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Carnalità Dio e Maometto. Le tre gioie di re Ruggero

 

di Angela Diana Di Francesca

La Repubblica-Palermo, 31 luglio 2010

 

Le molteplici personalità del monarca normanno fondatore di Cefalù

Imprigionato dalla leggenda della tempesta e del voto in seguito al quale sarebbe stata fondata la Cattedrale di Cefalù, "oscurato" dal carisma del nipote Federico II, Ruggero II d´Altavilla rischia di imprimersi nell´immaginario e nella memoria collettiva come un personaggio dai contorni vaghi, privo di una connotazione che lo individui, diversamente appunto da Federico, l´imperatore "stupor mundi". Difensore della cristianità, ma due volte scomunicato e per gran parte della sua vita in lotta con l´autorità papale, "costruttore" di Cattedrali ma incoronato da un antipapa e profondamente affascinato dalla civiltà araba, Ruggero II è figura dalla personalità enigmatica e complessa. Conte di Sicilia a soli 10 anni, la madre Adelasia gli fece dare a Palermo un´istruzione raffinata con precettori greci ed arabi. Alla maggiore età, il suo obiettivo di riunificare i possedimenti normanni in Italia meridionale entrò in collisione con un papato preoccupato di difendere il proprio potere temporale: Onorio II gli lanciò la scomunica, evento che non impedì a Ruggero di concludere vittoriosamente la sua impresa diventando duca di Puglia. Nel corso dello scisma sorto alla morte di Onorio - attirandosi una nuova scomunica del Papa Innocenzo II - si schierò con l´antipapa Anacleto II e si fece incoronare da lui a Palermo, nel Natale del 1130, re di Sicilia.
Seguendo la logica di una comunicazione legata all´elemento visivo, attraverso cui acquisire consenso nelle classi popolari, la cerimonia dell´incoronazione era stata studiata in modo da suscitare ammirazione e stupore, con l´eleganza del corteo, i cavalli dai finimenti d´oro e d´argento, la raffinatezza del banchetto in cui le posate erano solo d´oro e i servitori avevano vesti di seta. La funzione religiosa poi creava una dimensione quasi irreale, dove il sovrano era circonfuso da un´aura divina. Il famoso mosaico della Martorana ci consegna la rappresentazione dell´evento quale Ruggero desiderava che fosse trasmessa ai posteri. Il re, in vesti orientali, ha fattezze fisiche non rispondenti al vero; assomiglia invece al Cristo che gli porge la corona senza intermediari, trasmettendo così il messaggio che il monarca è secondo solo a Dio, a cui è "simile".
Dopo l´incoronazione Ruggero II accentuò la caratteristica di difensore della Cristianità. Se prima le sue monete portavano impressa la formula religiosa araba "non c´è altro Dio che Allah che nessuno ha per compagno", e come simbolo una T, dopo il 1130 la T si trasformò in una Croce con la scritta "Gesù Cristo vive". Solo nel 1140, dopo aver prevalso, a conclusione di 10 anni di lotte, sul Papa, sul bizantino Giovanni Comneno, su Lotario II di Germania, sui baroni ribelli, ottenne la legittimazione del suo regno da parte di Innocenzo II. Nessun monarca poteva vantare un potere più assoluto. Grazie alla Apostolica Legatio poteva anche nominare vescovi e prelati; ed essendosi spinte le sue conquiste fino a Costantinopoli e all´Africa Settentrionale, poteva affermare, tramite il motto inciso sulla sua spada "Apulus et Calaber, Siculus mihi servit et Afer". Come scrive Giovanni di Salisbury, «rex, legatus apostolicus, patriarcha, imperator et omnia quae volebat», e, cosa inconsueta per un re occidentale, gli si doveva la "proskynesis", l´adorazione dei sudditi, vescovi compresi, che dovevano prosternarsi davanti a lui.
Ruggero diede al Regno un assetto legislativo con le Assise di Sicilia, un corpus di norme e divieti per i sudditi ma anche un modo di porre i poteri regali nell´ambito della giurisprudenza. Le Assise sancivano il dovere di trattare umanamente i sudditi, la possibilità di questi di vivere secondo le usanze di ogni loro religione, ma anche l´inalienabilità delle terre, il diritto per il marito di uccidere la moglie sorpresa in adulterio e la pena di morte «per i pubblici ufficiali che sottraggono denaro pubblico». Lo studioso del Medioevo B. Brenk vede, dietro la figura del Cristo Giudice della Cattedrale di Cefalù, un "parallelo" con Ruggero: «L´iconografia del Pantocratore, che presenta un Dio corporeo e giudicante, evoca nello stesso tempo il sovrano giudicante sulla terra».
Ruggero II morì nel 1154. Aveva realizzato il suo sogno, lasciava un regno forte e unito, che aveva «la forza di una spada normanna, l´eleganza di una veste bizantina, la cultura di una scuola araba». Era riuscito a tenere unite popolazioni diverse per tradizione, cultura e religione. Era stato un re audace, capace di crudeltà e di saggezza, più temuto che amato, anche per il carattere chiuso e senza sorriso. Nonostante l´appellativo di "pius", non era stato immune dal sospetto di ambiguità e di calcolo politico nel suo rapporto con la religione. San Bernardo di Chiaravalle lo considerava «usurpator et tyrannus»; e il papa lo aveva messo sullo stesso piano degli Infedeli quando aveva promesso a chi combatteva contro di lui la stessa indulgenza plenaria che veniva concessa ai Crociati.
Giovanni di Salisbury, che già negli anni del conflitto col Papato lo aveva chiamato «mezzo pagano», alla sua morte lo definì «lo scaltro re siciliano che insidiava la Chiesa». Erano accuse comprensibili: Ruggero viveva come un sovrano orientale, teneva a Palazzo Reale, oltre al tiraz (il laboratorio delle preziose sete ricamate), un harem con fanciulle ed eunuchi, arabo era il suo corpo scelto di arcieri, si circondava di artisti e intellettuali bizantini e arabi, tra cui il geografo Idris autore de "Il libro di Ruggero", e i poeti ar Rahman e ibn Basurun, cantori della reggia di Favara e delle dolcezze della vita di corte. Per tutta la durata del suo regno adottò un appellativo arabo che ne accompagnava il nome nelle formule ufficiali: «al mutazz Billah», l´innalzato da Dio.
La sua concezione della vita non era quella del cristianesimo del tempo, che tendeva a svalutare il corpo. Ruggero ricercava l´armonia tra il corpo e lo spirito, amava l´arte, i piaceri dell´intelletto e dei sensi. «Porta il vino vecchio e dorato, bevi al suono del liuto / Non c´è vita serena se non all´ombra della dolce Sicilia…», canta il poeta ar-Rahman di Butera; la scritta sul famoso mantello dell´incoronazione, auspica: «Possano i giorni e le notti scorrere nel piacere senza fine e mutamento». Non era forse un calcolo politico che lo portava verso l´ambiguità tra Oriente e Occidente. Come il poeta latino Ennio, anche Ruggero parlava tre lingue e aveva "tria corda", tre cuori: partecipava di diverse e simultanee visioni della vita, si sentiva al tempo stesso cristiano e musulmano, arabo e normanno, latino e bizantino. La contraddittorietà della sua figura fece sì che interpretazioni e giudizi nei suoi confronti non fossero univoci, per cui fu considerato di volta in volta assertore del realismo politico, quasi precursore del Principe di Machiavelli o di un eroe romantico.
Il compositore polacco Karol Szymanowski, affascinato dalla sua personalità, ne fece il tormentato protagonista dell´opera "Re Ruggero", che racconta il dramma interiore di un re cristiano sedotto dai culti pagani ma al tempo stesso è metafora dell´uomo in conflitto tra l´aspirazione agli ideali apollinei di ragione e misura, e il richiamo inquietante e ineludibile dell´esperienza dionisiaca.

"Palerme, les charmes d'une ville qui est sans doute à la fin du XIIème siècle la première ville d'Europe occidentale par sa population. Aucune ville occidentale ne saurait lui être comparée" (Pierre Racine)

Palerme les charmes.pdf