RAMALLAH - Yasser
Arafat sarà sepolto oggi in una bara di cemento, poggiata su un letto di
terra di Gerusalemme, che i suoi successori sperano un giorno di poter
rimuovere per onorare il desiderio del Raìs di essere sepolto nel
recinto della moschea Al Aqsa, dove aveva sognato, e minacciato, di
andare a pregare da vincitore. Il suo sogno di modello Saladino è
evaporato per sempre alle 3,30 di una fredda notte parigina, mentre a
Ramallah i muezzin intonavano la preghiera del mattino, l´ultimo momento
in cui è possibile mangiare e bere prima di infilarsi nel digiuno del
Ramadan.
Un´ora dopo, il segretario della Presidenza e sodale di tutta una vita,
Tayyeb Abdel Rahim, è comparso davanti alle telecamere per comunicare,
senza vergognarsi delle sue lacrime di vecchio, che «Yasser Arafat ha
chiuso i suoi occhi su questo mondo e la sua anima è volata al creatore,
ma resta col suo grande popolo di cui era il leader». E in quell´istante,
tutta la città, la Cisgiordania e la striscia di Gaza si sono svegliate.
Tre milioni e mezzo di palestinesi si sono svegliati per ritrovarsi
orfani.
La gente, che se n´era rimasta lontana durante tutto il decorso della
malattia, e persino nel momento della partenza per Parigi, ha cominciato
ad affluire alla Muqata a piccoli cortei. I commercianti hanno ricevuto
l´ordine di chiudere. Le bancarelle di roba a buon mercato che affollano
le stradine intorno a piazza Al Manar sono state smontate. Gruppi di
giovani hanno cominciato a bruciare copertoni agli incroci. Altri hanno
scritto su un muro: «Sharon, pagherai tutto». E la città ha assunto
l´aspetto tragico e desolato delle città palestinesi sotto intifada.
Intorno alla Muqata, invece, uno strano miscuglio di frenetico attivismo
e di dolore ostentato, che il circo dei media amplificava a dismisura.
Giovani in lacrime, lo sguardo fisso, l´espressione inconsolabile,
piangevano la generosità del leader, del «martire» che non ha esitato a
sacrificare la sua vita per la causa.
Sarà perché la folla, anche se mutevole, anche se incostante, non ha mai
ecceduto il migliaio di persone, fatto sta che gli agenti schierati
davanti ai cancelli della Muqata, con le divise di campagna stirate di
fresco, hanno avuto gioco facile a tenere la strada ragionevolmente
sgombra. Baschi rossi: Forza 17. Baschi gialli: sicurezza preventiva.
Baschi blu: polizia. Baschi neri: sicurezza nazionale. Una campionatura
delle 13 milizie create da Arafat, dopo gli accordi di Oslo, per
mantenere un piccolo esercito legato a lui come una clientela.
Le Brigate Al Aqsa, il gruppo dedito alla lotta armata nato da una
costola di Al Fatah, hanno subito reclamato una fetta del lutto.
Sinistri, spettrali, ma sicuramente giovanissimi sotto le tute nere e i
cappucci, armati di kalashnikov e pistole, cinque o sei miliziani hanno
fatto una breve sfilata davanti alla Muqata senza destare interesse nel
cordone di agenti schierato davanti all´ingresso.
Con l´arrivo alla spicciolata dei dirigenti, la Muqata è diventata anche
una passerella delle ambizioni inconfessate, represse dietro il
paravento dell´unità. Di Abu Mazen si dicono molte cose, anche
spiacevoli, ma non si può dire che non abbia senso della misura. Arriva
su una modesta berlina con una sola auto di scorta, senza codazzo di
assistenti e portaborse. Mohammed Dahalan, l´uomo forte di Gaza, è
nascosto, invece, dietro ai vetri oscurati di una fuoristrada a due
piani, preceduta e seguita da altre due jeep piene di uomini armati. E
come se non bastasse, altre guardie del corpo corrono a fianco della sua
auto come fosse il Papa in visita ufficiale.
Oltre il muro della Muqata, sovrastato dal filo spinato, la leadership
ha finalmente disegnato il nuovo organigramma della successione, ma non
sa decidersi se Arafat va seppellito oggi o domani. Sabato, sarebbe
senz´altro più comodo per tutti. Ma si sa che molti palestinesi sono
amareggiati dal veto di Sharon sull´inumazione a Gerusalemme. Meglio non
offrire pretesti. E allora tutto sarà fatto entro stasera.