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di Antonella Scandone
La Repubblica-Palermo,
14 novembre 2008 |
C´era un tempo in cui, sulla rotta
migratoria che collegava l´Italia con i paesi del Maghreb, non
erano gli abitanti dell´Africa del nord a partire in cerca di
una vita migliore e di un futuro per i propri figli.
L´insofferenza dei nostri giorni verso lo straniero che approda
sulle sponde meridionali della Sicilia, tende a rimuovere la
memoria di come l´Italia, ed il Sud in particolare, sia stata
per decenni una terra di emigrazione.
Ma quello che, sistematicamente viene sempre ignorato è che, da
un censimento degli italiani all´estero effettuato nel 1924,
risulta che in Tunisia risiedevano ben 91 mila italiani e che
altri 94 mila vivevano tra l´Egitto, il Marocco e l´Algeria, e
si trattava, per lo più, di un´immigrazione proletaria,
risalente ad un´epoca anteriore all´occupazione francese,
avvenuta nel maggio 1881.
La presenza francese diede, probabilmente, solo un´ulteriore
impulso ad un flusso migratorio già iniziato precedentemente, le
cui cause ed effetti sono oggetto di un´accurata analisi nel
testo "Migrando a sud. Coloni italiani in Tunisia 1881-1939"
(edizioni Aracne, 258 pagine, 15 euro) di Daniela Melfa, docente
di Storia ed istituzioni dell´Africa presso l´Università di
Catania.
Gli immigrati che giunsero in Tunisia a partire dagli anni
Settanta dell´Ottocento, provenivano quasi tutti dal Sud
dell´Italia. Dei circa 80 mila italiani censiti all´alba del
nuovo secolo, oltre il 70 per cento era siciliano, tanto da far
nascere una piccola Sicilia di Tunisi. Numeri elevati favoriti,
senza dubbio, dall´assenza, almeno sino alla fine dell´Ottocento,
di formalità burocratiche per entrare in Tunisia. Interi nuclei
familiari si spostarono per lasciarsi alle spalle miseria, fame
e malaria, dando vita a quartieri quasi esclusivamente popolati
da persone provenienti dalla stessa zona. Come il caso di un
piccolo centro agricolo vicino Le Kef, abitato da ben
venticinque famiglie provenienti da Roccapalumba o di un altro
villaggio, Saida, dove la quasi totalità dei residenti proveniva
da Pachino.
Scendendo ancor più nel dettaglio, poi, emerge come il gruppo
siciliano fosse composto, perlopiù, da persone provenienti dalle
province di Palermo e Trapani, nonché dall´isola di Pantelleria.
I panteschi erano così numerosi da essere riportati spesso,
nelle tabelle statistiche ed in alcuni documenti ufficiali
dell´epoca, come un gruppo separato. «Studiosi, pubblicisti ed
osservatori - scrive Daniela Melfa - trattano la componente
siciliana come un gruppo omogeneo dotato di caratteristiche
specifiche, una razza strutturata intorno ad un´essenza etnica
ben definita. Si parla frequentemente dei siciliani, piuttosto
che degli italiani in genere».
La maggior parte degli italiani furono impiegati nei cantieri
pubblici dove lavorarono alla realizzazione di strade, ferrovie,
porti, caserme e fortificazioni. Molti furono gli addetti
all´agricoltura ma è soprattutto nel settore viti-vinicolo che
gli italiani si distinsero divenendo produttori di vino in terra
musulmana.
«I viticoltori italiani, provenienti in gran parte dalla Sicilia
- si legge nel testo - portano con loro, emigrando, saperi e
pratiche tramandati da generazioni, che, quasi inevitabilmente,
si ripercuotono nelle tecniche di coltura e produzione vinicola
adottate in Tunisia. Talvolta gli immigrati italiani non si
limitano a trasferire un astratto patrimonio enologico, ma
mettono nel bagaglio qualcosa di più concreto come tralci di
vite da piantare. L´uva moscato, in particolare, detta anche
zibibbo o moscato d´Alessandria, sembra sia stata introdotta in
terra tunisina dai panteschi alla fine del diciannovesimo
secolo. L´introduzione del moscato di Pantelleria avviene anche
a dispetto delle disposizioni governative, che ad un certo
momento ne vietano l´importazione e, dunque, clandestinamente
ricorrendo a ingegnosi stratagemmi».
Italiani, dunque, come coloni, laddove il termine non
s´identifica con colonizzatori, nel senso di conquistatori. Per
Jacques Berque «Colonizzare una terra è prima di tutto
mangiarvi, o mangiarla».
Ma come erano visti dagli autoctoni i cugini italiani? «Questo -
spiega Daniela Melfa - è uno degli aspetti che mi ha interessato
di più, e sul quale mi piacerebbe tornare. La presenza italiana
nei territori del protettorato francese, emerge in modo più che
positivo. Anche a livello accademico sono sottolineati gli
aspetti di scambio e cooperazione, più che le tensioni che pure,
indubbiamente, ci furono. Altro elemento curioso è la questione
della memoria: noi italiani sembriamo aver completamente rimosso
dal nostro patrimonio culturale l´esperienza coloniale. Inoltre,
la mia ricerca si ferma allo scoppio della seconda guerra
mondiale. Ora vorrei approfondire il periodo successivo, anche
perché l´ambasciata italiana a Tunisi ha finalmente consentito
l´accesso a documenti fino ad oggi rimasti segreti, che potranno
essere utili a chiarire ciò che è successo dopo».
Sempre nel continuo alternarsi dei corsi e dei ricorsi storici,
anche l´immigrazione in Tunisia non fu immune dal fenomeno della
clandestinità. Ad arrivare in terra tunisina con documenti
irregolari, furono, anzitutto, numerosi esuli politici
d´orientamento anarchico, repubblicano, socialista e comunista.
Alcuni personaggi mantennero anche nella reggenza un ruolo
pubblico di notevole rilievo. Tra questi l´anarchico Nicolò
Converti che, condannato in Italia a ventidue mesi di prigione,
giunse a Tunisi nel 1887, conosciuto come il medico dei poveri.
Negli anni Trenta arrivarono in Tunisia anche militanti
antifascisti come Giorgio Amendola e Velio Spano, dirigenti del
partito comunista.
Raggiunsero illegalmente la riva opposta del Mediterraneo anche
i renitenti alla leva obbligatoria imposta dopo l´unità d´Italia.
E non mancarono pure quanti tentarono, approdando
clandestinamente in Tunisia, di fuggire alla mafia siciliana.
Non di rado queste fughe sfociarono in delitti nel quadro di un
regolamento di conti, reso possibile dalla presenza, anche a
Tunisi, di un´organizzazione mafiosa analoga a quella
funzionante nella madre Patria.
«Utile e salutare è - scrive Stefano Allievi nella prefazione al
libro - ricordare che se i marocchini in Italia sono oggi una
cifra consistente, gli egiziani sono tanti quanti gli italiani
emigrati in Egitto, mentre il numero di tunisini, algerini e
libici arrivati in Italia in questi ultimi decenni è tuttora di
gran lunga inferiore a quello degli italiani emigrati in questi
rispettivi paesi tre o quattro generazioni fa».
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