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di Amelia Crisantino
La Repubblica-Palermo,
30 giugno 2009 |
Conquistatori senza scrupoli
divennero presto signori delle Madonie Fissarono il centro
del loro dominio tra Cefalù e Castelbuono
Conquistatori senza scrupoli divennero presto signori delle
Madonie Fissarono il centro del loro dominio tra Cefalù e
Castelbuono.
Da lontano sembra che la storia sia come sospesa, che la
nobiltà non faccia che riproporre se stessa a dispetto dello
scorrere del tempo. Ma a guardare da vicino ci si accorge di
un gran movimento. Alcune famiglie si estinguono e ne
arrivano altre, c´è un turnover vivace. Qualche volta i
titoli vengono messi in vendita, qualche altra volta le
vecchie famiglie accolgono i nuovi ricchi. La storia della
nobiltà siciliana promette di essere complessa e
interessante, ed è senz´altro positivo che il territorio si
riappropri del suo passato: in questa direzione va la
nascita della «Unione dei Comuni dei Ventimiglia», celebrata
sabato e domenica scorsi con un convegno fra Gangi e Geraci
Siculo. Cioè sulle Madonie, perché su quelle montagne
dominavano i Ventimiglia.
Di origine genovese, i primi Ventimiglia erano arrivati in
Sicilia coi normanni. Imparentati con la dinastia, ben
presto accumulano villaggi e territori finendo per dominare
tutta la costa settentrionale. Tramontata l´età sveva Enrico
Ventimiglia fa parte della «vecchia nobiltà» che si oppone
al nuovo corso: lo troviamo fra i nobili che invocano
l´intervento di Pietro d´Aragona, marito dell´unica figlia
di Manfredi, contro il nuovo re Carlo d´Angiò voluto dal
papa. Siamo all´origine di quella guerra del Vespro che nel
bene e nel male diventerà simbolo dell´identità siciliana,
Enrico Ventimiglia ha un ruolo per niente secondario.
Viaggia sino in Spagna per organizzare la resistenza, gli
ordinati libri dei conti della regina Costanza registrano il
pranzo offerto in Valenza al nobile ospite arrivato dalla
Sicilia per chiedere aiuto. Con la guerra del Vespro la
potenza dei Ventimiglia viene rilanciata, sono fra quelle
fazioni che lottano per il controllo del Regno. Dopo un paio
di secoli saranno nobili ribelli processati e messi al
bando, coi beni sequestrati.
Tutti i Ventimiglia sono decisi a vincere, a metà Trecento i
loro avversari più immediati appartengono all´altra grande
famiglia dei Chiaromonte. I cronisti coevi raccontano di una
guerra baronale che non si placa nell´uccisione dei nemici
ma sconvolge il laborioso ordine delle campagne,
trasformando le terre in lande desertiche o paludose.
La monarchia è debole, i grandi baroni sono piccoli re: i
Ventimiglia, i Palizzi e i Chiaromonte acquisiscono o
usurpano sempre più poteri, la guerra è condizione abituale.
All´indomani del Vespro lo scontro fra aragonesi e angioini
s´è trasformato in lotta tra latini e catalani divenendo
guerra civile, mentre i ricchi guadagni assicurati dal grano
s´accumulano nelle casse dei banchieri fiorentini. Il
territorio su cui dominano i Ventimiglia è ricco di centri
abitati fortificati e di approdi costieri, Cefalù si
distingue per il suo prezioso duomo.
Si tratta di città vescovile e un secolare braccio di ferro
oppone la baronale potenza dei Ventimiglia al vescovo: sono
nemici, ma le alleanze sono variabili e molto dipendono
dalle circostanze. Le sorprese non mancano. Può capitare che
il vescovo Guglielmo Salomone, nel 1398, si schieri a fianco
dei Ventimiglia in quel momento ribelli al potere regio,
finendo col prendere parte al saccheggio della città e della
stessa cattedrale.
I Ventimiglia appaiono ben radicati a Cefalù, un´iscrizione
risalente al 1263 e citata da Michele Amari documenta le
imprese di Enrico Ventimiglia nel restauro del tetto della
cattedrale: il conte Enrico offre protezione alla chiesa e
al suo vescovo, ma è chiaro che la sua offerta comporta un
carico di rischi. Pericolosa da accettare e anche da
rifiutare, la protezione del conte mette un´ipoteca sui beni
della chiesa e apre una sorta di partita con tre giocatori:
perché i Ventimiglia sono in dinamica espansione, tendono a
usurpare sia i beni della chiesa sia quelli della monarchia.
Nel corso di un secolo il processo è compiuto, i Ventimiglia
includono il vescovo di Cefalù nel proprio seguito. Il
prelato è costretto a riconoscere il ruolo di pater et
protector che il conte Francesco II s´è arrogato drenando
tutte le risorse, disseminando la diocesi di sacri edifici.
Proponendosi cioè come unico signore di un vasto territorio.
Sul più potente dei Ventimiglia ha scritto Orazio Cancila
nell´ultimo numero di "Mediterranea ricerche storiche":
Francesco II è giustiziere e capitano di Palermo, castellano
del palazzo reale e del Castellammare, conte di Geraci e
Collesano, personaggio di primo piano nella guerra che
oppone le famiglie baronali alla monarchia.
Il re Federico IV è una fragile comparsa che subisce lo
strapotere dei baroni, ed è il conte Francesco a devastare
orti e vigne reali vicino Messina, dove il re si è
trasferito per sfuggirgli. Quando nel luglio 1377 Federico
muore a soli 36 anni, il conte Francesco rimane uno dei
quattro vicari del Regno in attesa della maggiore età della
regina Maria. Il suo potere sembra non temere ostacoli: ha
il controllo di Cefalù e Termini, possiede due tonnare,
esporta enormi quantità di grano esente da imposte. E, a
suggello del proprio privilegiato legame col territorio,
prevede di essere seppellito nel duomo di Cefalù.
Lo strutturarsi della signoria dei Ventimiglia ancora ci
mostra la dinamica del potere in Sicilia. E, con un salto di
secoli, un altro Ventimiglia troviamo a Palermo nel 1812:
sempre frondista verso la Corte che stavolta è quella dei
Borbone, ecco Giuseppe Ventimiglia principe di Belmonte. È
il padre ideale della Costituzione siciliana, nucleo mitico
della Sicilia indipendente. Che come mito continua a
influenzare la storia siciliana. Sino a oggi.
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