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Io
Camilleri emigrante con tanta voglia di ritornare |
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La
mafia.
La
"sicilianità". Il simbolo.
Lo
scrittore di Porto Empedocle
racconta il suo rapporto con
l´Isola, dalla quale andò via
nel 1949: "La lontananza rende
tollerabili anche le cose che
non avrei accettato"
"Sono un
emigrante nostalgico che pensa
in siciliano e traduce".
È
caduta la leggenda dell´omertà, i
grandi cambiamenti spesso risultano
invisibili ma sono irreversibili.
Siamo più
intelligenti perché siamo come i
bastardi, viviamo dove un cane di
razza non sopravviverebbe. L´emblema
della nostra regione è Canepa, una
intelligenza vulcanica Bastava
shakerarlo per vedere il siciliano.
Ma se
piemontesi e triestini hanno
imparato a leggere i suoi gialli in
quell´intreccio unico e
originalissimo tra siciliano e
italiano, se a Stoccolma sono
rimasti incantati vedendo in tv la
magnificenza solare della sua Vigàta,
l´altro volto di un´isola che per
anni è stata solo la terra della
Piovra, i siciliani lo debbono a
lui.
Lei torna quando può, nella sua
Porto Empedocle. Ma perché se ne
andò?
«Accadde nel 1949. Io pubblicavo i
miei articoli e le mie poesie su
L´Italia socialista di Aldo Garosci,
su Mercurio di Alba de Cespedes, su
Inventario di Luigi Berti. Ma mi
sentivo come uno chiuso in un
sommergibile affondato. Avevo il
deserto attorno a me. Me ne sono
dovuto scappare. Eppure le dirò una
cosa. Vittorio Nisticò distingueva i
siciliani in due categorie:
siciliani di mare aperto e siciliani
di scoglio. Sciascia era di scoglio,
come me. È come se avessimo un
elastico che ci spinge a tornare.
Quelli che non tornano sono una
minoranza».
Vuol dire che anche lei oggi sente
la voglia di tornare in Sicilia?
«Sì, oggi anch´io ci tornerei, se
potessi. Le dirò di più: se a 24
anni avessi avuto le possibilità di
comunicare che ci sono oggi, con
Internet e la tv, non me ne sarei
andato».
Però non è tornato.
«Siamo emigranti in patria. E
l´emigrante, appena può, torna. Il
mio cuore è rimasto qui. Io penso
sempre in siciliano. Poi, magari,
traduco in italiano».
La Sicilia di oggi è molto diversa
dalla Sicilia del 1949. Ma i
siciliani, secondo lei, come sono
cambiati? In meglio o in peggio?
«Mi viene difficile separare
nettamente ciò che mi piace da ciò
che non mi piace. Va a finire che la
troppa lontananza dalla Sicilia
rende accettabile cose che senza la
lontananza non avrei accettato. La
nostalgia rischia di inquinare il
giudizio. Una delle cose che più mi
piacciono è la perdita del senso di
chiusura della famiglia. Una volta
c´erano alte mura, che non si capiva
se servissero a non fare entrare gli
stranei o a non far uscire i figli.
Un altro fatto positivo è la
maggiore capacità di comunicare dei
siciliani, almeno nella Sicilia
occidentale. Nella Sicilia orientale
l´hanno sempre avuta. Per l´acqua,
dico io».
Per l´acqua? In che senso?
«Sì, loro hanno sempre avuto
l´acqua, noi no. L´acqua fa gioia,
scorre, mette in contatto. La
mancanza d´acqua, al contrario, ti
spinge a difendere il tuo pozzo col
fucile, a vedere nell´altro un
nemico. Non è un caso che i grandi
scrittori siano nati da quella parte
dell´isola, da Verga a Brancati, da
Patti a D´Arrigo. Noi abbiamo
Pirandello e Sciascia, ma siamo in
minoranza. E del resto questa
diversità di temperamento è uno dei
fascini della Sicilia».
La mafia c´era allora e purtroppo
c´è ancora oggi. Non come prima,
però. E´ rimasto lo stesso, secondo
lei, il rapporto tra i siciliani e
Cosa nostra?
«No. Intanto è la caduta della
leggenda dell´omertà. I siciliani
hanno sempre parlato sottotraccia, e
chi voleva capire capiva. L´omertà
esisteva nei confronti della legge,
ma si sapeva tutto di tutti. Tutti
sapevano chi era mafioso e chi aveva
ammazzato chi. Però anche qui
qualcosa è cambiato, e tanto. Quando
ho saputo che avevano ammazzato un
povero maresciallo a Porto Empedocle
e che le telefonate della gente
avevano intasato i centralini del
commissariato e dei carabinieri,
sono rimasto colpito. Una volta la
gente chiudeva la finestra, oggi
telefona. Io ho una mia teoria. Ed è
questa: i grandi cambiamenti sono
così profondi, arrivando a mutare
anche il Dna, che non si notano
subito. Ma quando avvengono sono
irreversibili».
Parliamo della "sicilianità". Esiste
davvero? In che cosa siamo diversi,
noi siciliani, da tutti gli altri?
«Noi siamo più intelligenti di altri
popoli perché siamo bastardi. Le
dominazioni ci hanno imbastardito,
ma ci hanno reso come quei cani che
vivono sulla strada, là dove un cane
di razza non sopravviverebbe quattro
giorni. Certo, sono unici anche i
nostri difetti».
Mi dica il primo che le viene in
mente.
«Il siciliano, per esempio, passa
dalla depressione
all´autoesaltazione. È una malattia
presente nel 90 per cento della
popolazione. È il pianto continuo
nei confronti dello Stato, del Nord.
Intendiamoci, parte di quello che
viene detto è vero. Ma il resto è
dato dal carattere dei siciliani,
che preferiscono il lamento al
lavoro. Preferiscono crepare da soli
che tentare di vivere in compagnia.
Che noi si sia un´isola, è un fatto
geografico su cui non ci piove. Ma
che ogni siciliano si senta un´isola
e un fatto su cui ci piove
parecchio. Una volta Agnelli lesse
Un filo di fumo. Mi fece un´unica
osservazione: ma come speravano
questi commercianti di zolfo di
resistere alla concorrenza delle
grandi compagnie straniere? Non ci
speravano affatto, gli risposi. Il
loro tentativo di difesa era
costituito dal far sposare i loro
figli tra loro per difendersi
meglio. Ma nessuno pensò di fare una
cooperativa. Il fatto di non creare
un fronte comune, ma di vedere gli
altri sempre come avversari,
costituisce la nostra più grande
debolezza. Pensiamo alla famiglia
Florio, che ospitava l´imperatore
d´Austria. Ma erano soli: un fungo
isolato. E infatti non ne è rimasto
nulla».
Una malattia senza rimedio?
«In realtà il rimedio, l´antidoto,
ce lo portiamo dentro senza saperlo.
Questo popolo che è individualista
sfrenato, è capace di rinunciare a
tutto a favore degli altri. Nel
1943, quando bombardavano Porto
Empedocle, si viveva nei rifugi a
ferro di cavallo, dove c´era sempre
una seconda via d´uscita, scavati
nelle colline di marna. Succedeva
che uno usciva per andare a cercare
le uova non solo per sé, ma per
cinque famiglie. Veniva naturale:
non potevi mangiarti lo sfilatino
mentre quello accanto moriva di
fame. E tu potevi toccare con mano
questa solidarietà».
Dovesse indicare l´archetipo del
siciliano, quale nome farebbe?
«Uno nel quale si assemblarono le
qualità e i difetti del siciliano è
stato Antonio Canepa. Aveva
un´intelligenza vulcanica. Uno
sviscerato amore per la Sicilia lo
portò a essere il capo dell´Evis.
Voleva conquistare militarmente San
Marino per lanciare un messaggio
antifascista al mondo. Lo chiusero
in manicomio e lui scrisse due
trattati che gli valsero la cattedra
di dottrina fascista a Catania, lui
che era iscritto al Pci e non
credeva affatto nel fascismo. C´era
tutto, in quell´uomo: lo agiti in
uno shaker e vedi il siciliano».