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La
verità falsa |
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di
Nidia Robba
Recensione di Ninni Radicini
Intorno al tema della verità, sul modo in cui le apparenze
possono condizionare e stravolgere i rapporti tra persone e tra
loro e l'ambiente circostante, i grandi della letteratura
contemporanea, innanzitutto Luigi Pirandello e Franz Kafka,
hanno ideato romanzi e racconti attraverso i quali i lettori
possono addentrarsi in un labirinto, che si materializza quando
l'individualità entra a contatto con gli altri e alla verità si
sostituisce la sua interpretazione.
"La verità falsa" si sviluppa lungo due vicende parallele che
finiranno per incontrarsi, anche se forse non in modo
definitivo. Ruota intorno a due centri - l'Austria e l'Italia -
con diramazioni in Svizzera e in Grecia, e ha una scansione
temporale precisa: dalla fine degli anni '30 alla metà dei
Cinquanta.
Come in almeno un'altro libro di Nidia Robbia ("Il sortilegio
della città rosa"), l'arco di tempo e le date, ancorché a volte
tra le righe della descrizione dei contesti, sono determinanti
per la caratterizzazione dei personaggi. Nulla sembra casuale in
questo romanzo. Un dedalo di riferimenti, alcuni riscontrabili
con una semplice riflessione, altri più profondi, che solo i
lettori attenti e sensibili saranno in grado di rilevare.
Kurt Klapper - uno dei due protagonisti - nasce nel 1932 a
Pernitz, nella Bassa Austria. Appartiene alla generazione
accompagnata dall'ancora vivo ed esaltante passato asburgico e
dalla travolgente potenza tedesca, decisa ad affermare l'idea
pangermanica. Il padre è austriaco, la madre ungherese. I
rapporti non buoni con la matrigna, a differenza di quelli
migliori con il padre, lo portano presto lontano dal contesto
familiare, in un collegio a Wiener Neustadt, dove ha modo di
iniziare a sviluppare le capacità nell'apprendimento delle
lingue straniere, tra cui l'italiano.
In parallelo scorre la giovinezza di Ilia, Ilaria Contarini. I
suoi genitori sono morti in un bombardamento a Mestre e lei,
iscritta all'Accademia d'Arte per le sue doti di disegnatrice,
nel 1945 è a Venezia, dove vive con la nonna. Recatasi al Teatro
La Fenice per assistere al "Lohengrin" di Richard Wagner,
conosce Herwig Helling, ufficiale tedesco originario di Amburgo.
L'intesa tra i due è immediata ma i tempi convulsi non possono
non incidere sul privato.
Maturata un'avversione profonda per il modo in cui sta
declinando la guerra, Herwig si rifugia da Ilia portando con sè
il documento di identità di un partigiano italiano condannato a
morte. Vi rimarrà durante quelle giornate tra la fine del
conflitto e l'inizio del dopoguerra. Come Ilia, anche lui ha
perduto i genitori in un bombardamento della sua città natale.
Eppure quello che potrebbe essere un nuovo inizio per entrambi,
diventa il prodromo del dramma. Uscito insieme a lei per trovare
qualcosa da mangiare, incrocia un gruppo di partigiani, uno dei
quali è il fratello di colui a cui apparteneva quel documento.
Mentre lo portano via, Ilia, nel tentativo di raggiungerlo, cade
e sviene.
Kurt intanto si trasferisce a Vienna e il contatto con nuova
realtà lo porta a interrogare se stesso. Fino a pochi anni
prima, Vienna era stata la capitale di un impero che dalla
Europa centrale si estendeva a Est - per secoli il traguardo dei
popoli centroasiatici - e al Sud slavo, mosaico di nazionalità.
Con Trieste, Porta sull'Adriatico che basta costeggiare per
giungere ad Atene e Costantinopoli.
Iscritto all'Università e sempre più affascinato dalla civiltà
ellenica grazie alle scoperte archeologiche di Heinrich
Schliemann, Kurt lavora come cameriere. Consapevole della
distanza tra l'atteggiamento che deve tenere sul lavoro e la sua
vera natura, si rende conto di stare recitando una parte che
sente essere falsa. A distoglierlo da questa ambiguità è la
risposta positiva per un lavoro in un hotel in Carinzia, a oltre
mille metri di altezza.
Anche per Ilia è il momento di confrontarsi con la propria
condizione. Avviene durante un viaggio verso l'Austria, alla
ricerca di Herwig. Rivede quanto accaduto nel momento del
distacco. Quel giorno, dopo aver perso i sensi, fu portata in
ospedale da Franco, un fotoreporter italoamericano di origine
siciliana, giunto al seguito degli Alleati. Si innamorò subito
di lei e chiese alla zia di Ilia - ormai la sua unica parente -
il consenso per sposarla. Poi l'avrebbe portata a Ginevra per
curarla dallo shock che le aveva bloccato la parola, da cui si
riebbe alla nascita della figlia, Ilse.
Ritrovò Herwig. Ora viveva a Traunstein in Baviera (poco oltre
il confine con l'Austria), sposato con l'infermiera che lo aveva
soccorso quando era stato rimpatriato (come Ilia con il suo
soccorritore). Portava ancora i segni di quel giorno a Venezia.
Non ricordava nulla del suo passato però riconobbe Ilia perché
gli tornava sempre in sogno. Ma nient'altro di lei, neppure
quando gli annunciò il concepimento della loro figlia. Eppure
Herwig le aveva creduto, al punto da inviarle poco dopo una
lettera a Milano, dove lei adesso abitava, per ribadire
l'impossibilità di tornare indietro.
Scoperta dal marito si dimostrò fatale per le sorti del loro
matrimonio. Lui volle separarsi, sentendosi tradito
nell'apprendere che la vera Ilia non era quella che aveva
sposato e poi aiutato nella carriera di stilista. Per lei invece
il dramma più grande fu di poter vedere la figlia solo due volte
al mese, come stabilito dopo le conseguenti vie legali. Per Kurt
e Ilia il momento dell'incontro arrivò subito dopo, in Austria
ad una festa di Carnevale. Quella sera lei incantò tutti con
atteggiamenti che non avrebbe mai immaginato esserle propri.
Oltretutto non si trovava lì per sua iniziativa: era insieme a
un'amica, a sua volta in compagnia dell'amante. Ilia aveva
cinque anni più lui e quando si conobbero gli disse di non
volere alcuna avventura. Ma dopo essersi lasciati in modo
interlocutorio, Kurt era più che mai deciso a rivederla. Così
avvenne, in un'altra occasione in cui Ilia accompagnò l'amica.
Per entrambi è l'inizio di un continuo trovarsi e lasciarsi in
giro per l'Europa: a Venezia, a Pernitz - dove Kurt reincontra
il fratello sposatosi con una italiana di Trento - poi in
Svizzera a Ginevra.
Incontri nei quali ognuno rivela qualcosa di sé prima non
dichiarato. Dopo la tesi Kurt sarebbe partito alla volta di
Atene per lavorare in un prestigioso hotel, mentre Ilia si
sarebbe diretta a Ginevra per incontrare la figlia.
Nell'intenzione di non far coincidere queste date, avvenne
qualcosa di determinante per il loro futuro. Un episodio che
avrebbe permesso ad entrambi di provare ancora una volta quanto
sia complessa la verità...
E' significativo che questo romanzo sia stato scritto da
un'autrice, Nidia Robba, nata a Trieste, una delle quattro torri
del quadrilatero mitteleuropeo insieme a Vienna, Praga e
Budapest. In uno scenario narrativo che porta il lettore a
realizzare riferimenti alla cinematografia di Michelangelo
Antonioni, per i dialoghi di "Cronaca di un amore" (1950, con
Massimo Girotti e Lucia Bosè); di Giacomo Gentilomo, anch'egli
triestino, per la tipologia dei personaggi di "Atto d'accusa"
(1950, con Marcello Mastroianni, Lea Padovani e Karl Ludwig
Diehl); di Alain Resnais, per il significato dello spazio e del
tempo nella relazione sentimentale in "L'anno scorso a Marienbad"
(1961, con Giorgio Albertazzi e Delphine Seyrig).
Accennare senza svelare, sfidare il lettore ad avventurarsi
oltre la narrazione per scoprire che la verità si adatta al
contesto sociale, familiare, storico. E' una delle lezioni di
Luigi Pirandello, il più grande drammaturgo del Novecento, che
la sviluppò integrando la sua cultura siciliana originaria -
sintesi di ellenismo, di riflessi di ispanicità e di
isolazionismo eccentrico - con quella tedesca, al culmine di un
secolo iniziato nei primi decenni dell'Ottocento con
l'elaborazione del Romanticismo e giunto all'Espressionismo.
Contesti ideali per avviare una riflessione sul rapporto tra
realtà e apparenza. Prima di scoprire che forse la verità
finisce dove inizia il destino.