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Prima di inoltrarci nella vicenda che vide la tragica morte di Manfredi, è bene tracciare un breve profilo della personalità di Federico II. Lo Stupor Mundi dato il suo ruolo di re ed imperatore era un uomo estremamente concreto, ma come tutti i “grandi” del suo tempo, non intraprendeva alcuna iniziativa senza avere interpellato gli indovini di corte. Federico stesso era un grande studioso della Cabala e si serviva per i suoi studi dei numerosi esperti di questo ramo pseudo-religioso, ebrei, arabi, greci ed anche religiosi cattolici. Si narra che un indovino di corte profetizzò che la morte di Federico sarebbe avvenuta “in flore”, Federico II interpretò quel nome come la città di Firenze e quando poté evitò di soggiornare o addirittura attraversare quel luogo. Se nonché l’imperatore morì il 13 dicembre 1250 a Castel Fiorentino, cittadina pugliese dove era stato ricoverato dopo essere stato colpito da gravissima febbre intestinale; si dice ancora che Federico solo in punto di morte si rese conto che la predizione non si riferiva a Firenze, ma a un piccolo centro del suo regno, appunto Castel Fiorentino.
MANFREDI
Manfredi nacque nel 1232 da una relazione al di fuori del matrimonio fra l’imperatore e Bianca Lancia, considerata dagli storici l’unica donna che riusci a penetrare il cuore dello Staufen, impegnato alacremente a tramandare i geni della sua stirpe, poco proclive ad amori che comportassero sentimentalismo, debolezza che non poteva consentirsi. L’amore che Federico aveva nutrito per Bianca Lancia fu trasferito in Manfredi, l’imperatore apprezzò, fin dalla prima giovinezza, la propensione di Manfredi verso le sue stesse passioni culturali e ludiche, e principalmente il carattere fiero, abile nel maneggio delle armi e la fermezza nelle decisioni, tutte doti caratteristiche della stirpe sveva. Manfredi seguì il padre in numerose imprese militari e non mancò di rivelare notevoli capacità diplomatiche, utilissime a Federico nel redimere numerose contese che, altrimenti avrebbero comportato notevole dispendio economico e la perdita di preziose risorse umane. Manfredi assistette all’improvvisa morte del padre avvenuta il 13 dicembre 1250 morte che segnò la rapida fine della dinastia sveva nonostante Federico avesse designato a succedergli il figlio primogenito Corrado IV avuto dalla moglie Iolanda di Brienne. Corrado si trovava in Germania e lo Staufen al fine di salvaguardare gli interessi del regno, designò Manfredi quale vicario del regno di Sicilia, assegnandogli inoltre cospicue rendite e possedimenti territoriali. Quanto stabilito dal defunto “stupor mundi”, non piacque affatto al papa Innocenzo IV che, con la scomparsa dell’irriducibile oppositore, aveva intravisto la possibilità di rientrare in possesso degli sconfinati possedimenti imperiali e che, viceversa vedeva sfumare le sue ottimistiche previsioni trovando, ancora una volta sul suo cammino uno svevo. Manfredi non possedeva né la tempra morale di Federico né le doti straordinarie di astutissimo diplomatico del padre, ma impersonava in modo stupefacente lo spirito guerriero e l’abilità strategica degli svevi, un altro ostacolo quindi alle mire di conquista del papato. Ancora una volta si assiste ad una presa di posizione malevola da parte di Roma nei confronti del nuovo antagonista ed ancora una volta il Papa Innocenzo IV, lancia uno strale che ha del melodrammatico, espressione atta a colpire, più che Manfredi avvezzo ad un simile linguaggio, l’animo del popolo che vede nello svevo, il pericolo non solo per il papato, ma per l’intera comunità cristiana: “…bisogna estirpare il nome di questo babilonese e quanto di lui possa rimanere dei suoi discendenti, del suo seme”. Uno “strale” venefico che serve ad intossicare l’animo dei ferventi cattolici, preparandoli ad assistere a fatti di una violenza e malvagità inaudita, più che predizione di una inevitabile giustizia divina. Un vero e proprio anetema a spalancare gli inferi per inghiottire con Federico tutta la sua malsana progenie. Non è difficile intuire le iniziative che, di li a poco, vennero intraprese da Innocenzo IV per confermare alla cristianità che le sue parole erano ben altro che vuote minacce. Corrado erede legittimo lasciata la Germania, sbarcò a Siponto nell’agosto del 1252 e da li giunse nella Puglia per insediarsi nei territori ereditati dal padre. Subito dimostrò di non possedere il genio di Federico ed il confronto con Manfredi si dimostrò improponibile, ma questi quale figlio illegittimo dovette sottostare al fratello nel ruolo, molto riduttivo, di vassallo. Quello che inizialmente era sembrato un pacifico rapporto di collaborazione fra Corrado e Manfredi, ben presto si rivelò conflittuale. Incomprensioni, dissapori e rivalità si manifestarono con sempre crescente virulenza. Ecco però verificarsi un episodio tragico per la stirpe degli Staufen, nel 1254 Corrado muore, le cause non furono chiare e fu facile per i Guelfi cogliere la “palla al balzo” ed accusare Manfredi di fratricidio; questa accusa infamante non fu mai confermata in modo inconfutabile e rimase nella storia come un’ulteriore tentativo per screditare la discendenza staufica, amata da pochi, odiata dai molti che condividevano per avido tornaconto personale, l’insanabile inimicizia vaticana. La morte di Corrado significa per Manfredi l’assunzione, a tutti gli effetti, della reggenza della Casa Sveva e, di conseguenza il rapporto diretto con Innocenzo IV, più che mai determinato a disfarsi del pericolo imperiale per il momento le condizioni economiche e politiche non favorevoli ad entrambi, sconsigliano uno scontro armato. Un tentativo di conciliazione naufraga miseramente nel luglio del 1254. Le ostilità sono solo momentaneamente accantonate, a “ridestare il Maligno” ci pensa il papa che il 12 settembre del 1254 lancia la scomunica a Manfredi che ben conosce questa tattica intimidatoria del pontefice atta a privarlo di qualsiasi aiuto economico e materiale, Federico ne aveva subite ben sei. Il papa teme una reazione violenta da parte dello svevo che ha ereditato il carattere fiero del “grande” Federico, nel prevenire una simile eventualità ed essendo ambedue coscienti di non potere affrontare in quel frangente uno scontro armato, giungono rapidamente ad un accordo. Questo episodio, come per tanti altri casi simili, dimostra con estrema drammaticità, la confusione della condizione politica che imperava, in quegli anni, in Europa. Ancora una volta la situazione si capovolge, in breve tempo, sia il Papa che Manfredi, sanno che tutto si fonda su fragilissime basi che possono frantumarsi al più piccolo urto. Il pontefice revoca la scomunica, ma non basta, con spontanea decisione concede allo Staufen numerosi feudi ed importanti principati, e non solo, gli assegna una rendita di ottomila once d’oro ed infine lo nomina vicario per la gran parte dei territori che ricadono a nord dei possedimenti meridionali. Su cosa si basava tanta generosità del papa e presto detto; Manfredi in cambio riconosceva l’autorità papale sull’intero regno di Sicilia, una concessione dai risvolti importantissimi per la Santa Sede, che tornava, dopo svariati anni, ad esercitare la sua autorità sul regno che Federico aveva reso “impenetrabile” alla sudditanza romana. Tutto straordinario se da parte del pontefice e di Manfredi i “solenni” trattati venissero rispettati. Non fu così, Manfredi non rinuncia all’azione e nel dicembre del 1254, suscita una sollevazione in Puglia, sottovalutando le immancabili conseguenze, dopo avere affrontato l’esercito pontificio ed averlo battuto, conquista Lucera, il pontefice avrebbe reagito prontamente a quella gravissima provocazione se non ne fosse sopravvenuta la morte il 7 dicembre 1254. Quell’evento luttuoso per il papato, giunge come “un regalo” insperato per lo svevo che, non sente più il “fiato del pontefice sul collo” e si sente finalmente libero di agire senza pericolo alcuno, con l’abilità diplomatica e, raramente, con quella del suo esercito. Vuole ottenere il massimo beneficio dell’elezione del nuovo pontefice, Alessandro IV, che ritiene, a torto come si vedrà molto presto, non all’altezza dei suoi predecessori. Si dedica quindi con grande impegno a riunificare il regno che è stato sottratto a suo padre. L’impresa però si dimostra subito complessa, i vasti possedimenti nella gran parte, sono stati frammentati e concessi da Roma a tanti piccoli signorotti rimasi troppo divisi per costituire un reale pericolo per il papato, ma compatti nella difesa dei loro privilegi. In Puglia l’azione militare intrapresa da Manfredi si prolunga pericolosamente. Lo svevo si rende conto che, pur essendo indispensabile mantenere le posizioni acquisite diviene vitale riportare l’ordine in Sicilia dove i baroni che sono stati da sempre la spina nel fianco di Normanni e di Svevi, hanno creato il caos, spalancando una porta pericolosissima alle mire di varie potenze straniere, da sempre attratte da quello splendido regno. Manfredi, quindi, torna in Sicilia prima che accada l’irreparabile, per appropriarsi del trono siciliano che, a giusta ragione, ritiene spettare al nipote Corradino, figlio del defunto Corrado. Il suo progetto si realizza il 10 agosto 1258. Non ha difficoltà ad allontanare Bertoldo di Homenburg che, fino ad allora, aveva retto il regno siciliano nella veste di reggente, certamente non nel nome di Corradino poiché, pur essendo stato in passato un fedelissimo di Federico II, dopo la sua morte era passato prontamente al servizio del papato aprendo una falla pericolosissima per la sicurezza imperiale. Manfredi, come l’augusto genitore, ha il dono della spettacolarizzazione di ogni sua iniziativa, oggi si direbbe: “grandi capacità mediatiche”, gli viene posta sul capo la corona del regno di Sicilia durante una solenne cerimonia che ha per palcoscenico la splendida cattedrale di Palermo fra la gioia ed il giubilo del popolo che vede rivivere i fasti ai quali era stato abituato dal grande Federico. L’imperatore era lì, presente in corpo e spirito ed, immagino, osservava compiaciuto dall’interno del suo monumentale sarcofago di porfido rosso. Ovviamente un episodio tanto eclatante non può essere ignorato dal Papa Alessandro IV che, coerente con atteggiamento politico dei suoi “illustri” predecessori, dichiara la nullità di quella incoronazione. Dalla Germania giunge la vibrata protesta della madre di Corradino che rivendica per il figlio di Corrado IV, il trono di Sicilia. Manfredi spiega sollecitamente le ragioni del suo gesto, teso unicamente a porre fine al siaoesinew dei baroni e salvare il trono di Corradino dalla inevitabile dissoluzione. Inizia per Palermo un periodo felice, la città torna a vivere in tutto il suo splendore. Rifioriscono i commerci che richiamando mercanti da tutta l’Europa. Manfredi operando con intelligenza, ma anche con severità, riporta l’ordine nell’isola e di conseguenza un lungo periodo di pace che significa, principalmente, prosperità per il popolo. La reggia torna a splendere di luce, attorno a Manfredi si riuniscono filosofi, poeti, musicisti, astronomi, matematici ed il meglio dell’intelligenza del mondo allora conosciuto. Manfredi ha ereditato dal padre tutte le virtù, ed anche la fermezza nel rintuzzare prontamente ogni minimo accenno di ribellione all’ordine da lui imposto. Manfredi era giovane, i capelli e la barba biondi e splendenti come la seta, gli occhi cerulei e la statura adeguata ad un corpo abituato all’esercizio fisico ed alla guerra. Il suo tenore di vita lo aveva ereditato dallo splendido Federico. Circondato da letterati, poeti, giureconsulti, astrologi, esperti cabalisti, questi ultimi arabi, ed ebrei, egli stesso sensibilissimo poeta ed, ovviamente, una schiera di dame belle e raffinate, ornava la corte,ce ne era a sufficienza perché i guelfi costretti a sopportare, loro malgrado, quello sfoggio di potenza, efficienza e grandiosità che avevano ritenuto tramontato definitivamente con la morte di Federico, lo indicassero come incorreggibile peccatore, proclive ai vizi più perversi. Manfredi è comunque cosciente che la sua posizione non è per nulla tranquilla ed opera alacremente su due fronti, porre termine ad ogni opposizione interna, contemporaneamente cercare nuove alleanze che gli permetta di affrontare una inevitabile iniziativa, nei suoi confronti , da parte del papato dei suoi storici alleati ed anche dei nuovi sostenitori sempre più numerosi, poco propensi ad abbracciare un ideale dalle prospettive “fumose”, e molto più disponibili a porsi sotto l’ombra rassicurante di una potenza bellica ed economica immensa; il papato ed i comuni al nord d’Italia, acerrimi nemici della Casa Sveva da tantissimi anni contrabbandano il loro retrivo desiderio di potere egoistico e personalistico, come eroica resistenza all’occupazione del suolo italiano da parte di eserciti stranieri. Il papato, ovviamente è dispostissimo a condividere quella “parvenza” patriottica. Ben saldo dentro i vasti confini dei possedimenti vaticani. Non si perita poi di chiamare in Italia Carlo d’Angiò per cancellare definitivamente la stirpe sveva. Vedrà realizzarsi il suo disegno che può essere giustificato solo dal convincimento, (anche se è difficile pensare che un’autorità religiosa di così elevato intelletto e sapienza teologica, potesse essere in buona fede). Quanto afferma Papa Gregorio VII subito dopo la sua elezione avvenuta nel 1073 riferendosi ad un privilegio, dimostratosi storicamente apocrifo, emanato dall’imperatore Costantino, “il Papa è superiore a tutti i principi della terra ed è il loro giudice. Se egli li riconosce indegni di regnare, può scomunicarli, deporli e liberare dal giuramento di fedeltà i loro sudditi”. Un proclama che non lasciava scampo agli imperatori tedeschi che, con molta evidenza, non volevano riconoscere l’autorità papale sotto l’aspetto temporale. Essi sostenevano persino, già al tempo di Ottone I, di avere il diritto di assoggettare l’autorità ecclesiastica al proprio volere. Al momento dell’elezione di papa Gregorio VII era imperatore Enrico IV del casato di Franconia questi, non solo respinse il proclama papale, ma ebbe l’ordine di dichiarare il pontefice decaduto dal Soglio Pontificio. Come ben si vede uno scontro fra titani in cui il diritto ha ben poco valore, sopraffatto da entrambi le parti da una insaziabile sete di potere. Quello fu solo l’inizio di una rivalità insanabile che si protrasse per moltissimi anni segnando l’Europa di violenze di ogni genere ed atteggiamenti decisamente contro ogni normalità, questo da parte sia del papato che dei vari imperatori germanici che si susseguirono sul suolo italico andando incontro ad alterne vicende fino alla totale dissoluzione dell’impero teutonico. Nel 1122 venne concluso un accordo fra papato ed impero, e si articolava in due punti principali: 1) La nomina dei vescovi doveva spettare al papa e non all’imperatore; 2) L’elezione del papa doveva essere fatta esclusivamente dai cardinali. Il trattato fu ovviamente disatteso numerose volte e fu l’inizio di una lunga contesa, senza esclusione di colpi che vide protagonisti vari papi ed imperatori, spalleggiati, volta a volta, da diverse nazioni europee che erano abilissime nello schierarsi con il “più forte” del momento. In quel periodo il suolo italiano ed i suoi abitanti dovettero assistere e subire le fasi di una storia complessa, ancora in parte, incomprensibile ai nostri giorni ed interpretata a seconda delle personali idee politiche. Molto rara l’obiettività. Dopo questa lunga, ma indispensabile digressione, è bene tornare al soggetto principale: Manfredi ed il suo breve, splendido e tragico regno. Corrado nella conduzione politica del regno, non si discosta molto dalla linea del padre; alleanza totale con i Ghibellini, evitando però accuratamente ogni iniziativa che possa comportare la guerra. La sua indole è quella del guerriero, ma dal grande Federico non ha ereditato solo la fierezza degli svevi, ha “assorbito” profondamente la cultura che si respirava “a pieni polmoni” alla corte dello Staufen, questa, unita alla sua non comune intelligenza, gli consigliano di cercare , ad ogni costo, un lungo periodo di pace e prosperità, ritenendo non a torto, che quella fosse la politica più idonea a creare fra i suoi sudditi, un clima di assoluta fedeltà e riconoscenza, non poteva costruire baluardo più solido contro i suoi sempre più numerosi nemici. Era nel giusto, ma purtroppo non visse abbastanza per vedere realizzati i suoi progetti. Le vicende storiche che condurranno alla tragica morte di Manfredi si intravedono, come fatto ineluttabile, all’orizzonte. Nuvole plumbee provocate da una volontà che, ritenendosi nel giusto perché emanazione divina, non lesinò denaro e minacce di scomunica pur di ottenere il totale annientamento degli ultimi Staufen, preordinando l’elevarsi di una fitta nebbia a cancellare in eterno, anche il ricordo della odiata stirpe. Anche il più raffinato e fantasioso romanziere di ogni epoca, non sarebbe stato tanto abile da immaginare la trama che vide la gloria, la intuizione avanti nel tempo, il romanticismo non voluto ma decadente, che assistette al misterioso apparire e all'ineluttabile affievolirsi della luce della stirpe staufica. Forse avrebbe previsto che quella stirpe e le vicende che la coinvolsero si sarebbero tramandate nei secoli, più nel ricordo popolare che nella storia ufficiale. Il novello papa Clemente IV, successore di Urbano IV, non muta atteggiamento nei confronti della casa sveva. Individua l’uomo più adatto ad un’impresa che comporta poco e nella morale e mancanza assoluta di umanità in Carlo I d’Angiò, fratello di Luigi IX, re di Francia poi divenuto santo. Mai fratelli furono tanto diversi l’uno dall’altro, re Luigi non mancò di stigmatizzare severamente l’intervento voluto da Clemente IV e portato a termine con violenza inaudita da Carlo I, al punto da lasciare interdetto lo stesso papa, ma ormai il danno era fatto. Il papa era al corrente dei pochi mezzi economici di cui disponeva Carlo I d’Angiò e provvide ad agevolarlo con ogni mezzo, giunse persino ad indire una Crociata contro lo svevo, a dir poco, fanatici, ogni sistema era utile per porre fine all’odiato regno staufico, utilizzando anche mezzi poco ortodossi. Manfredi è cosciente dell’ormai imminente intervento francese, sa anche di trovarsi di fronte ad un esercito numerosissimo e avido di preda, ma non può fare molto, cerca di ridestare l’antico orgoglio dei pochi alleati che sono rimasti a lui fedeli e li sprona con parole decise, che non riescono peraltro che ci si prepara un’impresa disperata. Il suo dire è compendio di cultura unita ad un profondo sentimento di pietà umana, anche in questo Manfredi dimostra d’essere un elemento avulso del suo tempo, quando a prevalere sono l’inganno e la bruta violenza: “Noi siamo stati fino ad ora un popolo libero e indipendente, dobbiamo o vogliamo chinare oggi il capo alla tirannia, o domandare grazia agli stranieri? Morire è assai meglio. Non v’aspettate di trovare bontà o amore nel Re di Francia e né crediate che la spedizione è contro di me solo, perché essa è diretta contro l’innocenza e la giustizia”. Nel mese di maggio del 1265, Carlo d’Angiò si dirige verso Roma, temendo fortemente l’intervento ghibellino, preferisce viaggiare per nave, la flotta siciliana però è vigile e si schiera sulla sua rotta per arrestarne il cammino, ma ancora una volta la fortuna non arride allo svevo, infatti, levatasi una violenta tempesta, la flotta sicula viene spinta al largo e dispersa. Scampato il pericolo, Carlo d’Angiò può approdare ad Ostia, dove viene eletto senatore e, nel contempo, concordare con Roma l’accettazione del Regno di Sicilia. Incontra il pontefice e ribadisce, nell’accettare di intraprendere la conquista del Regno di Sicilia, di non disporre di denaro a sufficienza; il papa lo rassicura prontamente garantendogli una somma cospicua. Tornato, così rassicurato in Francia, è attivissimo nell’organizzare un potente esercito. Ritorna nella penisola alla fine del 1265, valica le Alpi al Col di Tenda alla testa di un esercito di circa trentamila uomini, avidi mercenari che a Cristo preferiscono il denaro ed il bottino, per loro è norma diffondere il terrore fra il popolo inerme, uccidono, stuprano e torturano e tutto ciò, indossando le insegne dei crociati. D’altronde è stata la massima autorità della chiesa cattolica, il papa, a lanciare quella crociata contro Manfredi ed i suoi alleati ghibellini – cristiani contro cristiani, quello che sembrava impossibile, adesso si realizzava e, per buona misura, il clero contribuì a destare ancor più l’odio contro gli svevi ricorrendo a mezzi ripugnanti che, con l’ausilio di menzogne contrabbandate per “intangibili realtà” di ispirazione divina, fomentavano l’odio del popolo ingenuo e timoroso. Tutto è lecito per sconfiggere definitivamente la stirpe sveva, il “nido di vipere”. Papa Clemente IV si accorgerà in brevissimo tempo dell’enorme imprudenza commessa fidandosi di Carlo d’Angiò, il quale il 6 gennaio del 1266, viene incoronato a Roma, re di Sicilia; questa importantissima investitura, mostra già l’insofferenza del francese verso l’autorità vaticana, non è il papa a presenziare l’investitura che non avviene, come vuole la tradizione in Campidoglio, ma in Laterano. Clemente IV è furioso, non può e non vuole ignorare questo primo atto di insubordinazioni, si limiterà comunque ad una reprimenda verbale che ben poco inciderà sui rapporti futuri con il nuovo re, ma servirà almeno a “salvare la faccia” al cospetto di un popolo già titubante e tremebondo al ricordo delle recenti razzie e violenze perpetrate dall’esercito d’oltr’Alpe. Giorno 20 del 1266 Carlo d’Angiò lascia Roma ed alla testa del suo esercito, uscito dai possedimenti papali, valica il confine del Regno di Sicilia. Manfredi si prepara ad accoglierlo, perfettamente cosciente che per lui ed il suo regno è giunto il momento fatale. L’orgoglio però gli impedisce di avviare qualsiasi trattativa con il francese e in un ultimo atto disperato, convoca a Benevento tutta la nobiltà rimastagli fedele per consultarla sui modi più idonei da adottare per far fronte all'esercito invasore. Tutti sono assolutamente conviti che l’unico mezzo idoneo è di mettere in campo tutto il loro coraggio e la fedeltà al loro re. Intanto l’Angiò si dirige verso il fiume Calore, l’esercito è seguito dai baroni campani, prontissimi ad abbandonare lo svevo che danno per sicuro perdente, per schierarsi con il nuovo “padrone”; la dignità è per i nobili campani, si direbbe oggi un “optional” qualcosa di bello, superfluo, facilmente rimpiazzabile; i benefici loro riservati da Federico II e da suo figlio, sono un fastidioso ricordo, qualcosa che potrebbe compromettere il loro futuro, al servizio dei francesi. Quello che accadrà in seguito nei secoli, confermerà questa caratteristica, per altro abbastanza diffusa; essere estremamente flessibili di fronte alla forza, da qualsiasi parte essa provenga, la moralità è una “caratteristica” che porta solo povertà e dolore; un anti ideale, giunto sino ad oggi e sempre più diffuso ed apprezzato; l’esercito francese è seguito da una turba di religiosi di ogni ordine e grado che sciamano nei paesi, nelle città e nelle campagne e insediatisi nelle chiese e per le strade arringano i fedeli spronandoli contro Manfredi ed i suoi alleati. Dove non sono sufficienti le invettive, ricorrono a false minacce pseudo bibliche, nessuna remora li frena, nessuna vergogna, loro rappresentanti della chiesa nel ricorrere alle più infamanti menzogne, fanno ciò guidati da un fanatismo insensato, indotto dalle parole istigatrici del papa che tutto giustificano pur di eliminare lo svevo. Un tragico evento sta’ per compiersi, ed è incredibilmente simile ad una rappresentazione che si svolge con i tempi preordinati di un copione teatrale, gli elementi ci sono tutti: l’eroe bello e indomito, il cattivo crudele che non conosce pietà; i corrotti ed i corruttori, il popolo che osserva la scena, comparsa immota, sorda ad ogni stimolo ideale, la battaglia già segnata dal destino, l’eroe che soccombe per soddisfare la altrui insana sete di conquista, non prima però di un gesto estremo, come a volere sovvertire anche il fato, la morte, la fellonia, la pietà dell’oppressore e la crudeltà del personaggio maggiormente negativo, il papa, che nega all’eroe una degna sepoltura. Il dramma ha per sfondo un vasto paesaggio sovrastato da alte e paurose montagne. E’ incredibile come la realtà, alle volte, vada al di là della fantasia. Questa però è storia vera ed alla fine il pubblico sparge calde lacrime pietose, il loro eroe è morto ma ha lanciato un messaggio che non verrà mai più scordato. Anche in Sicilia hanno inizio le prime defezioni che, a poco a poco si moltiplicano come un morbo virulento. Non è difficile, in questo caso, individuare le cause di tale comportamento. In Sicilia, prima Federico, poi Manfredi, hanno imposto un assolutismo monarchico che, su modello maomettano, ben poca libertà d’azione concedeva ai baroni, costretti a malincuore a sottostare al volere dei loro sovrani, sottoposti ad un controllo capillare, certamente oppressivo, ma indispensabile a vincere la loro naturale tendenza alla violenza, al sotterfugio e alla cospirazione. Nulla di strano quindi, se i baroni di Sicilia, vedendo aprirsi uno spiraglio nella monolitica burocrazia sveva, approfittarono dell’avvento di Carlo d’Angiò, al “buio”, consci della forza insita nell’abitudine al tradimento. Presto se ne sarebbe accorto amaramente anche il francese. Manfredi, che ha seguito le orme del padre fiducioso nell’infallibilità delle previsioni tratte dagli astri, consultato un astrologo del suo seguito, giunge alla decisione di attaccare. L’esercito francese parve stupito da quell’azione, a dir poco, rischiosa e al primo “urto” sembrò soccombere, ma fu l’impressione di un attimo, l’esercito di Carlo d’Angiò, ritrovò presto il coordinamento ed ecco manifestarsi per Manfredi i primi “scricchiolii”; lo svevo data la sua lunga esperienza è cosciente che la fine, sua e dei suoi alleati è prossima, il suo orgoglio innato gli impedisce di ritirarsi, è anche probabile che non voglia cadere vivo nelle mani di Carlo, si getta, con i pochi fedeli che gli sono rimasti, con volontà disperata nella mischia all’urlo “Svevia”. A nulla vale il suo coraggio, l’esercito angioino è troppo numeroso, eppure Manfredi ed i pochi fedeli, si battono con la forza della disperazione fino a soccombere. Per un evento tanto pregnante, non potevano mancare vari racconti e cronache commoventi. Riccardo Malaspini, cronista medievale, racconta che Manfredi avrebbe potuto salvarsi facilmente, abbandonando la contesa, rifugiandosi a Lucera, e predisponendo la resistenza, ma lo svevo non considera minimamente questa eventualità, preferisce morire in battaglia piuttosto di arrendersi al francese. La fede dello svevo per l’infallibilità dei “segni” premonitori è confermata da un episodio riportato dallo stesso cronista nella sua “Istoria fiorentina”. Accingendosi alla battaglia, Manfredi sta per indossare l’elmo che è sormontato da un aquila d’argento, improvvisamente il cimiero si stacca e piomba nella polvere. “Manfredi abbasso lo sguardo e rimase per un attimo perplesso, poi, con fare sereno montò a cavallo e disse: “Hoc est signum Dei!”; quindi si lanciò nella mischia forte del coraggio che gli incute la certezza della morte”. Manfredi muore a trentaquattro anni, ma a trafiggerlo ed ucciderlo non è la spada di un ignoto soldato che lo colpisce alle spalle o una lancia (la vicenda non è stata ancora chiarita), a uccidere il figlio di Federico è il dolore per i tradimenti, le diserzioni, le infamie di coloro che non hanno compreso la grandezza sveva che hanno avuto paura di un mondo nuovo, liberale, moderno, faro di cultura per tutto il mondo. Era vissuto, come il grande Federico “prima che si compissero i tempi”, non a caso vennero indicati come i precursori del Rinascimento. La scena della battaglia, spentosi il frastuono delle armi e le grida dei contendenti, è straziante, il sole sta’ per tramontare e nella luce incerta, si scorgono i corpi dei morti e dei feriti, si levano i lamenti, le invocazioni di aiuto; Manfredi giace in mezzo a quel “carnaio” ed i suoi sopravvissuti lo cercano disperatamente, non sanno ancora se il loro re è ferito o morto, lo cercano per sottrarlo all’eventuale scempio che ne avrebbe fatto Carlo se il corpo fosse stato rinvenuto dai suoi soldati. Fra le varie testimonianze di quegli avvenimenti, riporto lo scritto di un cronista, di parte guelfa, quindi poco propenso all’esaltazione di Manfredi, ma stranamente obiettivo, caratteristica rarissima per allora ma anche attualmente. La testimonianza proviene da un soldato che sostiene di avere assistito personalmente all’uccisione del re, ad opera di un francese che lo ha colpito alla schiena con una lancia: “Ex hoc quidem vulnere se in altum dextrarius erigens sessorem casualiter excussit ad terram, quem illico ribaldi exutum arma innumeris ictibus mallearunt. Pretiosum etiam strophaeum, quem cingebat, en cum isto sonipede habui de ipsius spoliis et portavi”. (Per questa ferita, il destriero, drizzandosi, disarciona il cavaliere, che, spogliato delle armi, è subito dal ribaldo ripetutamente con un maglio colpito. Raccolta la preziosa corona che gli cingeva il capo, e preso il suo cavallo, se ne ritorna egli al campo). Ad una domanda precisa dei baroni, il soldato rispose senza esitare: “Erat homo flavus amoena facie, aspectu placibilis, in maxillis rubeus, oculis sidereis, per totum niveus, statura mediocri”. (Era un uomo biondo, col viso sereno e l’aspetto piacevole: le guance accese egli occhi celesti; bianco come neve nel corpo e di statura giusta). Dante Alighieri non aveva conosciuto Manfredi, quindi quando lo descrive nella Divina Commedia, si rifà certamente al Saba Malaspina: “… biondo, bello, e di gentile aspetto”. E’ sempre il Malaspina a descrivere il ritrovamento del corpo del re, anche se mi è netta la convinzione che alla realtà il cronista abbia voluto aggiungere la descrizione di un episodio che, alla pietà dell’evento, contribuisce a destare un profondo malessere anche nei detrattori di Manfredi e predisporre gli animi all’immancabile disprezzo della “storia”. Il cronista narra che un uomo, di dubbia morale, si aggirava per il campo di battaglia, cosparso di cadaveri, nonostante si fosse al terzo giorno dallo scontro, tirandosi dietro un asinello sulla cui groppa penzolava il corpo inanimato di Manfredi completamente spogliato della preziosa armatura, urlando senza alcun timore di possibili, gravi, conseguenze: “CHI S’ACCATTA MANFREDI?” Subito individuato e catturato, il gaglioffo subì una solenne bastonatura. Carlo d’Angiò temeva che Manfredi si fosse ritirato a Lucera, fra i fidi soldati musulmani, per prepararsi ad una difesa ad oltranza, venuto a conoscenza del ritrovamento, si precipitò per effettuare il riconoscimento del cadavere dell’odiato e temutissimo nemico. Riconobbe, con enorme sollievo, il cadavere di Manfredi, ma avendo a che fare con “un figlio di Satana”, convocò parecchi nobili e famigli, perché anche loro effettuassero il riconoscimento. Avuta ampia conferma, si affrettò a comunicarlo al Papa: “Dall’accampamento presso Benevento, al 1° di Marzo… Domenica 28 febbraio è stato trovato tra gli uccisi, il cadavere nudo di Manfredi. Per evitare errore in una cosa di tale importanza ho fatto mostrare al conte Riccardo di Caserta, un mio fedele, agli ex conti Giordano e Bartolomeo, e ai loro fratelli e ad altre persone che in vita erano state personalmente vicine a Manfredi, il cadavere (…) essi lo riconobbero e dichiararono che era indubbiamente il corpo di Manfredi. Mosso da un sentimento naturale, gli ho fatto dare onorevole, ma non religiosa sepoltura”. Manfredi seguendo le orme politiche e culturale di Federico II come ho già accennato, per imporre ordine al suo regno, aveva dovuto far ricorso alla massima fermezza e questo gli aveva alienato la simpatia dei potentissimi ed infidi baroni, ma godeva dell’amore del suo popolo perché, come il padre, applicava la giustizia senza distinzioni di censo era riuscito a ricreare il benessere economico ridando pace e prosperità ad un popolo, per troppo tempo, avvilito da guerre dispendiose e crudeli. Carlo d’Angiò non somigliava affatto né e Federico né a Manfredi, tanto piacevoli d’aspetto i primi, quanto poco attraente il secondo, tanto che Dante lo chiamò: “il nasuto”, ma il fattore estetico avrebbe avuto poca influenza, se le differenze non fossero state di ben altra importanza. Carlo, per unanime descrizione era irascibile, poco permissivo, bigotto, poco propenso ai contatti umani, più che parsimonioso, ferocemente avaro, ascetico, non aveva nessun interesse per qualsiasi forma di arte, disprezzava la caccia come inutile spreco di denaro e di energie, ma non è finita, non è stato mai visto ridere; come poteva un simile sovrano essere amato dal popolo, che infatti non lo amava, anzi lo temeva sapendo che il francese era bramoso di potere e non perdonava nessuna offesa, vera o presunta. Carlo d’Angiò, in occasione del ritrovamento del corpo di Manfredi, mostra però un atteggiamento stranamente pietoso, è difficile credere per pietà cristiana, è più logico pensare per timore, di vendetta da parte di un essere diabolico che poteva esercitare il suo potere “malefico” anche da morto. Tuttavia, non infierisce sul corpo del nemico. Manfredi era stato ritrovato il 25 febbraio, del 1266 domenica, ed il francese ordinò che lo svevo venisse sepolto il medesimo giorno. Per un grande re come Manfredi, sarebbe stata degna una importante sepoltura, magari nella Cattedrale di Palermo, accanto all’imponente sarcofago del padre: non andò così, lo svevo venne sepolto nella nuda terra, accanto al ponte “Valentino” da dove era fuggito, ciò che rimaneva del suo esercito, verso la città saracena di Lucera per trovarvi scampo e per prepararsi alla difesa. Le spoglie mortali di colui che il GREGOROVIUS definì: “grande lottatore contro l’onnipotenza del papato”, ebbe come lapide i sassi che i soldati dell’esercito francese, depositavano sulla tomba, man mano che passavano accanto, marciando verso la prossima battaglia. Anche quella indegna, umile dimora, non poteva accogliere i resti di uno scomunicato, quello era territorio papale, quindi benedetto. Il legato del papa ordinò di rimuovere il cadavere di Manfredi per seppellirlo in altro luogo, fuori dai confini pontifici; l’impeto di pietà o di timore manifestato dal “gretto” Carlo d’Angiò, si dimostrò, per il legato papale, una debolezza da rimediare prontamente. Questa odiosa iniziativa fu ordinata dall’arcivescovo di Cosenza, Bartolomeo Pignatelli. La salma venne riesumata e trasportata nottetempo, perché neanche il sole doveva essere offeso dalla vista di quell’”essere immondo”, trasportato sulla sponda del fiume “Verde”, oggi “Liri” e gettato nelle acque vorticose perché la corrente lo trascinasse lontano dal territorio pontificio. Il vecchio servo di Manfredi, incurante delle conseguenze che potevano accadergli quale famiglio dello svevo, segue il feretro del padrone in lacrime inarrestabili; indossa ancora la pesante corazza da battaglia, nonostante la sua venerabile età e ripeteva con disperato dolore: “Dove sono ora i vostri suonatori di viole? Dove i vostri poeti da voi più amati degli scudieri e dei cavalieri? Dove sono costoro che tentavano di far danzare il nemico al suono delle loro dolci melodie? Nello scrivere questo episodio, non ho potuto evitare un moto di disagio, un disgusto che va oltre la pietà ed il raccapriccio. Può sembrare esagerato quanto da me scritto, ma sarebbe meglio dire riportato, perché nulla nel racconto è esagerato, è tratto dalle varie cronache del tempo. Sembra quasi impossibile che un papa, rappresentante di Dio in terra, potesse giungere a simili bassezze per eliminare un nemico e tutta la sua stirpe; esecrabile il suo urlo che sembra pervaso dalla follia: “estirpate nome, corpo, seme ed eredi del babilonese”, Carlo d’Angiò abbraccerà con entusiasmo la causa papale perseguitando Elena di Epiro, vedova di Manfredi e i suoi quattro figlioletti e quando, come atto conclusivo di una tragedia che ha dell’inconcepibile, farà decapitare sulla piazza del mercato di Napoli, l’ultimo Staufen, passato alla storia per la sua giovanissima età con il nome di Corradino. Fra’ Salimbene da Parma, nel suo Chronicon descrive la sorte impietosa che dovette affrontare Elena di Epiro avendo, come unica colpa, quella di essere la vedova di Manfredi: “La moglie del predetto Signore Manfredi fu fatta prigioniera coi suoi figli e con tutto il suo tesoro nella città chiamata Manfredonia, che era stata fatta costruire da Manfredi, da cui prese il nome. Fu costruita al posto di un’altra città, che è due miglia distante da essa; e se il principe fosse vissuto un po’ d’anni ancora, Manfredonia sarebbe stata una delle più belle città del mondo. E’ infatti tutta circondata di mura per circa quattro miglia come dicono; possiede un ottimo porto e si trova ai piedi di Monte Gargano. Le strade principali già sono tutte abitate, e sono già pronte le fondamenta di tutte le altre case. Ma il re Carlo l’ha in odio: non può sentirla nominare, perché vuole che sia chiamata Nuova Siponto”. In effetti i figli di Manfredi erano quattro e non due, come riferito da fra Salimbene da Poma e più precisamente, Beatrice di sei anni, Enrico di quattro ed i più piccoli Federico e Anzolino che il re amava chiamare con il vezzeggiativo di Enzius. In un primo momento si pensò che la moglie di Manfredi fosse fuggita, con i quattro figlioletti da Lucera, per raggiungere Taranto e da quella città imbarcarsi per l’Epiro, purtroppo non fu così, ormai tutti gli svevi erano esposti al tradimento ed è ciò che avvenne, Elena di Epiro, con i quattro figlioletti, venne catturata dagli Angioini ed imprigionata. Come spesso accade lo sconfitto Manfredi, il perseguitato, il vilipeso da vivo e da morto, commosse l’Europa e il suo ricordo permase indelebile nei secoli giungendo sino ai nostri giorni, grazie anche ai famosi versi contenuti nella “Divina Commedia”, “Ahi serva Italia”, di dolore ostello - nave senza nocchiere in gran tempesta – non donna di provincia ma bordello – Purgatorio canto III. Manfredi non si era limitato alla sola contestazione dello strapotere papale, insidiando i suoi possedimenti, ma anche affermando che le sue pretese si basavano, come ho già accennato in precedenza, su falsi storici, come la cosi detta “donazione di Costantino”. Egli aveva denunciato apertamente in un manifesto destinato ai romani, le pretese papali come vere e proprie “usurpazioni storiche”, sosteneva infatti che era diritto dei romani di scegliersi e eleggere l’imperatore, ed egli, figlio di Federico II, si candidava a questo titolo. Nel secondo libro “De Monarchia”, Dante Alighieri sposa la tesi di Manfredi, teorizzando egli stesso che l’assunzione alla dignità imperiale, era prerogativa esclusiva del popolo romano; la sua teoria si basava sulla certezza che il volere divino si manifestava nel proporsi nella storia. Infatti la supremazia storica di Roma è manifesta sia nel volere divino che l’ha posta in posizione dominante su tutti i popoli. Dante, vedeva nella figura dell’imperatore il contraltare del papa, due figure immense, ma separate nel potere divino da quello terreno. L’idea dello svevo non recò solo il sigillo di Dante, ma fu condivisa anche da Ludovico il Bavaro, Cola di Rienzo e Marsilio da Padova, famoso filosofo e rettore dell’università di Parigi, che amò profondamente l’Italia ed accusò, senza mezzi termini il Papa, ritenendolo responsabile della frammentazione del territorio peninsulare, fomentando tra l’altro dissidi e contese fra i vari comuni onde impedire una politica unitaria che il pontefice aborriva, vedendo in essa un pericolo mortale per il suo potere temporale. Manfredi, pur essendo fermamente convinto del suo diritto a rivendicare autonomia dal pontefice, si dimostrò quanto mai rispettoso e realista del quadro politico italiano e pur essendone in grado, una correttezza assoluta quando già nel 1259 i suoi alleati e sostenitori senesi, lo avevano invitato ad auto investirsi imperatore, come successore del padre, Federico egli, si narra, accennando un sorriso colmo di gratitudine, ma anche di modestia: “UT AD HABENDUM IMPERII DIADEMA EXPRESSIUS INTENDEREIII”. L’idea che guidò tutta la vita di Manfredi, come era già stato per suo padre, era quella di unificare tutto il suolo italiano, sotto un unico potere. Non era un’idea azzardata neanche per quei tempi, infatti le altre regioni che componevano l’impero, stavano per realizzare questo, per certi versi, straordinario progetto. In Italia l’idea staufica rimaneva una chimera, pagando lo scotto dell’intransigenza papale, assolutamente contrario alla realizzazione di un progetto che avrebbe segnato la fine del suo “regno terreno”. Non mancarono dei successi significativi per Manfredi, ma furono sempre di breve durata a causa dell’estrema frammentazione del suolo italico; la rissosità delle varie fazioni impediva una politica unitaria, e l’affermarsi di una coscienza nazionale consentendo così al papato di condurre a suo piacimento guerre o alleanze, anche con potenze straniere, a salvaguardia dei suoi privilegi, Immortali rimarranno i versi di Dante che, in una sola terzina, riesce a riassumere tutti i mali dell’Italia: “AHI SERVA ITALIA …” E’ innegabile che il ricordo commosso, il mito di Manfredi sia stato esaltato a dismisura da Dante Alighieri che pone lo svevo nel III canto del Purgatorio dove non potrebbe trovarsi uno “scomunicato”. L’ingiustizia di quell’orribile condanna è però soverchiata dalla immensa bontà divina che accoglie le ultime parole del re che, poco prima di morire, invoca la pietà celeste. Dante non commette una forzatura poetica, una maldestra difesa “da guelfo bianco”, egli no fa altro che sottrarre all’ingiustizia terrena, una condanna che contrasta in modo stridente con la bontà di Dio. Una condanna che potrei definire “storica” perché pronunciata da Benedetto Croce, e contenuta nella sua autorevole “Storia del regno di Napoli” nella quale emette una sentenza impietosa sulla condotta dei “baroni” napoletani che si distinsero, fin dall’inizio, per l’ostilità dimostrata nei confronti della monarchia normanna, al suo nascere, e per attuare questo “nefasto” progetto, non esitarono ad allearsi con il papa, fermamente decisi a privare Ruggero della sua corona. Quello fu solo l’inizio, successivamente boicottarono tutte le iniziative del “grande” Federico; che non fermarono ai confini del regno l’invasore francese, non andarono in battaglia in aiuto di Manfredi, anzi sobillando il popolo contro lo svevo ed infine, assistettero, come ad uno spettacolo di poco conto, alla decapitazione di Corradino, ultimo degli staufen, avvenuta davanti ad una folla di popolani vocianti, sulla piazza del mercato di Napoli. Claudio Alessandri
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