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In una lettera inviata ad un amico siciliano nella decisiva estate del 1860 scrisse: « «Amici! Voi siete federali in cuore al pari di me. Voi lo siete ancor più; quanto in me resta inerte idea d'un solitario, in voi si fa patto, si fa principio d'azione. Anche in questo voi date all'Italia un avviso o un segno che negli avvolgimenti delle oscure nostre sorti non sarà forse inutile un giorno». Contemporaneamente,e per impedire che Garibaldi venisse travolto dalla corrente annessionistica che spirava fortissima da Torino, Cattaneo invitò i coniugi Jessi e Alberto Mario a recarsi in Sicilia a seguire il Generale «dappertutto dov'egli andasse». Mentre Cattaneo propugnava l'attuazione delle autonomie locali con l'elezione di parlamenti speciali per la Sicilia e per il Napoletano, i cavouriani brigavano per l'annessione immediata e incondizionata; ma il principio federale era osteggiato pure dal Mazzini che in una lettera a Nicola Fabrizi, già in Sicilia, consigliava addirittura di precipitare l'annessione pur di impedire l'affermazione della tendenza federale. Tuttavia Cattaneo non si arrese. Rivolgendosi direttamente al segretario generale di Garibaldi, il siciliano Francesco Crispi, egli scrisse: «La mia formula è Stati Uniti, se volete Regni Uniti. Le provincie sin qui annesse non sono per nulla soddisfatte del governo generale, e in breve tempo si avranno rancori profondi e gravi danni...i siciliani potrebbero fare un gran beneficio all'Italia dando all'annessione il vero senso della parola, che non è assorbimento». Intuendo che i fatti siciliani potevano dare una svolta in senso federale al processo di unificazione nazionale, Cattaneo suggerì un programma economico e sociale in grado di tenere la Sicilia ancorata al progetto politico del federalismo attraverso misure di buon governo che avrebbero dovuto alimentare il consenso popolare a favore dell'istanza repubblicana e federale. In questo senso consigliò al Crispi di attuare un programma della viabilità in Sicilia costruendo strade comunali e strade rurali da collegare con le strade ferroviarie; tali infrastrutture - spiegava - avrebbero reso un servizio decisivo allo sviluppo industriale dell'agricoltura siciliana.
Non fu soltanto Mazzini a sperare in un'iniziativa rivoluzionaria e popolare che dal meridione d'Italia si contrapponesse alla politica regia e moderata di Cavour, ma anche Carlo Cattaneo, audace sostenitore di un federalismo repubblicano. Un tipo di federalismo che, rispettoso dei bisogni, delle identità e delle libertà locali, mirava a costruire uno Stato che non escludesse ma correggesse il concetto dell'unità politica degenerata nella centralizzazione, mentre doveva rivendicare la massima autonomia regionale. Si tratta di una pagina dimenticata del Risorgimento italiano, della storia siciliana e della biografia del Cattaneo il quale non può essere arruolato tra i precursori di un presunto federalismo padano essendo stato egli il teorico di un federalismo nel quale primeggiava l'idea della nazione italiana, come dimostra il legame dell'intellettuale lombardo con la Sicilia. Cattaneo, che credeva nella Sicilia e guardava al federalismo siciliano come ad una straordinaria possibilità d'espansione dell'idea federale in Italia, vide nel trionfo dell'impresa garibaldina la magnifica occasione per realizzare il suo sistema federalista.
Sulla terra ai contadini, Cattaneo ricordò che tuttavia distribuire terre incolte a chi non ha denari non risolve nulla perciò consigliava di adottare un prestito fiduciario a favore di coloro che avessero avuto diritto alla quota promessa sulle terre comunali. Raccomandò di coinvolgere nel governo dell'Isola soprattutto i giovani siciliani. Propose di trasformare la Sicilia in un porto franco del Mediterraneo per facilitare il commercio con tutte le altre nazioni. Suggerì la massima fermezza nei confronti del Governo di Torino: «Queste son cose - sottolineava - di genere veramente dittatorio... Fate subito prima di cadere in balia d'un parlamento generale che crederà fare alla Sicilia una carità occupandosi d'essa tre o quattro sedute all'anno». Il programma del Cattaneo, incredibilmente attuale, dimostra l'importanza ch'egli annetteva all'ordinamento da dare alla Sicilia per farne la base, o, come egli amava dire, «caserma e arsenale» per quello che rimaneva ancora da fare in Italia. Il sogno di Cattaneo si infranse sulle scogliere di marmo della machiavelliana politica cavouriana. Inutilmente egli si recò a Napoli nel settembre del 1860 a fianco di Garibaldi. Fu Cattaneo ad ispirare quella lettera inviata dal Generale a Vittorio Emanuele II con la quale si chiedeva al sovrano di scegliere: o Cavour o Garibaldi. Il re scelse Cavour e così le truppe regolari che marciarono su Napoli travolsero l'alternativa federalista e democratica. Garibaldi, che inizialmente si era professato federalista, cedette infine agli annessionisti. La politica di Cavour aveva vinto. Ma Cattaneo, nonostante la sconfitta subita, rimase convinto del ruolo strategico che poteva svolgere la Sicilia nella battaglia per l'unità federale. Ancora nel 1862 scriveva a Saverio Friscia, leader dell'estrema sinistra siciliana: «L'iniziativa di questa vera e libera unione appartiene alla Sicilia; il tempo e la costanza e la necessità la condurranno a compimento». La sfida di Cattaneo, centocinquant'anni dopo, merita una risposta che non sia banale né ideologica.
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