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Pagine di Repubblica
Il romanzo
popolare dello
scrittore contadino
di Tano Gullo, 15
ottobre 2006
Il siciliano è
ormai la seconda lingua letteraria, dopo l´italiano. Camilleri ha
sdoganato una tendenza che parte da lontano: già Verga, Pirandello, e
più recentemente Consolo, avevano utilizzato il vernacolo per
rinvigorire l´usurata lingua nazionale. Senza dimenticare che lo stesso
Manzoni, prima di optare per il toscano, fu tentato di ricorrere al
siciliano, memore che il «volgare» nacque proprio a Palermo alla corte
di Federico II, e che Gabriele D´Annunzio fece debuttare la prima
rappresentazione de "La figlia di Iorio" nella versione siciliana.
Questa sorta di
primato è confermato dalla pubblicazione postuma (a gennaio) da parte di
Einaudi dell´autobiografia di Vincenzo Rabito, un contadino di
Chiaramonte Gulfi che ha per scenario gran parte del secolo scorso.
Scritta in un impasto linguistico siculo-italiano, la piccola storia
dell´uomo si intreccia con i grandi drammi del Novecento: guerre,
fascismo, campagna coloniale, emigrazione, boom economico. Le peripezie
di questo manoscritto, elaborato tra il 1967 e il 1975, sono di per sé
un romanzo.
Negli anni Ottanta alla morte dell´autore - un ex
analfabeta che ha imparato a leggere e scrivere attingendo dal mondo
circostante in presa diretta - i tre figli, tutti maschi, si ritrovano
questo malloppo di 1.027 pagine scritto a macchina in cui ogni parola è
seguita da un punto e virgola. Lo fanno vedere qui e là. Passano gli
anni e qualcuno infine suggerisce di inviarlo al premio «diaristico»
dell´Archivio di Pieve. È il 2000, Rabito vince a sorpresa. La forza
espressiva di questa lingua inventata impressiona i giurati. Uno di loro
propone di intitolare "Il capolavoro che non leggerete" la notizia
sull´improbabile pubblicazione del lungo testo. Ma c´è chi si sbilancia
e lo definisce un "Gattopardo" popolare.
Passa altro tempo. L´Einaudi acquisisce i diritti e lo affida alla
scrittrice Evelina Santangelo, che con Luca Ricci mette mano al
dattiloscritto. Due anni di lavoro per sfoltire le pagine, ordinare i
brani, approntare una scaletta e progettare una scansione editoriale. A
gennaio l´opera ridotta a 450 pagine, e alleggerita dai punto e virgola,
sarà nelle librerie.
È fin troppo facile prevedere che sarà l´evento editoriale dell´anno. Da
Bufalino a Camilleri, da Vilardo a Bordonaro, anche lui vincitore a
Pieve, la Sicilia ci ha abituati all´esordio col botto di anziani
scrittori. Il debutto postumo - come non ricordare Giuseppe Tomasi - si
inserisce in questa scia.
«È un capolavoro assoluto - dice la curatrice Evelina
Santangelo - Oltre alla straordinarietà dei fatti narrati, il punto di
forza dell´autobiografia è l´invenzione di una lingua originale, che non
somiglia a nessuna altra sperimentata prima. Parole siciliane e
italiane, talora trasfigurate, per raccontarsi. Non c´è nulla di
artificioso, ma solo la necessità di trovare un modo espressivo per
rievocare i fatti vissuti. Ne scaturisce un vigore che né la lingua
comune né il siciliano letterario e cinematografico utilizzati finora
possiedono appieno. Io definisco questo impasto, dal nome del suo
autore, "rabitese"».
Per estrema sintesi diciamo che in Vincenzo Rabito non c´è alcuna
intenzione di sperimentare, né tantomeno una qualche velleità
letteraria, ma solo la necessità di trovare dentro di sé uno strumento
per scrivere le vicende, le emozioni, le conquiste e le delusioni
vissute. Ecco alcuni brani in «rabitese»: «Io che quanto vedeva uno
miserabile ciometra passare dalla strada ci avevo timore ora tenevo un
figlio incegniere». E parlando di un altro figlio, Giovanni, dentro i
fermenti del Sessantotto, dice: «Ciovanni pazzo perforzza senevoleva
anatare a cirare litalia, la Spagna, la Francia tutta con l´auto stoppe,
io ci dicevo Ciovanni reposete che vuoi antare a tastare la fame?». E
quando la compagna di Giovanni, Giuliana, una donna più grande di lui e
con un figlio avuto dal primo marito, gli festeggia il compleanno con
una torta, così commenta: «In vita mia nessuno mi aveva fatto il
complianno e una professoressa amica di mio figlio di una delle più
migliori famiglie di Bologna mi ha fatto il complianno cose che non zi
possino dementecare».
Questo neo siculo-italiano è stato testato su un campione di lettori. Il
risultato è lusinghiero. «Anche i non siciliani hanno colto la forza
espressiva di Rabito - dice la Santangelo - Penso che bastino delle note
e un glossario per rendere accessibili a tutti il significato delle
parole inventate. Ma già la suggestione dell´impatto aiuta a entrare in
comunicazione con l´autore. È una sorta di miracolo linguistico».
Vincenzo Consolo, tra i primi a leggere le bozze, ne è entusiasta: «È un
testo unico, un caso di scrittura singolare, un documento
straordinario». Un giudizio lusinghiero, visto che proviene da una
scrittore che si autodefinisce «un archeologo della parola». L´altra
cifra del libro è il taglio tragicomico della narrazione. Rabito è una
sorta di Picaro che con ironia e disincanto cavalca la storia
dell´Italia e della Sicilia. Passa dal dramma all´allegria con una
grazia insospettata.
Ed ecco le peripezie di questo ragazzo del ´99, iniziate
quando a 17 anni si ritrova al fronte della grande guerra, che racconta
senza accenni retorici. Cinico e disincantato il nostro antieroe pensa
solo a dormire, a mangiare e a salvare la pelle. Sobriamente felice per
la vittoria, al terzo giorno senza rancio annota: «Abbiamo vinto la
guerra ma abbiamo perso il manciare». E con altrettanto disincanto vivrà
il fascismo, la guerra coloniale in Africa alla quale prende parte, il
secondo conflitto mondiale, la corruzione politica successiva.
Dopo alcuni anni sul Piave a sotterrare morti e a recuperare bombe,
ritorna a Chiaramonte, 8.000 abitanti, chiamato il balcone della Sicilia
per la sua posizione panoramica, dove riprende il lavoro: bracciante,
fattore in un mulino, cantoniere. Come tanti negli anni Trenta tenta la
carta della Germania, ma alle prime avvisaglie delle atrocità naziste
ritorna ancora una volta in Sicilia, nella sua casa di contrada
Fontanazza. Dopo lo sbarco degli americani si arrangia come può, borsa
nera e contrabbando, in un continuo destreggiarsi tra americani, mafiosi
e carabinieri. Manca una pagina della nostra storia nella sua biografia,
quella delle lotte contadine per strappare i feudi incolti. E un motivo
c´è: Rabito tra tante attività è anche gestore di un feudo, una specie
di campiere.
Il diario ci restituisce anche lo scorrere delle stagioni agricole, le
varie colture e le tecniche di lavorazione, ci fa assaporare quella
Sicilia non ancora contaminata dal consumismo e non ancora ferita
dall´abbandono della campagna. Quell´Isola povera e dignitosa dove lo
status si conquista con la capacità di ragionamento, con la conoscenza
di una cultura materiale millenaria. C´è quindi anche un piano di
lettura antropologico oltre che storico. I suo vissuti diventano un
incastro del mosaico Sicilia, che a sua volta è una tessera del grande
puzzle nazionale ed europeo.
A un certo punto Rabito sente il bisogno di fermarsi e di raccogliere
dentro la memoria il senso della sua vita. Si chiude in una cameretta
con la macchina da scrivere, che fa fatica a usare, e per sette anni
disseppellisce ricordi. E inventa parole. Quelle parole a cui oggi ci
aggrappiamo. Una scappatoia per sfuggire a quell´afasia della parola -
causata dall´omologazione televisiva incalzante - che aveva tanto
inquietato Pier Paolo Pasolini. La malattia ferma Rabito, ma quello che
ci lascia basta e avanza per emozionarci.
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