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La tragica morte di Pier delle Vigne, Logoteca e braccio destro dell’imperatore Federico II, nonché colui che fu il vero estensore del “Codice Melfitano”, la massima espressione di un ordinamento legislativo, unico nella forma e nei contenuti, per il XIII secolo, cadde per secoli in un pietoso oblio, quasi si volesse stendere “un velo impenetrabile” su di un accadimento orrendo, causato dall’ira incontrollabile dello “Stupor Mundi”. Nel 1800 riprese notevole impulso la “speculazione” su di un episodio mai chiarito ed ancora oggi, nonostante l’impegno di moltissimi storici, avvolto nel mistero. L’episodio fu talmente eclatante da assumere i contorni di un “giallo”, condito da tradimenti, congiure tese al coinvolgimento di personaggi scomodi per la loro sagacia e rettitudine quali il “Logoteca” Pier delle Vigne e l’imperatore Federico II che di quel “tragico” personaggio era stato, come anzi scritto prima estimatore, poi amico al punto di divenire suo braccio destro consigliere e portavoce, appunto: “Logoteca” letteralmente “portatore di parole” ed infine, suo carnefice, nemico mortale da “distruggere” fisicamente e nel ricordo con indicibile ferocia, un atteggiamento che lascia perplessi e confusi non comprendendo la vera ragione che diede la stura ad un simile odio, ad una violenza ed assenza di pietà che era estranea al carattere di Federico II, ma è bene procedere per gradi per evitare di aggiungere incertezze alla “confusione” che regna, ancora oggi, sulla tragica fine di Pier delle Vigne. Pier delle Vigne nacque a Capua in data imprecisata, nell’anno 1100, rivelò giovanissimo un ingegno acutissimo reso vitale da studi diuturni e sempre arricchiti da nuove conoscenze ed esperienze. Il capuano era destinato alle più prestigiose incombenze presso la Corte di Federico II. Durante il regno svevo si verificò una vera e propria rivoluzione nel campo sociale che dimostrava, se ancora ve ne era bisogno, la lungimiranza dello “Stupor Mundi”; un cambiamento imposto, non senza rischi, da Federico che ignorò le antiche tradizione che garantivano le più ambite carriere statali da tempi immemorabili al diritto di nascita. Un rivolgimento incruente vide il diritto feudale e quello canonico, scalzati da un’idea “laica dello Stato”. Non erano i “nobili lombi” a garantire intelligenza e sapienza, ma una istruzione seria anche di coloro che la sorte non aveva fatto nascere fra trine, dentro sfarzose dimore. A tal fine l’imperatore diede vita all’Università di Napoli, allo scopo di formare funzionari laici, in antitesi con quella di Bologna famosissima, ma di chiara formazione clericale. Una conferma della validità dei principi federiciani la fornì clamorosamente proprio Pier delle Vigne, supplì la carenza di mezzi economici mettendo a frutto la sua intelligenza prodigiosa laureandosi in brevissimo tempo e cercando di procurarsi immediatamente un “patrono” che gli consentisse di vivere dignitosamente, pratica abituale per quei tempi . Data la sua intelligenza non comune ed istruzione raffinata, non dovette penare molto, trovando nell’arcivescovo di Palermo, Bernardo di Castacca, potentissimo consigliere di Federico II un protettore ed estimatore. Aveva inizio per Pier delle Vigne una carriera strepitosa, in questo aiutato in modo determinante dall’arcivescovo che gli aprì le porte della “Magna Curia”, cioè il massimo centro amministrativo della corte imperiale. Probabilmente Pier delle Vigne già nel 1221, bruciando le tappe, risultava prestare i suoi servigi presso la “MAGNE CURIE IUDEX”, inserito nella cancelleria, nonché nel tribunale imperiale. Questa notizia si ricava da un documento che, se autentico, ma non si ha ragione di dubitare sulla sua bontà, è stato pubblicato in J.L.A. HUILLARD-BRE’HOLLES, “Historia Diplomatica Federici Secundia”, Parigi 1851. Certamente e questa volta con documenti inoppugnabili, Pier delle Vigne compare, in documenti ufficiali. Nel settembre del 1224 e, da allora e fino alla sua tragica morte, divenne il “braccio destro” di Federico, certamente non per simpatia personale, ma per la sua totale dedizione all’imperatore ed alle grandi capacità, riconosciute anche dagli avversari dello svevo, infatti il cronista pontificio Salimbene de Adam, nel testimoniare le sue grandi capacità, scriveva: “LOGOTHETA, QUI SERMONEM FACIT IN POPULO VEL QUI EDICTUM IMPERATORIS VELALICUIUS PRINCIPIS POPOLO MUNTIAT”. Lo scritto di Salimbene riconosce l’eleganza raffinata dell’eloquenza di Pier delle Vigne nell’annunciare al popolo, nel 1237, ed al Comune di Roma, la vittoria dell’esercito imperiale a Cortenuova. Pier delle Vigne assurse rapidamente alle cariche più alte che comportavano grandissimi onori ed altrettante responsabilità che coincidevano, a volte, con decisioni invise alla numerosa classe baronale che mal sopportava la privazione dei privilegi che ritenevano esclusivo appannaggio nobiliare, ma dovevano sottostare alla ferrea volontà di Federico, liberale quanto si vuole, ma intransigente nel pretendere sottomissione alla sua volontà, assolutamente indifferente alla suggestione di un suddito dai nobili natali, molto più attento ad un “figlio del popolo” intellettualmente dotato ed a lui fedele fino alle estreme conseguenze. Era il caso di Pier delle Vigne che assunse, nel 1241, i massimi titoli quali; logotheca (carica che derivava dalla tradizione amministrativa normanna), ai nostri giorni assume il significato di “portavoce”, gli venne concesso nonché il titolo di “protonotarius”. Questi titoli che gli consentivano un’oculata amministrazione delle cose del regno federiciano, furono forse alla base della sua fine miserissima, come vedremo meglio in seguito. Pier delle Vigne non si distinse unicamente nelle capacità di abile, ma puntiglioso amministratore, egli fu riconosciuto stupefacente nell’arte della retorica e nell’ars dictandi. Le sue raffinate doti diplomatiche furono di grande ausilio al governo di Federico, basti citare la pace di San Germano da lui conclusa nel 1230 ed il matrimonio, celebrato per procura, tra Isabella d’Inghilterra e Federico II, nel 1235. Le doti di Pier delle Vigne quale legislatore, lo ritroveremo protagonista coadiuvato da altri insigni giuristi, nel 1231 come già accennato dianzi, quando a Melfi vennero promulgate le celeberrime “CONSTITUTIONES REGNI SICILIAE” Il binomio Federico II e Pier delle Vigne divenne inscindibile, tanto che, per onorare questi straordinari personaggi, venne realizzato a Napoli un grande bassorilievo (oggi distrutto) raffigurante il grande “Puer Apulei” assiso in trono con a fianco Pier delle Vigne intenti ad ascoltare le suppliche del popolo. Il monumento recava incisa una iscrizione che riassumeva le attese di un popolo che vedeva finalmente in quei due personaggi, impersonificata la giustizia e la prosperità, la scritta testimoniava eloquentemente la riconoscenza del popolo e vale la pena riportarla: “CESAR, AMOR LEGUM, FRIDERICE PIISIME REGUM CAUSARUM TELAS NOSTRARUM SOLVEQUERELAS”; (O Cesare, amore delle leggi, Federico piisimo fra i re , sciogli le file delle nostre dispute). Pier delle Vigne seguì, sempre con la massima professionalità e competenza, l’attività d’insegnamento presso l’Università di Napoli, che è bene ricordare, aveva contribuito in modo determinate a fondare. Da uomo intelligente e altruista, forse memore delle difficoltà da lui incontrate, negli anni giovanili, dedicati alla dura disciplina universitaria, fu prodigo di consigli con gli studenti che, frequentemente lo interpellavano per chiedergli dei consigli o chiarimenti; molte sono le missive che gli furono inviate, contenenti richieste che non riguardavano solo i codici, ma tutto lo scibile umano, le risposte erano chiarissime e non freddamente professionali, ma più che gentili, affettuose. Fedelissimo al suo imperatore, non mancò di pronunciare davanti al popolo di Padova, un‘accorata difesa di Federico II quando venne scomunicato nel 1239 da Papa Gregorio IX. Per circa dieci anni fu accanto al suo signore nell’affrontare l’implacabile ostilità dei Comuni lombardi, fedeli al papato, a sua volta nemico ad oltranza dello Staufen e delle sue idee per quel secolo e per molti altri ancora, “rivoluzionarie”. Federico II non abbandonò la speranza in una pace duratura ed equa con Roma e nel 1243, inviò Pier delle Vigne, affiancato da Taddeo Sessa, altro famoso giurista di corte ed una numerosa e qualificata rappresentanza di suoi funzionari, presso il papa, Innocenzo IV per perorare una riappacificazione fra’ il papato e l’impero. Innocenzo IV però evitò accuratamente di incontrare gli inviati del suo “mortale” nemico, anzi fece di più, fuggì precipitosamente a Lione e convocò, con immediatezza, un concilio con un'unica intenzione: “deporre Federico”. Innocenzo IV riuscì nel suo intento e per Pier delle Vigne iniziò un periodo difficilissimo, durante il quale, mise in campo tutte le sue forze morali, intellettuali e fisiche, per trovare un compromesso e giungere ad una soluzione soddisfacente per Federico. Fu allora che accadde qualcosa, ancora oggi non chiarita, che accese l’ira dell’imperatore nei confronti del suo, fino ad allora, fidatissimo Logoteca. La sua ira fu’ spaventosa e si abbatté sul capuano con una violenza distruttiva, tale da eliminarlo fisicamente e nel ricordo dei posteri, l’accusa giusta o non giusta era quella che Federico, specialmente a colui che gli era stato accanto per tanti anni non poteva perdonare l’infamia del “tradimento”. Non è stato rinvenuto, sino ad oggi, alcun documento ufficiale contenente le motivazioni atte a sostenere l’accusa gravissima di tradimento posto in atto da Pier delle Vigne e ciò è molto inconsueto per la corte federiciana che registrava, ora per ora, giorno per giorno, tutti gli avvenimenti, anche i meno importanti, che riguardavano il regno. Molti abili studiosi si sono dedicati a risolvere questo “enigma” e qualche traccia è venuto alla luce, ma ancora troppo poco per chiarire un mistero che comportò conseguenze così tragiche. Lo studioso che si è dedicato con perizia e spirito speculativo – investigativo è stato certamente, Huillard – Bréhulles ed ai suoi scritti mi rifaccio nel citare alcune fonti alle quali lo stesso Huillard attinse. Riferisco, pertanto, da una cronaca anonima: “…Nel marzo del 1249; Federico, inviato il re Enzo in Lombardia, entrò dalle porte di Pontremoli nella città di Pisa, e condusse con sé Pier delle Vigne al quale fece cavare gli occhi nella fortezza di San Miniato, ove (il Logoteca) concluse la sua vita”. Lo stesso autore ha rintracciato un documento, senza apposta la data, ma che fa’ risalire presumibilmente al 1249, con il quale Federico dispone il trasferimento di Pier delle Vigne, dalla prigionia del nord d’Italia, a quella del Regno di Sicilia, è evidente quindi che trascorso circa un mese da quando il Logoteca era stato arrestato nella città di Cremona dove i cremonesi, fedelissimi all’imperatore, stavano per linciarlo. Piero era ancora vivo e costretto in una prigione al di fuori dal regno meridionale. Tutto il seguito imperiale, compreso Pier delle Vigne, si recò a Fidenza e subito dopo, nella fortezza di San Miniato al Tedesco, qui secondo la tradizione, venne accecato accostando ai suoi occhi un ferro arroventato. La morte di Pier delle Vigne, avvenuta nell’aprile del 1249, mentre la corte federiciana era diretta a Pisa è documentata, come avvenne è un altro rebus; che il Logoteca sia morto per essersi fracassato il cranio, trova concordi i cronisti del tempo, come si procurò ferite tanto gravi da morire, si confonde in una miriade di interpretazioni, abbondantemente confuse da una infinità di leggende che, senza dubbio affascinanti, non contribuirono certamente ad una risposta inoppugnabile. Anche in questo caso è evidente l’intento dell’imperatore di “uccidere” anche la memoria del capuano, perché aveva commesso un atto talmente vile, nei suoi confronti, da non essere sufficiente solo la tortura e la morte corporale. Si disse “tradimento”, o “concussione, si disse, ma fino ad oggi non è stata rintracciata alcuna testimonianza scritta di quel tragico avvenimento. Ad iniziare dal 1800 si scatenò una vera e propria caccia per rintracciare la cronaca dell’inevitabile processo o, almeno, qualche accenno illuminante, nulla. I vari testi reperiti nelle biblioteche di svariate città, non solo italiane che riportano, con dovizia di particolari, la luminosa vita del “Logoteca” tacciano quando si giunse all’episodio fatale, che causò la sua fine ingloriosa. Claudio Alessandri
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