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Quel mercatino medievale perso anche nella memoria

 

di Rossella Leonforte

La Repubblica-Palermo, 2 settembre 2008

 

Capo, Vucciria, Ballarò: sono nomi che alle orecchie dei palermitani evocano immediatamente gli antichi mercati, realtà pittoresche ma ancora vive e, per molti, irrinunciabili. Diversa cosa è parlare di Fieravecchia: i più giovani non sanno neanche di che si parla o dove fosse. Eppure la Fieravecchia fino a qualche decennio fa era fra i più importanti mercati della città.

Impiantato nel 1.340 per volere di Pietro II di Aragona per secoli il mercato si è snodato su diverse strade, adattandosi ai cambiamenti urbanistici avvenuti nei secoli e inglobando tre piazze ancora oggi ricche di fascino: Rivoluzione, Sant´Anna e Croce dei Vespri.

Oggi le bancarelle dei generi alimentari sono completamente scomparse e a mala pena restano i venditori di tessuti, scarpe, borse e pellame vario. Ma non si tratta di ambulanti, piuttosto di proprietari di botteghe, più o meno piccole che, spesso, seguendo un uso antico non disdegnano di esporre le loro mercanzie all´esterno. Le botteghe più caratteristiche si trovano, nella zona di confine, ai Lattarini.

Del vecchio quartiere restano alcuni palazzi spesso tanto prestigiosi quanto bisognosi di restauri. Rimangono inoltre tracce considerevoli della storia: a piazza Rivoluzione, che deve il nome ai moti del 1820 e del 1848, si trova la fontana con la statua del Genio di Palermo, uno dei simboli della città, rimossa in epoca borbonica e ricollocata al centro della piazza, a furor di popolo, dopo l´ingresso di Garibaldi.

Qua e là, inoltre, su qualche vecchio muro fanno capolino un paio di lapidi che ricordano come il quartiere fosse stato il centro di «cospirazioni gloriose» e in via Schiavuzzo, su un muro annerito dal tempo, spicca la lastra di marmo bianco datata 28 aprile 1.862 con il «Ragguaglio tra le antiche misure col metrico decimale», una sorta di convertitore dei pesi e delle misure. Chissà per quanto tempo accorti acquirenti avranno fatto riferimento a quelle iscrizioni nel periodo di transito verso l´uso dei nuovi sistemi di misurazione.
Oggi di tanto in tanto qualche turista di passaggio si ferma a guardare facendo l´operazione inversa, quasi si trovasse davanti ad una sorta di stele di Rosetta capace di far decifrare vecchi termini e sistemi di misura caduti in disuso.

Ormai questi pochi resti appaiono più che altro come fantasmi di un passato che si è dissolto improvvisamente e che perfino i più anziani stentano a ricordare. Eppure negli ultimi anni i mercati hanno destato nuovo interesse, tanto che soprattutto Ballarò, il Capo e la Vucciria, sono, sempre più, diventati meta di turisti e c´è chi si adopera per il loro mantenimento. Recentemente sono stati anche protagonisti di mostre e di pubblicazioni, come il libro di Umberto Balistreri e Carlo Pollaci "I mercati del Centro Storico di Palermo".

Mercanzie in bella mostra lungo le strade, lampade enormi, tendoni colorati, personaggi che potrebbero appartenere a qualsiasi epoca sono gli indiscussi protagonisti del volume che, attraverso le foto scattate nel tempo da Carlo Pollaci e i testi di Umberto Balistreri, raccontano cosa è rimasto dei mercati della città antica, dove ogni mandamento aveva una «piazza di grascia», cioè un mercato di generi alimentari in cui le mercanzie, esposte con arte, venivano abbanniate. E la «grascia", cioè la sporcizia, veniva lavata a sera, sicché le «balate» della pavimentazione erano sempre intrise di acqua.

La Fieravecchia nel mandamento Tribunali, Ballarò nel mandamento Palazzo Reale, la Vucciria nel mandamento Castellammare e il Capo nel mandamento Monte di Pietà, restano ancora oggi a Palermo espressioni della vita nei quartieri storici assieme ai palazzi, alle chiese e ai monumenti che li circondano come muti testimoni di fasti passati, anche se troppo spesso in cattive condizioni, se non addirittura ridotti a ruderi.

L´importanza di documentare e di salvaguardare quanto resta di un mondo che rischia di scomparire è sottolineato da Giuseppina Giordano, soprintendente archivistico per la Sicilia, nella sua prefazione al volume, la quale, se da una parte sottolinea l´impossibilità di ricreare il passato, dall´altra mette in evidenza quanto sia «doveroso mantenerne e curarne la testimonianza e recuperarlo, nella forma fisiologicamente più corretta, per consentire alla cittadinanza di riappropriarsi del proprio patrimonio culturale e della propria storia».

Una storia di cui i mercati costituiscono una pagina di rilievo trattandosi di luoghi in cui si svolgeva una parte importante della vita quotidiana regolata da usi e costumi ben precisi. Per fare un esempio i mercati erano suddivisi per settori: le carni da una parte, il pesce da un´altra, frutta e verdura da un´altra ancora. Questo assetto creava fra i venditori una sorta di concorrenza e consentiva a chi andava a fare la spesa di valutare quello che, in termini moderni, chiameremmo rapporto qualità/prezzo. Da qui la necessità per i venditori di rendere la propria mercanzia più interessante di quella dei concorrenti attraverso una serie di riti che andavano dall´esporre la merce in modo attraente, alla cura dell´illuminazione, sempre molto intensa, fino ai vari sistemi per esaltare la buona qualità dei propri prodotti messa in evidenza attraverso fantasiose «abbanniate» che, con le tipiche cadenze dialettali - però personalizzate da ognuno con inflessioni e parole particolari - creavano una sorta di colonna sonora. Da qui anche lo svilupparsi di una certa gestualità come quella del pescivendolo che bagna continuamente il pesce per renderne più evidente la freschezza. Poco più in là emulato dal verduraio.

Tutto contribuiva e, in una certa misura, contribuisce tuttora a creare quell´atmosfera di teatrino spontaneo dove i colori, le immagini, i suoni, ma anche gli odori hanno una parte di rilievo, a cominciare dal profumo inebriante della cucina di strada, caratterizzata dalle pietanze tipiche della Sicilia, ma al tempo stesso testimonianza della sovrapposizione delle varie stratificazioni culturali.