", in memoria del cavallo di Orlando ucciso dal feroce saraceno Gradasso.
Messi da parte i combattimenti da romanzo, nel XVI secolo Tommaso Fazello scrive del naufragio della flotta dell´imperatore Carlo V: era l´anno di grazia 1551, quindici galere cariche di vettovaglie erano salpate da Messina dirette a Tunisi da poco conquistata dalle armate cristiane. La notte del 4 luglio la flotta comandata dal genovese Antonio Doria è sorpresa dalla tempesta, le navi perdono il controllo e «otto galere percotendo negli scogli si ruppero, e vi morirono più di mille uomini». Gli altri si salvarono perché i lampi che squarciavano il cielo mostravano cos´era avvenuto, spronandoli alla fuga. Nelle parole di Fazello - il precursore della moderna storiografia di Sicilia - Lampedusa è un´isola deserta con una chiesa dedicata alla Madonna. Il naufragio della flotta imperiale è l´ultimo episodio della guerra contro i pirati che spadroneggiano nel Mediterraneo: per una volta che vengono sconfitti subito preparano la rivincita, il mare è sempre dalla loro parte. Stavolta sono i superstiti della flotta imperiale rimasti sull´isola a farne le spese. Nel 1551 le porte di ferro della roccaforte piratesca - la tunisina Mekdia - erano state portate a Palermo assieme a diecimila prigionieri. Due anni dopo il corsaro Dragut Rais ottiene la sua rivincita: piomba su Lampedusa, cattura gli abitanti, li vende come schiavi.
Ma gli agguati pirateschi alle navi di passaggio non fanno storia, e Lampedusa si presenta sulla scena europea come l´isola di frontiera non violata dalla civiltà. A metà Settecento Diderot fantastica di farne la patria ideale per una comunità di teatranti, i massoni la pensano come un piccolo stato territoriale: una terra libera, da cui lanciare proclami e sommosse per scuotere le catene degli oppressi.
Nella realtà l´isola s´è ridotta deserta per le tante scorrerie piratesche, la «guida turistica» pubblicata nel 1781 dal principe di Biscari la descrive con «molti rimasugli di fabbriche, che mostrano essere stata un giorno abitata». E i Tomasi principi di Lampedusa proclamavano ad alta voce l´impossibilità di difenderla. Nel 1839 Ferdinando Tomasi chiede di venderla all´Inghilterra, il borbonico Ferdinando II la compera con 12mila ducati per farne una colonia agricola.
Nel 1843 un editto invita i fedeli sudditi a trasferirsi sull´isola e coltivarla: comincia la storia moderna di Lampedusa. Piuttosto prosaica, senza più mitologie. Cos´ha da spartire una colonia agricola del Regno delle Due Sicilie con l´utopia di un libero rifugio massonico? Nello stesso 1843 arriva il primo governatore, nel 1846 il naturalista Pietro Calcara pubblica a Palermo il Rapporto del viaggio scientifico nelle isole Pelagie dove raccontava di come l´isola fosse stata ripopolata a partire dal 1800: nel 1845 si contavano 500 abitanti inclusi i pubblici funzionari, suddivisi fra palermitani, girgentani, panteschi e usticani. L´agricoltura non si praticava granché, però era cominciato un volenteroso disboscamento che in breve avrebbe trasformato l´isola in landa desertica.
Un destino poco eroico sembrava attendere quella terra vicina all´Africa ma appartenente alla Sicilia: una volta compiuta l´Unità, Lampedusa nemmeno figurava nell´elenco dei comuni italiani. E rimase a lungo un luogo abbandonato, un confino da popolare con antifascisti e in seguito anche con mafiosi. Fino a quando il 15 aprile del 1986 il colonnello Gheddafi non decise di colpire la stazione radio statunitense con due missili Scud: era un nuovo roboante inizio, per niente promettente. Così, da un´emergenza all´altra, c´è voluto poco per arrivare ai barconi colmi di profughi di questi nostri giorni lividamente confusi.

Contribuisci a migliorare la nostra Informazione

Segnalaci articoli, pagine, siti, eventi