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Le Pagine di Repubblica

 

Quando Matteotti arringò gli antifascisti di Cefalù

di Michelangelo Ingrassia

La Repubblica-Palermo, 8 settembre 2009

LA TORRIDA estate politica del 1924 cominciò con l' inquietante rapimento del giovane deputato socialista Giacomo Matteotti e terminò con il macabro ritrovamento del suo corpo martoriato. La spedizione era stata organizzata per punire il coraggioso segretario del Partito socialista che poco prima, con uno storico discorso pronunciato in un' aula ostile, aveva denunciato le violenze commesse dai fascisti nella campagna elettorale. Violenze che non erano affatto cessate nonostante il governo avesse cinicamente negato quei crimini perché le circostanziate accuse di Matteotti rendevano impossibile lo spregiudicato tentativo di Mussolini di coinvolgere nel suo ministero alcune personalità del socialismo riformista come Rigola, D' Aragona, Baldesi e Bonomi. Ancora il 24 giugno 1924, quattordici giorni dopo la scomparsa di Matteotti, a Palermo, durante la processione del Corpus Domini, in pieno centro cittadino, durissimi scontri tra fascisti ed antifascisti erano stati sedati con fatica dalle forze dell' ordine. I medesimi fatti si erano ripetuti a Monreale il 26 giugno. Come se non bastasse, il 1° giugno Mussolini aveva inviato un aggressivo telegramma al prefetto di Torino informandolo sulla presenza di Piero Gobetti in Sicilia: «Mi si riferisce che noto Gobetti sia stato recentemente a Parigi e che oggi sia Sicilia stop. Prego informarmi e vigilare per render nuovamente difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo». Il 1924 era stato un anno particolarmente impegnativo per la Sicilia. Le frequenti visite di Gobetti, testimoniate dai numerosi articoli pubblicati dall' intellettuale torinese sul quotidiano "L' Ora" e dagli incontri che ebbe con vari esponenti della cul tura siciliana, si univano al viaggio compiuto dallo stesso Mussolini ai primi di maggio, subito dopo le elezioni d' aprile, e al giro elettorale fatto da Giacomo Matteotti nel marzo. L' Isola, insomma, era diventata la meta politica del fascismo e dell' antifascismo. Le potenzialità inespresse della Sicilia, che aveva dato al fascismo Giovanni Gentile e all' antifascismo don Luigi Sturzo, lasciavano forse trasparire la possibilità di fondare una coscienza politica nuova che fascismo e antifascismo si contendevano. In questo contesto risulta davvero illuminante la singolare coincidenza storica che vede presenti nell' isola, prima e dopo le fatidiche elezioni del 1924, il tenace capo dell' opposizione Giacomo Matteotti e il riconfermato capo del governo Benito Mussolini. Dei due irriducibili nemici, però, era il deputato di Rovigo a poter vantare un rapporto significativo e profondo con l' Isola. Lo dimostrano i frammenti siciliani della sua vita precocemente e crudelmente frantumata ottantacinque anni fa. Il leader socialista aveva già imparato a conoscere la Sicilia, la sua storia e il suo popolo fin dal 1916. Richiamato alle armi malgrado fosse riformato e in congedo, Matteotti, a causa del suo vivace neutralismo, era stato relegato per cautela in Sicilia, nella fortezza di Campo Inglese, vicino Messina. Durante quel periodo il soldato semplice Giacomo Matteotti, oltre ad aver organizzato una piccola scuola clandestina per militari analfabeti e semianalfabeti, si affiatò col piccolo mondo antico di braccianti e pescatori siciliani suoi commilitoni ed ebbe modo di studiare le condizioni dell' Isola. L' importanza di questa esperienza e di queste frequentazioni emerge da una lettera alla moglie Velia nella quale Matteotti scrive di essere «contento di avere vissuto per qualche tempo in mezzo a queste popolazioni per conoscerle ed apprezzarle attentamente». Finita la guerra e ripresa la lotta politica, Matteotti tornò in Sicilia nel 1923 da deputato e segretario nazionale del Partito Socialista. Seminando due poliziotti che lo pedinavano riuscì a partecipare ad un convegno a Catania, inutilmente vietato dal Prefetto, e successivamente a una assemblea sezionale a Palermo. Ritornò nel capoluogo siciliano nel marzo 1924, portando personalmente i manifesti e il materiale di propaganda del partito per le elezioni nazionali d'aprile. L' occhiuta vigilanza della polizia politica non valse ad impedirgli di tenere un affollato comizio a Palermo e di chiudere la campagna elettorale a Cefalù: «Siciliani, aiutateci a dare la libertà all'Italia», furono le ultime parole di Matteotti in Sicilia. Poi venne il martirio. Quando nel 1925 il vescovo di Cefalù, monsignor Pulvirenti, si rifiutò di cantare il Te Deum in occasione del venticinquesimo anniversario del regno di Vittorio Emanuele III, l' appello di Matteotti echeggiava ancora tra le vie della cittadina normanna.

 

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