HOME - INFORMAZIONE - PAGINE DI REPUBBLICA

 

Io Camilleri emigrante con tanta voglia di ritornare

 

di Andrea Messina

La Repubblica-Palermo, 21 febbraio 2010

La mafia. La "sicilianità". Il simbolo.
Lo scrittore di Porto Empedocle racconta il suo rapporto con l´Isola, dalla quale andò via nel 1949: "La lontananza rende tollerabili anche le cose che non avrei accettato"
"Sono un emigrante nostalgico che pensa in siciliano e traduce".

È caduta la leggenda dell´omertà, i grandi cambiamenti spesso risultano invisibili ma sono irreversibili. Siamo più intelligenti perché siamo come i bastardi, viviamo dove un cane di razza non sopravviverebbe. L´emblema della nostra regione è Canepa, una intelligenza vulcanica Bastava shakerarlo per vedere il siciliano.
 

Ma se piemontesi e triestini hanno imparato a leggere i suoi gialli in quell´intreccio unico e originalissimo tra siciliano e italiano, se a Stoccolma sono rimasti incantati vedendo in tv la magnificenza solare della sua Vigàta, l´altro volto di un´isola che per anni è stata solo la terra della Piovra, i siciliani lo debbono a lui.
Lei torna quando può, nella sua Porto Empedocle. Ma perché se ne andò?
«Accadde nel 1949. Io pubblicavo i miei articoli e le mie poesie su L´Italia socialista di Aldo Garosci, su Mercurio di Alba de Cespedes, su Inventario di Luigi Berti. Ma mi sentivo come uno chiuso in un sommergibile affondato. Avevo il deserto attorno a me. Me ne sono dovuto scappare. Eppure le dirò una cosa. Vittorio Nisticò distingueva i siciliani in due categorie: siciliani di mare aperto e siciliani di scoglio. Sciascia era di scoglio, come me. È come se avessimo un elastico che ci spinge a tornare. Quelli che non tornano sono una minoranza».
Vuol dire che anche lei oggi sente la voglia di tornare in Sicilia?
«Sì, oggi anch´io ci tornerei, se potessi. Le dirò di più: se a 24 anni avessi avuto le possibilità di comunicare che ci sono oggi, con Internet e la tv, non me ne sarei andato».
Però non è tornato.
«Siamo emigranti in patria. E l´emigrante, appena può, torna. Il mio cuore è rimasto qui. Io penso sempre in siciliano. Poi, magari, traduco in italiano».
La Sicilia di oggi è molto diversa dalla Sicilia del 1949. Ma i siciliani, secondo lei, come sono cambiati? In meglio o in peggio?
«Mi viene difficile separare nettamente ciò che mi piace da ciò che non mi piace. Va a finire che la troppa lontananza dalla Sicilia rende accettabile cose che senza la lontananza non avrei accettato. La nostalgia rischia di inquinare il giudizio. Una delle cose che più mi piacciono è la perdita del senso di chiusura della famiglia. Una volta c´erano alte mura, che non si capiva se servissero a non fare entrare gli stranei o a non far uscire i figli. Un altro fatto positivo è la maggiore capacità di comunicare dei siciliani, almeno nella Sicilia occidentale. Nella Sicilia orientale l´hanno sempre avuta. Per l´acqua, dico io».
Per l´acqua? In che senso?
«Sì, loro hanno sempre avuto l´acqua, noi no. L´acqua fa gioia, scorre, mette in contatto. La mancanza d´acqua, al contrario, ti spinge a difendere il tuo pozzo col fucile, a vedere nell´altro un nemico. Non è un caso che i grandi scrittori siano nati da quella parte dell´isola, da Verga a Brancati, da Patti a D´Arrigo. Noi abbiamo Pirandello e Sciascia, ma siamo in minoranza. E del resto questa diversità di temperamento è uno dei fascini della Sicilia».
La mafia c´era allora e purtroppo c´è ancora oggi. Non come prima, però. E´ rimasto lo stesso, secondo lei, il rapporto tra i siciliani e Cosa nostra?
«No. Intanto è la caduta della leggenda dell´omertà. I siciliani hanno sempre parlato sottotraccia, e chi voleva capire capiva. L´omertà esisteva nei confronti della legge, ma si sapeva tutto di tutti. Tutti sapevano chi era mafioso e chi aveva ammazzato chi. Però anche qui qualcosa è cambiato, e tanto. Quando ho saputo che avevano ammazzato un povero maresciallo a Porto Empedocle e che le telefonate della gente avevano intasato i centralini del commissariato e dei carabinieri, sono rimasto colpito. Una volta la gente chiudeva la finestra, oggi telefona. Io ho una mia teoria. Ed è questa: i grandi cambiamenti sono così profondi, arrivando a mutare anche il Dna, che non si notano subito. Ma quando avvengono sono irreversibili».
Parliamo della "sicilianità". Esiste davvero? In che cosa siamo diversi, noi siciliani, da tutti gli altri?
«Noi siamo più intelligenti di altri popoli perché siamo bastardi. Le dominazioni ci hanno imbastardito, ma ci hanno reso come quei cani che vivono sulla strada, là dove un cane di razza non sopravviverebbe quattro giorni. Certo, sono unici anche i nostri difetti».
Mi dica il primo che le viene in mente.
«Il siciliano, per esempio, passa dalla depressione all´autoesaltazione. È una malattia presente nel 90 per cento della popolazione. È il pianto continuo nei confronti dello Stato, del Nord. Intendiamoci, parte di quello che viene detto è vero. Ma il resto è dato dal carattere dei siciliani, che preferiscono il lamento al lavoro. Preferiscono crepare da soli che tentare di vivere in compagnia. Che noi si sia un´isola, è un fatto geografico su cui non ci piove. Ma che ogni siciliano si senta un´isola e un fatto su cui ci piove parecchio. Una volta Agnelli lesse Un filo di fumo. Mi fece un´unica osservazione: ma come speravano questi commercianti di zolfo di resistere alla concorrenza delle grandi compagnie straniere? Non ci speravano affatto, gli risposi. Il loro tentativo di difesa era costituito dal far sposare i loro figli tra loro per difendersi meglio. Ma nessuno pensò di fare una cooperativa. Il fatto di non creare un fronte comune, ma di vedere gli altri sempre come avversari, costituisce la nostra più grande debolezza. Pensiamo alla famiglia Florio, che ospitava l´imperatore d´Austria. Ma erano soli: un fungo isolato. E infatti non ne è rimasto nulla».
Una malattia senza rimedio?
«In realtà il rimedio, l´antidoto, ce lo portiamo dentro senza saperlo. Questo popolo che è individualista sfrenato, è capace di rinunciare a tutto a favore degli altri. Nel 1943, quando bombardavano Porto Empedocle, si viveva nei rifugi a ferro di cavallo, dove c´era sempre una seconda via d´uscita, scavati nelle colline di marna. Succedeva che uno usciva per andare a cercare le uova non solo per sé, ma per cinque famiglie. Veniva naturale: non potevi mangiarti lo sfilatino mentre quello accanto moriva di fame. E tu potevi toccare con mano questa solidarietà».
Dovesse indicare l´archetipo del siciliano, quale nome farebbe?
«Uno nel quale si assemblarono le qualità e i difetti del siciliano è stato Antonio Canepa. Aveva un´intelligenza vulcanica. Uno sviscerato amore per la Sicilia lo portò a essere il capo dell´Evis. Voleva conquistare militarmente San Marino per lanciare un messaggio antifascista al mondo. Lo chiusero in manicomio e lui scrisse due trattati che gli valsero la cattedra di dottrina fascista a Catania, lui che era iscritto al Pci e non credeva affatto nel fascismo. C´era tutto, in quell´uomo: lo agiti in uno shaker e vedi il siciliano».