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di Agostino Spataro
La Repubblica-Palermo,
20 dicembre 2008 |
L’altro
giorno, a Taormina, a margine dell’ennesimo convegno informale del
“Olive Group” (dieci Paesi mediterranei dell’Ue), il ministro degli
esteri, Frattini, ha incontrato il governatore Lombardo per
discutere di “cooperazione rafforzata” fra Stato e Regione nell’area
mediterranea.
Ogni
tanto, si torna a parlare di Sicilia e Mediterraneo. Casualmente e
senza concludere nulla.
Giacché
il Mediterraneo più che come grande prospettiva a cui guardare viene
percepito, nel migliore dei casi, come oggetto di conversazione
(come la donna dai siciliani, secondo Brancati) e, nel peggiore,
come fonte di lucro e d’intrallazzi.
Soprattutto in Sicilia, da quando si parla di partenariato
euro-mediterraneo e dei relativi programmi settoriali (Meda), sono
nate, ad una velocità impressionante, improvvisate società e centri
di consulenza e di formazione attaccatisi, come mosche, ai flussi
finanziari dell’Unione europea.
Il
risultato di tanto dispendio è una gran quantità di convegni,
simposi, tavole rotonde, riviste patinate, ecc. Una sorta di fiera
delle vanità a carico dei bilanci di enti pubblici e quindi dei
contribuenti.
Insomma,
il Mediterraneo che abbiamo immaginato come un mare di pace e di
prosperità condivisa fra tutti i popoli rivieraschi, di commerci
leciti e di cooperazione reciprocamente vantaggiosa, in Sicilia (e
non solo) si è trasformato in un mare di…convegni costosi quanto
inutili.
Per non
dire della fine, davvero, penosa che hanno fatto i tanti miliardi
(di euro) dell’Obiettivo 1 assegnati all’Isola: in parte non spesi e
in gran parte polverizzati in una miriade di piccoli progetti
clientelari che con lo sviluppo hanno poco o nulla a che fare.
In
Spagna, in Irlanda, in Slovenia, in Portogallo è successo
esattamente il contrario e i (buoni) risultati si vedono.
L’Isola
e gran parte del Mezzogiorno sono fermi al palo perché dominati dal
malaffare e da un ceto politico-affaristico che, come un re Mida
all’incontrario, riesce a trasformare in spreco tutto ciò che tocca.
Ciò
accade anche perché l’Italia, da tempo, non ha una seria politica
estera mediterranea e perché la Sicilia non esprime idee e proposte
degne di considerazione.
Eppure i
nostri governanti continuano a ribadire rivendicazioni un po’
datate che, per altro, non sono farina del loro sacco, ma ipotesi
prospettate, agli inizi degli anni ’80, dalla sinistra (di allora),
purtroppo abbandonate da quella attuale, smemorata e svogliata,
all’uso demagogico del centro-destra.
Personalmente, per alcune (il Politecnico e la Banca per lo
sviluppo) potrei chiedere il copyright sulla base di una copiosa
documentazione, anche parlamentare.
Ma non è
questo il problema, giacché come scrisse il saggio può perfino far
piacere “vedere che qualcuno segue le tue orme, anche se
intenzionalmente le cancella”.
Ma se da
un lato può essere confortante sapere che, dopo tre decenni, queste
proposte resistono nell’agenda politica (se ne discusso l’altro
giorno a Taormina) dall’altro lato è deludente constatare che la
Sicilia non ha fatto seri passi avanti.
La
verità è che si parla di partenariato, di zona di libero scambio
euro-mediterranea (che sempre più si allontana dalla scadenza del
2010) per legittimare gli enormi sprechi dei fondi europei. Speriamo
che non facciano la stessa fine i miliardi Ue destinati a finanziare
i programmi a copertura del periodo 2007-2013.
E’ duro
ammetterlo, ma comincia a farsi strada l’impressione che i
governanti, il ceto politico e imprenditoriale siciliani non credano
nella prospettiva mediterranea così come si sta configurando perché
non vogliono un futuro migliore per l’Isola che di questo mare è
baricentro.
Questo è
il punto vero su cui confrontarsi! Altro che gli incontri
occasionali, a margine, della riunione del cd “Olive Group”, da non
confondere- per carità- con l’omonimo “Olive Group”, con sede a
Washington, una tenebrosa società privata che fornisce armi,
intelligence e mercenari alle più danarose dittature del Medio
Oriente e dell’Africa.
A
Taormina, il ministro ha promesso al governatore una generica “cooperazione
rafforzata” e l’allocazione nell’Isola di una delle due
istituzioni nasciture (quando? come?): la Banca per lo sviluppo
mediterraneo o l’Agenzia per la piccola e media impresa.
Dal
comunicato apprendiamo che Lombardo ha chiesto ben altro per “attrezzare
la Sicilia come piattaforma avanzata dell’Europa verso la frontiera
sud…” indicando il solito ponte sullo Stretto, l’alta
capacità ferroviaria fra Palermo-Catania e Messina e, dulcis in
fundo, l’istituzione del “Premio Al Idriss”, il geografo medievale
al servizio di Ruggero II che “capovolse la rappresentazione
grafica delle due sponde”.
Ora, a
parte che Idris non capovolse un bel nulla, ma semplicemente applicò
la visione che il potente e vasto dominio arabo aveva del mondo,
secondo la prospettiva sud-nord, non si possono davvero riproporre
simili cose in un Mediterraneo in mutazione, avviato a divenire uno
dei principali poli dello sviluppo mondiale.
Come il
solito, alla Sicilia, alla sua classe dirigente rischia di sfuggire
l’essenziale, ossia gli elementi portanti di un nuovo sistema di
scambi e di produzioni che, soprattutto attraverso Suez, potrebbe
dar vita ad una vera rivoluzione sul terreno dei rapporti economici,
culturali e politici fra Europa, Asia e Africa.
Una
rivoluzione che potrebbe far tornare il Mediterraneo al ruolo
storicamente svolto fino al 1492.
Per la
Sicilia, per i tanti sud europei, si apre, dunque, una prospettiva
inedita rappresentata da nuovi, imponenti flussi commerciali,
turistici, finanziari provenienti dall’Oriente medio ed estremo: dai
Paesi del Golfo alla Cina, dall’India al Giappone, all’Oceania, ecc.
La
Sicilia è attrezzata per intercettare, accogliere parte di tali
flussi? Parrebbe di no. Questo- a me pare- il vero problema.
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