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Lampedusa, i racconti della
frontiera |
Gli assalti dei
pirati, le galere
sugli scogli, le
fantasie di Ariosto:
la storia ci
consegna un luogo in
bilico tra morte e
salvezza in
continuità con le
emergenze di oggi.
Durante l´epopea dei
corsari era un
rifugio nel quale
convivevano
cristiani e
musulmani. I
principi Tomasi la
dichiararono
indifendibile.
Estremo
sud
d´Europa,
simbolo
della
confusione
che
continua
a
regnare
intorno
alla
gestione
dei
flussi
migratori,
Lampedusa
è sempre
stata
terra di
frontiera
fra due
continenti.
Le sue
frastagliate
scogliere
che
separano
l´Europa
dall´Africa
sono uno
spartiacque:
di qua
l´affollarsi
di merci
del
mondo
globalizzato,
il
vorticoso
muoversi
dei
capitali.
Di là
l´assedio
dei
dannati
della
terra.
Lampedusa
segna il
limite.
È il
luogo
dove
viene
negata
l´essenza
del
Mediterraneo
come
spazio
di
libera
circolazione,
ogni
giorno
la sua
terra
brulla
rigenera
il
confine.
È valico
fra due
mondi,
che a
seconda
del
punto di
vista
promette
il
passaggio
agognato
o
minaccia
la
temuta
invasione.
Isola
dove la
storia
si
stratifica,
sempre
fedele
al suo
destino
di terra
di
frontiera
che si
adatta
alla
bisogna.
Ma non
appartiene.
Quando i
pirati
dominavano
il
Mediterraneo
Lampedusa
era un
rifugio
dove
l´Islam
e il
Cristianesimo
vivevano
fianco a
fianco,
senza
troppi
proclami.
Pare che
un
romito
avesse
il
compito
di
tenere
acceso
un lume
notturno
per
guidare
i
naviganti:
aveva
allestito
un
altare
in una
grotta,
a
seconda
della
religione
dei suoi
ospiti
si
professava
cristiano
o
musulmano.
Il suo
nome
deriva
dal
greco-bizantino
Lopadusa,
«ricca
di
molluschi».
O forse
dai
lampi
che
nelle
notti
buie la
rendevano
visibile
ai
naviganti,
e allora
come
oggi le
alte
coste a
picco
sul mare
non
dovevano
sembrare
rassicuranti.
A metà
strada
fra due
continenti,
l´isola
offriva
la
salvezza
mentre
minacciava
la
morte:
prometteva
acqua e
legna
oltre le
aguzze
scogliere,
per
questo
fu
preziosa
a tutti
quelli
che
andavano
per
mare.
Fenici,
Greci,
Romani,
Saraceni
e
Crociati
l´ebbero
ugualmente
cara, e
c´è da
credere
che le
battaglie
per
riservare
solo a
sé quel
faticoso
approdo
non
furono
poche.
Nel
trascorrere
dei
secoli
Cristiani
e
Saraceni
combatterono
infinite
volte
per le
sue
sponde,
tanto da
provocare
uno
scarto:
valicata
la
prigione
della
geografia,
prima di
tornare
a essere
contesa
come
strategica
base
navale
l´isola
diventò
un luogo
allegorico.
Per
definizione
senza
corpo.
Fu così
che
Ludovico
Ariosto
vi fece
approdare
Agramante
sconfitto,
in fuga
dalla
battaglia
e pure
naufrago:
un
triplice
duello
ebbe il
compito
di
risolvere
la
guerra,
Agramante
morì per
mano di
Orlando.
E a
Lampedusa
c´è
ancora
la
contrada
"Cavallo
Bianco",
in
memoria
del
cavallo
di
Orlando
ucciso
dal
feroce
saraceno
Gradasso.
Messi da
parte i
combattimenti
da
romanzo,
nel XVI
secolo
Tommaso
Fazello
scrive
del
naufragio
della
flotta
dell´imperatore
Carlo V:
era
l´anno
di
grazia
1551,
quindici
galere
cariche
di
vettovaglie
erano
salpate
da
Messina
dirette
a Tunisi
da poco
conquistata
dalle
armate
cristiane.
La notte
del 4
luglio
la
flotta
comandata
dal
genovese
Antonio
Doria è
sorpresa
dalla
tempesta,
le navi
perdono
il
controllo
e «otto
galere
percotendo
negli
scogli
si
ruppero,
e vi
morirono
più di
mille
uomini».
Gli
altri si
salvarono
perché i
lampi
che
squarciavano
il cielo
mostravano
cos´era
avvenuto,
spronandoli
alla
fuga.
Nelle
parole
di
Fazello
- il
precursore
della
moderna
storiografia
di
Sicilia
-
Lampedusa
è
un´isola
deserta
con una
chiesa
dedicata
alla
Madonna.
Il
naufragio
della
flotta
imperiale
è
l´ultimo
episodio
della
guerra
contro i
pirati
che
spadroneggiano
nel
Mediterraneo:
per una
volta
che
vengono
sconfitti
subito
preparano
la
rivincita,
il mare
è sempre
dalla
loro
parte.
Stavolta
sono i
superstiti
della
flotta
imperiale
rimasti
sull´isola
a farne
le
spese.
Nel 1551
le porte
di ferro
della
roccaforte
piratesca
- la
tunisina
Mekdia -
erano
state
portate
a
Palermo
assieme
a
diecimila
prigionieri.
Due anni
dopo il
corsaro
Dragut
Rais
ottiene
la sua
rivincita:
piomba
su
Lampedusa,
cattura
gli
abitanti,
li vende
come
schiavi.
Ma gli
agguati
pirateschi
alle
navi di
passaggio
non
fanno
storia,
e
Lampedusa
si
presenta
sulla
scena
europea
come
l´isola
di
frontiera
non
violata
dalla
civiltà.
A metà
Settecento
Diderot
fantastica
di farne
la
patria
ideale
per una
comunità
di
teatranti,
i
massoni
la
pensano
come un
piccolo
stato
territoriale:
una
terra
libera,
da cui
lanciare
proclami
e
sommosse
per
scuotere
le
catene
degli
oppressi.
Nella
realtà
l´isola
s´è
ridotta
deserta
per le
tante
scorrerie
piratesche,
la
«guida
turistica»
pubblicata
nel 1781
dal
principe
di
Biscari
la
descrive
con
«molti
rimasugli
di
fabbriche,
che
mostrano
essere
stata un
giorno
abitata».
E i
Tomasi
principi
di
Lampedusa
proclamavano
ad alta
voce
l´impossibilità
di
difenderla.
Nel 1839
Ferdinando
Tomasi
chiede
di
venderla
all´Inghilterra,
il
borbonico
Ferdinando
II la
compera
con
12mila
ducati
per
farne
una
colonia
agricola.
Nel 1843
un
editto
invita i
fedeli
sudditi
a
trasferirsi
sull´isola
e
coltivarla:
comincia
la
storia
moderna
di
Lampedusa.
Piuttosto
prosaica,
senza
più
mitologie.
Cos´ha
da
spartire
una
colonia
agricola
del
Regno
delle
Due
Sicilie
con
l´utopia
di un
libero
rifugio
massonico?
Nello
stesso
1843
arriva
il primo
governatore,
nel 1846
il
naturalista
Pietro
Calcara
pubblica
a
Palermo
il
Rapporto
del
viaggio
scientifico
nelle
isole
Pelagie
dove
raccontava
di come
l´isola
fosse
stata
ripopolata
a
partire
dal
1800:
nel 1845
si
contavano
500
abitanti
inclusi
i
pubblici
funzionari,
suddivisi
fra
palermitani,
girgentani,
panteschi
e
usticani.
L´agricoltura
non si
praticava
granché,
però era
cominciato
un
volenteroso
disboscamento
che in
breve
avrebbe
trasformato
l´isola
in landa
desertica.
Un
destino
poco
eroico
sembrava
attendere
quella
terra
vicina
all´Africa
ma
appartenente
alla
Sicilia:
una
volta
compiuta
l´Unità,
Lampedusa
nemmeno
figurava
nell´elenco
dei
comuni
italiani.
E rimase
a lungo
un luogo
abbandonato,
un
confino
da
popolare
con
antifascisti
e in
seguito
anche
con
mafiosi.
Fino a
quando
il 15
aprile
del 1986
il
colonnello
Gheddafi
non
decise
di
colpire
la
stazione
radio
statunitense
con due
missili
Scud:
era un
nuovo
roboante
inizio,
per
niente
promettente.
Così, da
un´emergenza
all´altra,
c´è
voluto
poco per
arrivare
ai
barconi
colmi di
profughi
di
questi
nostri
giorni
lividamente
confusi.
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