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Storia di un'anima

di Marianna La Barbera

 

 Un ragazzo e il mare. Fonte di sostentamento economico per una piccola comunità di pescatori, ma anche di dannazione, peccato e dolore, e infine, di redenzione. L’opera del regista Marcello Tedesco è veramente, nel titolo e nelle intenzioni, la “Storia di un’anima”, non solo quella del giovane protagonista Mario, ma di un intero villaggio che, solo alla fine scopre il senso vero delle cose, grazie al sacrificio di una madre, all’uccisione di un innocente ed al suicidio di un giovane misterioso.

A fare da sfondo all’intera vicenda è un’indefinita località di mare in Sicilia, accomunata agli “altrove” di tutto il mondo dall’egoismo e dall’omertà dei suoi abitanti, che esplodono quando una notte, durate le consuete attività di pesca, un gruppo di uomini si imbatte in un’imbarcazione carica di naufraghi. Troppo presi dalla necessità di salvaguardare la loro sopravvivenza, i pescatori decidono di ignorare il terribile destino che attende i clandestini, e, tutti d’accordo, stabiliscono di non avere visto nulla. L’unica voce fuori dal coro è quella di Mario, figlio di un rude e insensibile pescatore e di una donna apparentemente sottomessa, la cui tenerezza per il figlio non può che rimandare, per molti versi,  all’intensità del rapporto tra Maria e Gesù. Tutta l’opera, in realtà, è animata da una religiosità profonda (si veda, ad esempio, il ritrovamento in spiaggia di un quadro che raffigura la Madonna) che procede interrogando se stessa sui destini dell’uomo e sull’apparente silenzio di Dio.

Mario, convinto della necessità morale di non abbandonare al loro destino quei poveri disgraziati, presumibilmente extracomunitari, si ritrova a sperimentare gli insulti e il disprezzo dell’intera comunità, a partire dal manesco padre, incapace di slanci d’amore e umana comprensione.

La vicenda avrà un risvolto tragico: una notte, accompagnato dall’unico amico solidale che si ritrova, Mario si avventura in mare con la speranza di ritrovare almeno i corpi dei naufraghi, ma si imbatte nel gruppo di pescatori che, da sbeffeggiatori carichi di disprezzo, diventano assassini. Il timore che il ragazzo da tutti definito “un povero cretino” possa scoprire verità terribili e riferirle alle autorità è troppo forte. Mario viene ucciso, e, poco dopo, si suicida il giovane misterioso che, recitando versi religiosi, accompagna tutta la visione del film. I due tragici eventi fanno precipitare la comunità in uno stato di profonda prostrazione che, qualche anno dopo, si manifesterà con la richiesta di perdono alla madre del povero Mario, che nel frattempo è stata confinata in un manicomio, muta e immobile dopo l’atroce morte del figlio.

Difficile dare una lettura unidimensionale alla storia, ma è chiaro che in essa vi è molto di più che il semplice, eppure necessario, riferimento all’attualità contemporanea. Se il rifiuto all’omologazione più gretta e la salvezza sono i temi centrali, visivamente l’opera è disseminata di altri elementi che rimandano ad altre letture più complesse (il canto del baritono, l’insensibilità di un gruppo di ragazzi che non esita a torturare una colomba, la canotta sporca di sangue del protagonista) e che lasciano intravedere una visione del mondo fortemente legata al simbolismo ed alla spiritualità. Non è azzardato affermare che l’esperienza registica di Tedesco sia importante, oltre che per i contenuti, anche per i valori formali espressi, che lasciano ben sperare per il futuro.

 

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