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Un giallo stile Sciascia per l'esordio del nipote

 

di Salvatore Ferlita

La Repubblica-Palermo, 26 febbraio 2010

Si presenta "L'orma del lupo", il primo romanzo di Vito Catalano

"Mio nonno diceva che i primi anni di vita sono quelli che segnano il destino di un uomo: stare accanto a lui, crescere tra i libri mi ha sicuramente condizionato"
Da un errore di Giuseppe Pitrè nasce il romanzo breve di Vito Catalano, "L´orma del lupo" (Avagliano, lo presenta Emanuele Macaluso venerdì alle 18, alla libreria Mondadori di via Ruggiero Settimo). Una indicazione sbagliata che ha messo in moto la fantasia e la curiosità del nipote di Leonardo Sciascia (la madre di Vito è Anna Maria, la figlia minore dello scrittore di Racalmuto, che poco tempo fa ha dato alle stampe il volumetto "Il gioco dei padri"), che firma così il suo esordio.
Scrisse infatti il grande studioso di tradizioni popolari, in un volume di "Usi e costumi. Credenze e pregiudizi del popolo siciliano" dedicato agli animali, che nel 1560 un lupo diffuse il terrore tra gli abitanti di Palazzolo Acreide. Da qui, il soprannome affibbiato ai locali di "allupati". «Che un lupo mietesse vittime, grandi e piccoli, a Palazzolo - spiega Catalano - mi incuriosì non poco. Circa dieci anni fa lessi quella pagina di Pitrè, che non mi abbandonò più, forse anche perché sono un appassionato di zoologia. Feci delle prime ricerche, alla Biblioteca regionale, ma non trovai nulla. Allora, un giorno decisi di recarmi a Palazzolo per cercare anche un indizio nella biblioteca del posto. Trovai un libro scritto da un frate cappuccino, suddiviso cronologicamente: ma in merito al 1560, non si faceva nessun accenno alla cosa. Andai avanti e finalmente venne fuori la storia, liquidata in poche righe: il religioso collocava il fatto intorno al 1695, e faceva riferimento al soprannome di allupati, avvertito dagli abitanti del posto come un motivo di vergogna. Scrive poi il cronista che nel 1601 anche nei casali di Cosenza un lupo aveva portato scompiglio, come a cercare una giustificazione».
Da qui Vito Catalano ha preso l´abbrivio per dare forma alla sua storia, una sorta di thriller ambientato alla fine del Seicento in un piccolo paese della Sicilia dell´interno. Dove si vive del lavoro faticoso dei campi, e l´unico sollievo è rappresentato dalla fede in un mondo più giusto e meno feroce. Allora, c´è un lupo nel suo racconto che uccide bimbi e adulti: dapprima la paura, pian piano qualcosa di più, il convincimento che si tratti di una creatura demoniaca. Da qui, una serie di eventi sgradevoli che alla fine non portano però ad alcuna soluzione.
Voleva forse scrivere un giallo irrisolto alla Leonardo Sciascia?
«In realtà, non ho voluto scrivere un giallo. Nel mio libro manca una vera e propria investigazione. Avevo in mente certi racconti di suspense, volevo dar vita a una storia che togliesse il respiro al lettore, in una spirale di terrore sempre più avviluppante».
È vero, non c´è la detection classica, ma uno dei protagonisti della vicenda, il medico, è quello che alla fine ricompone i pezzi del puzzle, venendo a capo della vicenda oscura che si intreccia ai delitti del lupo…
«Sì, in un certo senso, il medico è quello che non si lascia impressionare, è al riparo dai condizionamenti della massa. A un certo punto anche lui è scosso dai fatti, però la sua mente lucida gli permette di leggere bene i segni».
Sembrerebbe il trionfo della ragione, a dispetto della nebbia dell´oscurantismo e del fanatismo. A suo nonno, questo aspetto del racconto avrebbe fatto piacere?
«Non le so dire, certo a mio nonno non sarebbe dispiaciuto, ma non ho pensato a lui quando ho scritto il racconto. Ho tenuto presente però la favola di Cappuccetto rosso, non nella forma edulcorata che è quella oggi più diffusa, ma nella prima versione, quella ricavabile dalla raccolta di Charles Perrault».
Quindi il suo è un apologo nero, che ha al centro il lupo, animale archetipico relativamente alle paure e alle fobie di tutti i tempi…
«Ecco, più che di giallo, parlerei di un racconto che dalla fiaba prende le mosse, anche per certi aspetti dell´ambientazione, per poi però farsi sempre più noir».
Lei ha trascorso i primi dieci anni della sua vita gomito a gomito con suo nonno: si può dire che assieme al latte materno, ha succhiato l´inchiostro?
«Mio nonno diceva che i primi anni di vita sono quelli risolutivi, che segnano il destino di un uomo. Stare accanto a lui, nascere e crescere in mezzo ai libri di certo mi ha condizionato».
Da "grande"vuol fare lo scrittore?
«Mi piacerebbe vivere occupandomi di libri, ecco, mettiamola così».
Da qualche anno, del resto, si occupa della produzione letteraria di suo nonno, promuovendola all´estero. In Polonia sono previsti alcuni eventi che riguardano Leonardo Sciascia…
«Ad aprile, a Varsavia, ci sarà una giornata di studi dedicata al nonno, in concomitanza con l´uscita della traduzione del "Giorno della civetta", a cura di Halina Kralowa, una vera specialista».
E in Italia, dopo l´abbuffata del ventennale, cosa è previsto?
«A maggio, per Adelphi, dovrebbe uscire una raccolta di racconti sparsi di Sciascia. C´è già pronta la copertina, un quadro di Giuseppe Modica, e pure il titolo pare che sia stato deciso: "Il fuoco nel mare", che è poi il titolo di uno dei racconti».
Dunque, con buona pace dell´assessore Centorrino, ci saranno nuove occasione per continuare a leggere Leonardo Sciascia. A proposito, cosa pensa lei del rapporto tra suo nonno e la "sfiga" siciliana?
«Quando ci fu quest´uscita pubblica dell´assessore, mi chiamò al telefono una giornalista, mi chiese di commentare la cosa. Io ero in campagna alla Noce, non sentivo bene la sua voce, e dissi che non mi andava di commentare un bel niente. E rimango dello stesso avviso. Solo mi chiedo: stiamo oggi vivendo davvero un momento di fulgore tale, da dover scongiurare la jella? Siamo così messi bene? Non me ne ero accorto».

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