|
 |
di Tano Gullo
La Repubblica-Palermo,
9 ottobre 2008 |
Sotto gli intonaci sono affiorate scene di autoerotismo e
prese in giro dei torturatori. A tracciarle la matita
"sanguigna" con la quale dipingeva anche Leonardo da Vinci
In attesa dell´apertura di un museo dedicato alle vittime le
segrete si potranno visitare da domani fino a domenica
è l´ora dell´abbandono. La procace ragazza è mollemente
distesa, con la testa leggermente reclinata, le gambe
incrociate, la mano destra pendente e con la sinistra
intenta a procurarsi piacere. La scena di masturbazione è
stata disegnata nelle latrine da una vittima
dell´Inquisizione incarcerata nelle segrete dello Steri di
Palermo. È una delle centinaia di graffiti portati alla luce
in quattro anni di restauro.
Il recupero, curato dall´Università, è stato ultimato.
Quando si reperiranno i fondi, verrà aperto un museo
dedicato alle vittime dell´Inquisizione per conservare
memoria di due secoli - dal 1603 al 1782 - di nefandezze,
quando la Sicilia, dominio spagnolo, era annichilita nella
morsa dell´intolleranza, del fanatismo e dell´oscurantismo
ecclesiastico. Mentre la Francia di Voltaire propugnava il
primato della ragione, qui impazzava ancora il Tribunale
della fede che, armato di 25 mila sgherri, spogliava di ogni
bene gli "eretici" e li faceva marcire dietro le sbarre. A
188 di loro - uomini e donne di "tenace concetto" che
rifiutavano di pentirsi del nulla che avevano commesso -
andò peggio: condannati «nel nome di Dio», furono arsi vivi
nei festosi roghi organizzati nel corso di "auto da fé" alla
Marina. Vere kermesse dell´orrore.
Il disegno della ragazza in posa lasciva non ha firma né
data, ma è di grande qualità. Fa venire in mente la "Maya
desnuda" di Goya o una delle sensuali donne di Guttuso. Il
dipinto, con i tratti color ocra, scoperto sotto uno leggero
strato di intonaco dai restauratori, è stato fatto con la
matita sanguigna, e ciò fa pensare che l´autore sia un
artista di buona levatura finito nelle grinfie dei seguaci
di Torquemada. «Questa matita - dice l´architetto Margherita
Mancuso, ispettore del cantiere che ha curato i lavori - era
usata dai pittori professionisti. L´aveva utilizzata anche
Leonardo per le sue tavole. E nel tempo le opere assumono
quella caratteristica colorazione ocra».
Chissà quali - e quante - fantasie avrà scatenato questa
scena pornografica nelle menti dei prigionieri, privati di
ogni contatto con il mondo esterno. I disegni scoperti nelle
latrine (ieri come oggi, luoghi che scatenano gli istinti
grafomani dei frequentatori) sono molto più hard di quelli
delle quattordici celle comuni (sei al primo piano e otto al
pianterreno). La relativa solitudine dei bagni ispirava
quelle arditezze che gli stanzoni comuni, in gran parte
istoriati con icone di santi e frasi di pentimento,
sconsigliavano. Nella latrina accanto, due frasi
probabilmente indicano due pertugi da cui sbirciare la donna
nuda e i "turchi" (appellativo che a Palermo include da
sempre musulmani e neri) che stavano nella segreta
confinante. A lato un consiglio valido per tutti quelli che
si sarebbero trovati sotto torchio: «Nega».
Ecco, nel bagno della cella numero due, una vignetta che
irride ai persecutori, firmata da tale Musciumeci. Un
pomposo inquisitore incede a cavallo con tanto di cilindro
in testa. Ma, qui il tocco di genio, il quadrupede si
produce in una defecazione a cascata.
Uno dei graffiti più nitidi rappresenta una Via Crucis, con
un Cristo trascinato con una catena: firmato da G.F.B.
Migliaro, è datato 1610. Questa immagine è una delle ultime
che raffigurano Gesù al guinzaglio, particolare scomparso
nell´iconografia religiosa fin dai primi anni del Seicento.
Altre figure di donne campeggiano nelle pareti, sopra e
sotto: una figura nuda, smunta, con seni piccolissimi, regge
un fiore in mano. Asessuata e gentile, è l´icona della
tranquillità. Le scritte accanto sono nel segno della
rassegnazione al dolore: «Pazienza, pane e tempo» e «Benché
sia eterno il tormento né di senso né di anima mi priva».
Alla faccia dei torturatori. Un´altra fanciulla sembra
uscita da un festoso ballo settecentesco: crinolina e fiori
disegnati sulla stoffa. La scritta fa a cazzotti con questa
immagine di Vispa Teresa: «Piange la misera perché il luogo
è di pianto».
Settemilacinquecento malcapitati, sulla base di un semplice
sospetto o di una segnalazione interessata, finirono nelle
grinfie della "Santa Inquisizione" (quanti orribili
connotazioni può assumere la parola "santo"). Molti di
questi vennero presi di mira dagli aguzzini per depredarli
dei loro beni. C´erano ben 1.500 affiliati alla "familiatura",
la grande famiglia dell´Inquisizione, attivissimi nella
delazione. "Familiari", che delle loro colpe rispondevano
solo al tribunale amico del Sant´Uffizio. Una sorta di
viatico per ogni crudeltà e per ogni avidità.
Fu Pitrè a scoprire i graffiti - e a censirne una parte -
nel 1907. Dopo 97 anni di abbandono - anche perché le
segrete dello Steri erano diventate il regno di Salvatore Di
Falco, noto come "don Totò", che le aveva adibite a
magazzino di ogni cianfrusaglia vantando un attestato di
donazione firmato dal colonnello Charles Poletti, liberatore
di Palermo. Alla morte dell´uomo la struttura è ritornata
all´Ateneo e si sono avviati i restauri.
«Grazie a Pitrè, ma anche a Leonardo Sciascia - dice lo
scrittore Vincenzo Consolo - si sono potute salvare queste
pagine di storia scritta dalle vittime dell´oscurantismo
della Chiesa, testimonianza del periodo più terribile, tra
le tante "terribilezze" che hanno martoriato la Sicilia. Era
stato Giuseppe Quatriglio ad avvertire Sciascia che si
stavano avviando lavori che rischiavano di cancellare i
graffiti. Lo scrittore aveva chiamato il fotografo
Ferdinando Scianna, che ha così potuto immortalare quelle
immagini».
«L´alternarsi di scoperte e sorprese, di speranze e
meraviglia - dice il rettore Giuseppe Silvestri, che a fine
mese passerà la mano al suo successore Roberto Lagalla - è
stata l´emozione più forte del mio mandato. Adesso
quest´edificio diventerà museo di se stesso, in memoria
delle vittime dell´oppressione di ogni tempo». Nell´attesa
del museo, i palermitani potranno visitare le celle con i
graffiti da domani fino a domenica, nell´ambito della
manifestazione "Le vie dei tesori".
Per la cronaca, hanno avuto un ruolo importante nel recupero
il delegato del rettore per l´edilizia Salvatore Di Mino, il
direttore dei lavori Domenico Policarpo, il capo della
divisione tecnica Nino Catalano, quest´ultimo genero di
Sciascia, a chiudere il cerchio con lo scrittore di
Racalmuto che proprio nelle carceri dello Steri ha
ambientato il suo libro più lacerante "Morte
dell´inquisitore", protagonista l´eretico frate Diego La
Matina, suo compaesano, che lì uccise il torturatore don
Juan Lopez de Cisneros.
|
La nostra iniziativa editoriale

Il giornale dei popoli del mediterraneo |
|