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Sicilia 1943-1947. Forze. Movimenti. Tendenze

di Michelangelo Ingrassia

Gli anni siciliani dell'immediato secondo dopoguerra rappresentano uno dei periodi più esaltanti e tormentati del nostro passato i cui effetti attraversano come un fiume carsico il sottosuolo del nostro presente. E costituiscono uno scenario storico affascinante e suggestivo per l'agire politico che si snoda attraverso le forze, i movimenti e le tendenze che si formano in Sicilia mentre la tempesta d'acciaio della seconda guerra mondiale si abbatte sull'Italia provocando una spettacolare eruzione vulcanica di avvenimenti che modificano il paesaggio politico dell'Italia e della Sicilia.

Nel volgere di pochi anni, infatti, muore il vecchio Stato centralista e monarchico sorto dalla soluzione liberale e cavourriana del Risorgimento e nasce uno Stato repubblicano fondato sull'ordinamento regionale.

Ed in Sicilia rinasce nel 1947 il Parlamento siciliano, che era rimasto prigioniero del silenzio fin dal 1849.

Naturalmente, anche in questo caso la Sicilia si conferma come straordinario laboratorio politico di idee, movimenti e tendenze perchè è l'attuazione dello statuto regionale siciliano ad imporre, nel dibattito politico nazionale, il problema delle autonomie regionali.

L'affondamento dello Stato provoca, infatti, in Sicilia da un lato la riemersione, dai bassifondi della storia, di alcune forze oscure del passato siciliano; e dall'altro il maremoto di quei movimenti e di quelle tendenze tipiche della cultura politica siciliana che il vecchio Stato risorgimentale aveva intrappolato nella ragnatela del famigerato "cambiare tutto per non cambiare nulla".

Le forze che ritornano altro non sono che quei tradizionali blocchi egemonici e tirannici che la spinta violenta del fascismo aveva abbattuto ma non distrutto: ovvero la mafia e il latifondismo.

Mentre il latifondismo è una forza in via di estinzione, che ben presto verrà travolta dalle straordinarie lotte del movimento contadino; la mafia è, invece, una forza che ha conservato intatta la propria volontà di potenza. Essa si è già americanizzata ed ha capito che inserendosi nelle istituzioni e diventando interlocutrice del potere politico può esercitare il proprio dominio invisibile.

E' lo storico di sinistra Michele Pantaleone a dimostrare che soprattutto nel 1946-47 la mafia trova una base operativa in tutti i partiti antifascisti compresi il Pci ed il Psi. Ed è in questo preciso momento che la mafia penetra silenziosamente nel mondo del grande affare della ricostruzione e degli appalti pubblici per poi espandersi nell'impero del capitalismo finanziario.

Mentre la colonna infame della mafia inizia la sua lunga marcia sotterranea nelle istituzioni politiche ed economiche, in superficie si impone la tendenza politica dell'autonomia.

Noi siamo abituati a pensare che la tendenza autonomistica che si manifesta nel 1943 sia un fatto esclusivamente siciliano. Ma non è così. La voglia di autonomia risorge in Sicilia, ma rinasce anche in Lombardia, in Toscana, in Sardegna, in Valle d'Aosta, nel Trentino e si presenta come alternativa alla struttura centralista del vecchio Stato moderato liquidato dall'armistizio.

L'autonomismo siciliano diventa una grande questione politica perchè in Sicilia la tendenza autonomista esplode, come potenza ideologica, con il Movimento Indipendentista Siciliano.

Di solito, quando si pensa al Mis, la mente corre subito agli aspetti più oscuri della vicenda politica del partito indipendentista: il banditismo, la quarantanovesima stella americana, i rapporti con la mafia e con i latifondisti.

Si dimentica, però, che il Mis fu il più forte partito siciliano del tempo: essendo sostenuto da una massa di oltre 480.000 aderenti; e tra loro vi erano pure esponenti del mondo culturale isolano come lo storico Tomeucci, il matematico Calapso, lo storico dell'arte Bòttari. Un consenso, insomma, popolare e culturale.

Si dimentica che Finocchiaro Aprile teorizzava la separazione politica della Sicilia dallo Stato italiano; ma una volta traguardata l'indipendenza, Finocchiaro Aprile auspicava la federazione dello Stato siciliano con lo Stato italiano.

Andrea Finocchiaro Aprile, insomma, metteva in discussione il vecchio Stato centralista e proponeva, in alternativa, la creazione di uno Stato italiano federalista. Non a caso egli ebbe contatti operativi con i repubblicani di Pacciardi che, tra il 1943 ed il 1946, erano sintonizzati sulla lunghezza d'onda del federalismo. E contatti operativi ebbe pure con i movimenti autonomisti formatisi in quel periodo nel resto d'Italia.

La tendenza politica autonomista, sull'onda del dinamismo del Mis, spacca i movimenti politici siciliani. Nel Pci, nel Psi, nella Dc, si organizzano correnti interne autonomiste o federaliste. Sintomatico di queste lacerazioni è lo scontro interno esploso al convegno regionale della Dc svoltosi a Caltanissetta nell'ottobre del 1943 tra gli unitari, guidati da Giuseppe Alessi, e i sicilianisti, capeggiati da un certo Silvio Milazzo che poi scriverà una formidabile pagina di storia politica siciliana con il suo governo regionale, aperto a destra ed a sinistra, nel 1958.

Autonomisti e federalisti impostavano la propria teoria sulla base del mito della nazione siciliana, e sostenevano l'idea che una Sicilia indipendente e federata con lo Stato italiano avrebbe guadagnato in prosperità, in ricchezza e in libertà.

A questa tesi dell'autosufficienza economica siciliana, i partiti antifascisti, con Aldisio, La Loggia, Li Causi e Alessi, contrapponevano la tesi della minorità economica dell'isola che non avrebbe potuto fare a meno dei finanziamenti nazionali e delle sovvenzioni dello Stato.

Cominciano da qui quelle contraddizioni ancora presenti nella Sicilia di oggi che ha visto evolvere l'autonomia ma che contemporaneamente ha assistito alla espansione dell'ingombrante potere mafioso e al radicamento della malapianta assistenzialista; che ha visto crescere faticosamente i consumi ma che nello stesso tempo ha assistito alla progressiva diminuzione della produzione e dell'occupazione. 

Il fatto è che l'autonomia regionale dell'isola venne decretata per motivi tattici e non strategici: spegnere la fiammata indipendentista in Sicilia; mettere sotto silenzio l'ipotesi di uno Stato federale italiano.

Che lo Statuto siciliano prima, e che l'ordinamento regionale dello Stato poi, siano stati utilizzati come armi politiche piutosto che come vere e reali ipotesi culturali e politiche di rinnovamento e di modernità, è dimostrato dai seguenti fatti.

Quando la Consulta regionale approvò, nel dicembre 1945, lo Statuto siciliano, comunisti e socialisti votarono contro perchè credevano che l'autonomia avrebbe favorito elettoralmente e politicamente la Dc.

Questo voto contrario delle sinistre (ad eccezione del deputato comunista Giuseppe Montalbano), di fronte alla storia, ha la colpa morale di avere indebolito l'autonomia nel momento in cui essa nasceva ed era già preda di quelle forze oscure che avevano sequestrato l'isola liberata dagli alleati e che ben presto la stritoleranno nei suoi interessi popolari e generali e nel bene comune.

Quando la Costituente, nel 1947, approvò l'ordinamento regionale dello Stato, le sinistre (prima antiregionaliste) votarono a favore.

Perchè questo cambiamento d'opinione?

Perchè nel frattempo le sinistre erano avanzate nelle elezioni amministrative del 1946 e nelle elezioni regionali siciliane del 1947 e cominciarono a guardare con interesse a quelle che sarebbero poi diventate le "regioni rosse" per mantenere quote di potere in una situazione che preannunciava l'esito perdente delle elezioni del 1948.

Di converso la Dc, impaurita dal fenomeno delle regioni rosse, dopo avere votato a favore del regionalismo impedì che le regioni divenissero operative fino al 1970, vale a dire fino a quando la Dc non fu sicura di superare indenne il periodo del centrosinistra in Italia.

Da queste vicende si può ipotizzare con fondatezza che il problema delle autonomie regionali e quello dell'autonomia siciliana, non si ponevano per soddisfare una esigenza di autogoverno - presupposto di un'autentica democrazia - ma piuttosto perchè i partiti intendevano finalizzare l'autonomia all'esercizio del potere.

Questo problema politico è ancora oggi irrisolto; e alla luce di tutto questo possiamo pure convenire con Leonrado Sciascia il quale ha lasciato scritto che l'autonomia siciliana si è rivelata un'occasione perduta.

Resta tuttavia il valore simbolico, mitico, di potenza ideologica dell'autonomia siciliana. Una potenza ideologica che non si è ancora espressa in tutta la sua forza e che scorre sotteranea nella coscienza storica siciliana come un fiume carsico in attesa di essere riportato "fuori a riveder le stelle", come direbbe Dante, che tanto amò la Sicilia.

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