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Federico II di Svevia

Incomprensioni storiche o malcelato livore?

di Claudio Alessandri

 

Può accadere, molto raramente, che uno strano destino, per chi sostiene la teoria della “predestinazione” o una volontà suprema, per chi crede nel “trascendente”, generi un uomo, una donna portatori di una missione al di fuori del comune sentire, destinati a scrivere,  in modo sconvolgente, pagine sublimi o terrificanti, tali da caratterizzare un secolo, o addirittura millenni ed ancora , fino al giorno nel quale “verrà il tempo dei tempi e la fine di tutte le fini”.   

 Nella storia, mai scritta dell’uomo, ciò è avvenuto in ogni epoca ed in ogni luogo, non meteore, ma astri splendenti che hanno dovuto subire le conseguenze, il più delle volte negative per la loro, precoce eccezionalità.

Questi uomini, queste donne hanno inevitabilmente causato sconvolgimenti cerebrali nei loro contemporanei che, ovviamente, non poterono o non vollero, come oggi non vogliono, riconoscere il “genio”, più che per discernimento, per paura dell’incomprensibile, finendo per rifiutarli, emarginarli ed infine come “corpi estranei”; orridi bubboni di pestilenze, non fisiche ma emanazione di ancestrali paure, estirparli dal corpo e dalla mente.

Ciò, come ho già detto, è avvenuto in ogni epoca ed in ogni angolo del mondo in  epoche oscure, pervase dal terrore dell’ignoto, dal baratro della non conoscenza, vittime di mendaci credenze e superstizioni, come non capirli? Ma il mio atteggiamento muta radicalmente quando l’attenzione si concentra sugli storici moderni che, suppongo dotati di estremo raziocinio e da una conoscenza, almeno sino ad oggi, ricca di spunti critici, dubito della loro obbiettività, se non fosse per le complicatissime teorie intrise di dotte speculazioni psicologiche e, ma questo preferisco escluderlo, ottuso “campanilismo”.

Questa non breve premessa, a mio vedere, è indispensabile per la comprensione dell’argomento trattato: Federico II di Svevia fu un personaggio fuori dai normali schemi umani, come sostenuto da alcuni, o una personalità eccezionale che fu per il suo regno e per l’Italia intera, una “iattura”, come sostenuto da altri che, tra l’altro, non si limitano ai fatti occorsi durante la sua vita, ma addirittura proiettano la sua negatività sulla storia dei secoli successivi e finanche ai nostri giorni.

Si dirà, non storia  imparziale, ma teorie che, come tali sono opinabili. Verissimo se queste “teorie” non fossero enunciate da storici di fama mondiale, e quasi sempre siciliani, gettando un’ ombra inquietante sulla vita e la politica di Federico II. 

E’ giunto il momento di citare alcuni esempi che, secondo il mio punto di vista, anch’esso certamente opinabile, caratterizzarono e caratterizzano ancora oggi, ponderose pubblicazioni di storia, con particolare riguardo, ovviamente, alla figura “enigmatica” di Federico II di Svevia.

Bisogna subito notare però, che gli storici come Michele Amari o, molto dopo, A. Di Stefano che vengono considerati e a ragione i più grandi studiosi siciliani delle tormentate vicende dell’isola, pur evitando accuratamente i toni trionfalistici della vuota retorica, ci danno di Federico II, un’immagine “asettica”; i suoi pregi ed i suoi difetti, divisi in eguale misura e nell’un caso e nell’altro, evitano, sapientemente, di esaltare o demonizzare la figura “poliedrica” di questo “fenomeno” del sec. XIII.

Viceversa, gli storici moderni, appunto quasi sempre siciliani, perché quelli stranieri quali E. Horst o K. Kantorowicz, nelle loro importantissime opere sono straordinariamente obiettivi. I “mostri” si avvalgono sia delle loro conoscenze, ed anche di una “spietata” introspezione di questo personaggio, operazione coraggiosa, ma estremamente rischiosa che molto spesso conduce a delle conclusioni che sembrano dettate da intenzioni preconcette e non dall’obiettività che si deve pretendere da uno storico, per di più se ascoltato da allievi facilmente influenzabili dalla spiccata personalità del loro professore, forse inconsciamente, “sovrapposta” a quella di Federico II, ma torno a ripetere, questo è il mio pensiero, probabilmente “schiavizzato” da un personaggio che non esito a definire: “fuori dal tempo e dalla storia”.

Nel leggere quanto scritto sull’operato di Federico II e pubblicato nella “ponderosa opera” Storia della Sicilia vol. III edito dalla soc. Ed.Storia di Napoli e della Sicilia, Napoli 1980, “apprendo” che questo “maldestro ed incompetente” sovrano, non era, ne più ne meno, che uno speculatore che annullava ogni forma di concorrenza nel commercio, infatti, forte del suo  incontestabile potere, aveva creato un vero e proprio monopolio del grano prodotto nell’isola e dall’alto di questa inattaccabile posizione: “…la quale grazie ai numerosi privilegi che paralizzavano ogni concorrenza, nel 1240, per esempio, poteva smerciare, a 24 tarì la salma, partite di grano acquistate anche dai privati, e che i produttori erano costretti a svendere al prezzo di appena 12 tarì…”

Incredibile! Lo “Stupor Mundi” era un volgare speculatore e per giunta sperperava (e sempre lo storico a sostenerlo) gli enormi guadagni realizzati con metodi poco ortodossi, nell’interminabile diatriba con i vari Papi che si susseguirono sul “trono di Pietro” a difesa del loro “diritto” a reclamare il potere temporale, magari facendo valere l’editto di Costantino, solo che questo illuminato imperatore  non si sognò mai di affermare una simile assurdità, religiosa e politica; l’editto però esisteva, anche se si trattava di un “volgare” falso come fu incontestabilmente affermato da studiosi dei secoli seguenti.  

E come sottacere “l’incredibile sogno” di Federico di unificare l’Italia in un unico, grande regno; ed i Comuni? Non aveva fatto conto della “Lega Lombarda”, “lunga mano” di numerosi papi, inusuale, ma provvido baluardo ad ogni pretesa d’intromissione nei loro affari, tutelati e benedetti dai vari pontefici che vedevano in quella “organizzazione”, l’unica vera barriera dissuasiva ad ogni pretesa “egemonica” di quell’antipapa, figlio del demonio, parricida, nato e cresciuto in un “nido di vipere”. Tutti appellativi che assumono un suono sinistro, provenendo dal “Rappresentante di Dio in terra”. bisogna comprendere però che non facevano altro che difendere il loro diritto di esercitare il potere, religioso e politico, su smisurati domini che assolvevano a due compiti importantissimi; quello morale e quello finanziario e come si sa, il primo è legato a doppio nodo al secondo. Quindi, sembrano concludere gli storici siciliani, Federico sprecò fortune economiche immense per soddisfare la sua “fame” inesauribile di onnipotenza, sapendo perfettamente, che mai e poi mai, avrebbe potuto prevalere sulla “volontà divina”. Le

 visioni politiche di questo “sprecone” che anticipavano di parecchi secoli  innovazioni storico - politiche al fine inevitabili, erano solamente “perdita di tempo”, di denaro e di vite umane, utopia insomma e della specie più dannosa perché provocò le “sacrosante” rimostranze dei pontefici, prodighi di scomuniche e di  Concili, nel caso di Federico II, tragico per le conseguenze, quello dell’8 giugno 1245, tenuto a Lione, che decretò la fine politica dello “stupor mundi”, d’altronde “ un papa aveva nominato Federico imperatore, un altro lo depone”; il prescelto a succedergli con tanto di invito papale, come noto fu Carlo D’Angiò, con le tragiche vicende che seguirono, non ultima, anzi decisiva, la Guerra del Vespro, ma per i “nostri”, anche quella fu diretta conseguenza del poco diplomatico, ribelle di Svevia. 

I “torti” del “Puer Apuliae”, come amava definirsi, tradendo il suo regno insulare, non si esauriscono con il solo esempio su citato; si è da sempre parlato del viscerale amore per la cultura da parte dello svevo e che egli stesso coltivò con costanza questo sentimento, ma ecco intervenire gli storici “nostrani” per precisare che: “Anche se, per quel che si riferisce alla cultura e alle manifestazioni non possiamo fare a meno di ricordare, prima di concludere, che proprio a Messina, con le Assise del 1221, Federico II comminava gravi pene ai mimi maschi e femmine che “traevano guadagno esibendosi a oltraggio del loro corpo” e ai giullari maldicenti. E con le cui disposizioni, analoghe alle norme sulle quali si reggevano le società feudali, Federico II si presenta in stridente contrasto con le aperture culturali e cosmopolitiche e con le sue curiosità nel campo delle scienze.

Non nascondo di nutrire per quello storico uno sgradevole senso di fastidio, perché è evidente che quanto sostiene è frutto di impreparazione storica e per uno “storico” costituisce una lacuna non da poco. Che Federico II fosse un monarca coltissimo è innegabile e le “assise” del 1221” scaturivano da una mente “illuminata” , ma non stolta e i “giullari maldicenti” divertivano il popolo “caricaturando”  le “magagne” del sovrano, era il loro sacrosanto diritto, ma e si, c’era un ma, eravamo nel 1221, cioè in pieno Medio Evo, epoca nella quale la “lesa maestà” veniva punita con la morte e non solo nel Regno Svevo. E’ bene ricordare a quegli storici di dare un’occhiata, non al 1221, ma al 2006 dove tutti i potenti della terra usano eliminare i “giullari maldicenti”, non con il taglio della testa, ma con un sistema molto più raffinato ed efficace, la “morte civile”.

Ed infine come si usa fare, concluderò con un “un numero” a sensazione; l’affronto più bruciante fatto all’intellighenzia siciliana, l’abbandono, quasi definitivo della reggia di Palermo per trasferirsi sul Continente presso i suoi domini pugliesi   A quel punto la vita sfarzosa di Palermo cominciò a languire, fino a spegnersi con ripercussioni gravissime per l’economia dell’intera Isola ma, ricordo male? Gli stessi storici che sostengono questo, avevano accusato Federico II di avere distrutto l’economia isolana esercitando un pesante regime di monopolio a beneficio personale? E’ probabile che io ricordi male, ma di quello che sono certo è che Federico, prima di morire, fece testamento ed espresse il desiderio che le sue spoglie mortali fossero tumulate a Palermo; ripensamento o sincero pentimento? Lasciamo agli storici la risoluzione di questo annoso interrogativo, ritengo siano i più adatti a trovare una “dotta teoria”.

Potrei proseguire nell’elencazione di tutte le “ pecche” riscontrate da alcuni storici nella vita e nelle opere di Federico II, ma lo ritengo inutile, ripetitivo e quindi tedioso, in ogni caso non cambierebbe nulla nella monolitica visione di una “storia federiciana” tanto dissimile dalla mia che non temo di definire, “parallela”.

 

 

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