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L'ultima scoperta l'hanno fatta gli architetti e le maestranze che lavorano nel cantiere del monastero del Santissimo Salvatore: nella parte bassa del convento più antico di Erice hanno trovato tracce di enormi cisterne risalenti al V o VI secolo, più assimilabili a vasche per le abluzioni che a recipienti per la raccolta delle acque piovane. La singolarità della scoperta, da collocarsi nel primo periodo di vita del monastero femminile, prima basiliano, poi benedettino, poi carmelitano, ha lasciato ipotizzare che quei riti abluzionali avessero per protagoniste le sacerdotesse della Venere ericina (Jerodule) e il rito fosse ancora praticato nei primi secoli del cristianesimo. Ai turisti che quest' estate si sono recati nel cantiere di restauro (per l' opportunità offerta dalla Diocesi di Trapani con la formula "Chiese aperte"), il ritrovamento delle antiche cisterne è sembrata una ulteriore conferma del mito della Venere sicula, onorata con ben due templi sul colle capitolino nella Roma dei Cesari. In effetti non pochi visitatori hanno subìto negli anni il fascino dei luoghi mitici della Venere ericina: ne hanno ricercato le tracce nelle feste tradizionali, come quella di Maria Santissima di Custonaci, nei corredi sepolcrali e nelle iscrizioni greche e latine del museo Cordici, nelle rappresentazioni estive al Balio dove qualche volenteroso imitava il rito del "volo delle colombe" verso la costa tunisina, come si faceva nell' età classica con le Katagogye. Ma del pozzo sacro alla dea - descritto dagli storici Eliano, Virgilio e Diodoro, o del tempio "tetrastilo" a forma di sacra arnia, raffigurato sulla moneta di Considio, o del famoso "gineceo" delle cento jerodule, narrato nei versi immortali di Catullo, Properzio, Ovidio, e Seneca - restava una vaga indicazione, tra il fiabesco e il magico, da decifrare nei tratti perimetrali del "castello", spesso avvolto dalle nebbie, non solo della storia. Una fiaba superstiziosa - ad esempio - minaccia i profanatori del sottosuolo, in cerca di tesori, di essere avvolti nelle spire di quattro gigantesche serpi nere. Oggi siamo pure vicini all' identificazione certa dell' area del mitico tempio di Venere. Va tuttavia dato atto ai precursori dell' identificazione, - come l' archeologo Cultrera che nel 1930 iniziò per conto della Soprintendenza scavi sistematici nella parte più estrema del castello normanno - se oggi possiamo godere di una vista quasi completa dei luoghi del mito ericino. Merito se non esclusivo, almeno preponderante, di questo revival dei luoghi della Venere sicula, va dato al Gruppo archeologico drepanon (Gad) diretto da Antonino Filippi, che nel marzo 2008 ha sottoscritto col comune di Erice, ente proprietario del castello medievale, un protocollo d' intesa per la valorizzazione del monumento. Il gruppo, sotto il coordinamento della Soprintendenza, ha condotto con l' aiuto di speleologi l' indagine all' interno del cosiddetto Pozzo di Venere e della cisterna posta all' ingresso del perimetro fortificato. Il risultato è andato oltre ogni rosea aspettativa poiché il "pozzo" presentava una sezione a campana profonda sei metri, con rivestimento sotterraneo di malta e cocciopesto per renderlo impermeabile, fatto che scartava l' ipotesi di un pozzo granario medievale. I volontari del Gad hanno pure individuato le tracce del "quadriportico" che segnava l' ingresso alla scalinata del tempio ripulendo i resti del muretto perimetrale e riportando alla luce una delle colonnine angolari. Più in su di una decina di metri sono andati a localizzare l' ambiente quadrangolare che costituiva la "cella" del temenos, che - secondo la pianta del Carvini (secolo XVII) - doveva essere l' altare all' aperto dove si officiavano i riti di Afrodite/Venere. I grandi blocchi squadrati in arenaria che delimitano il piccolo spazio del recinto sacro sono gli stessi, probabilmente, dove nel XII secolo i Normanni eressero la chiesa di Santa Maria della Neve, ad un' unica navata orientata verso est-ovest, di cui però non rimane alcuna traccia. Ancora più in là, verso la parte nord-orientale della spianata, superando i resti di edifici addossati alle mura turrite, scopriamo le tracce più sorprendenti del mito di Dedalo, l' architetto miceneo che Diodoro indica come costruttore del tempio di Afrodite: in un profondo crepaccio di almeno trenta metri si innalzano blocchi squadrati disposti in assise orizzontale, conservati per una lunghezza di circa sette metri e un' altezza di cinque. Secondo lo storico, Dedalo, su invito del re Kokalo, per evitare che il pendio scosceso trascinasse a valle il santuario indigeno dell' Irukà, dedicato alla Dea Madre (una delle più antiche identificazioni di Afrodite), consolidò la base del pendìo, lo circondò di alte mura e ne allargò la sommità per elevare il recinto sacro e disporlo a forma di "arnia". Da qui la leggenda del "Favo d' oro" , scelto come sfondo ai racconti fantastici di scrittori contemporanei come Mika Waltari o Grytzko Mascioni. Dal "favo" dalle tre colonne pare s' affacciassero le vergini che offrivano il proprio corpo per il rito della prostituzione sacra, rito esemplato dai magnifici sarcofagi del museo Salinas di Palermo. Da qualche mese la leggenda della dea, uscita dalle nebbie della storia e della superstizione, è entrata di diritto negli "archivi" dell' assessorato regionale ai Beni culturali: il Centro regionale per il Restauro ha provveduto a collocarlo nella "Carta regionale dei luoghi dell' identità e della memoria", buon auspicio per interventi più diretti della Regione nel restauro effettivo dei luoghi.
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