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Sulla "Storia generale della Sicilia"

di Francesco Renda

L'articolo-intervista di Tano Gullo - L'intervento di Ninni Casamento

La risposta di Francesco Renda - L'intervento di Pasquale Hamel

 

L'articolo-intervista di Tano Gullo, 18 luglio 2003

Cinque anni di fatiche spesi a tempo pieno tra centinaia di libri e la tastiera del computer. Appena ha consegnato il manoscritto a Elvira Sellerio il professore Francesco Renda, 80 anni, autore di 32 libri sulla Sicilia dal Cinquecento in poi, si è andato a rintanare nella sua villa, circondata dagli ulivi, in contrada Bragone, sulle colline di Trabia, per smaltire Lo stress. Ora la sua “Storia della Sicilia, dalle origini ai nostri giorni”, 1600 pagine dense di novità, è pronta per essere pubblicata. E’ facile prevedere che quando i tre volumi arriveranno nelle librerie –l’uscita è fissata per l’autunno- susciteranno polemiche per la lettura innovativa di molte vicende: dalla smitizzazione di Federico II all’esaltazione di Ruggero II, dal giudizio negativo sulla dominazione araba alle polemiche con i letterati che si sono avventurati nel territorio della storiografia. E proprio all’ombra di un ulivo secolare, tra il frinire delle cicale, i versi ossessivi dei colombacci e il vocio lontano dei bagnanti nel mare che non si vede, Renda parla dei contenuti del libro, sui personaggi più controversi, sui nodi cruciali della nostra storia millenaria.

Professore quando comincia la storia della Sicilia?

“La nostra preistoria inizia nel IV millennio avanti Cristo. Ma di questo periodo abbiamo solo notizie a livello di paleontologia archeologica. Dal 1400 a. C. con i Sicani venuti dal Nord, prima della guerra di Troia, comincia la storia certa. Ce la racconta Tucidide, fondatore della storiografia occidentale, nel V secolo a. C. Per individuare gli albori della civiltà isolana sono andato alla ricerca di un capostipite, come Abramo per gli Ebrei o Romolo e Remo per Roma”.

Lo ha trovato?

“No. Nelle nostre origini ci sone sei etnie (siculi, sicani, greci, cartaginesi o fenici, elimi, eoliani) posizionate nei vari territori. Le ritroviamo anche dopo la colonizzazione dei greci. Contrariamente a quello che si crede, anche con il dominio ellenico, che si estende in tutto il Mediterraneo, le etnie continuano a sopravvivere”.

Quando le razze presenti diventano un unico popolo?

“Con i romani, chiamati dai mamertini, guerrieri predoni entrati in conflitto con Siracusa a causa delle loro scorrerie. I romani che da tempo sono già posizionati in Calabria, si presentano come liberatori. Alla fine delle guerre puniche la Sicilia diventa tutta romana. Non c’è più il regno di Siracusa, a tal proposito va precisato che non c’era mai stato un regno di Sicilia,né tantomeno il dominio cartaginese. L’Isola viene elevata a provincia romana. E comincia la storia di un’unica Sicilia.

Molti storici hanno dato un giudizio negativo dell’occupazione romana. E lei?

“Non sono d’accordo. Mi allineo al giudizio di un grande storico del Settecento, Rosario Gregorio, che, appunto, fissa in questa fase il cementarsi di un’identità unica. Le varie etnie cominciano a saldarsi entro un unico regime politico. Con Roma comincia una nuova caratterizzazione, quella di unico popolo, che la Sicilia non perderà più. Sarà così con i vandali, con i goti e poi con i bizantini. Anche con Bisanzio-Costantinopoli l’isola resta una provincia con lo stato giuridico che aveva sotto i romani. Solo in due periodi, sotto i Borboni e poi con il regno d’Italia, la Sicilia perde le caratteristiche autonomistiche”.

E con gli arabi?

“Diventa un emirato, che significa regno. Molti, e Sciascia tra loro, ritengono che la nostra civiltà inizia con la dominazione araba. Io la penso diversamente: sotto i musulmani si spezza quella continuità culturale che aveva caratterizzato la nostra storia. Saranno i normanni nell’Ottocento a ricondurci nel filone originario. Con loro la Sicilia diventa un regno che ingloba, con il Ducato di Puglia e il principato di Capua, tutto il sud. I normanni, che vengono a scacciare i musulmani su mandato del papa, combattono la prima vera crociata cristiana. E’ uno dei periodi più felici. Poi arrivano gli svevi e con Federico II inizia la decadenza”.

Una condanna per l’imperatore che ha stupito il mondo?

Federico II è sicuramente la figura più esaltata della storia siciliana. Ma questo fa parte del mito. Se invece vogliamo soppesare la realtà viene fuori una figura controversa, con scarsa abilità politica: per non sottomettersi al papa, che gli chiede di rinunciare alla Sicilia cedendone il governo al figlio o a uno del suo casato, perde tutto l’impero. Per non cedere su un punto, certamente non essenziale, viene deposto dai principi tedeschi manovrati dalla Chiesa”.

Ridimensionato Federico, quale ritiene il personaggio più significativo della nostra storia?

“Ruggero II, che contrariamente a Federico mostra grande acume politico. Prima che lui scendesse in campo la Sicilia era subalterna alla Puglia. Ruggero fu capace di ribaltare i rapporti di forza. Il re normanno gioca le sue carte tutte sul piano della diplomazia, incuneandosi nei dissidi sorti all’interno della Chiesa che in quella fase storica esprime un papa e un antipapa. Il regno di Sicilia è una creazione di Ruggero. Se ne parla poco perché è più comodo accodarsi ai miti piuttosto che faticare per interpretare la realtà. Per ricostruire le vicende precedenti al Cinquecento mi sono avvalso di decine di studiosi italiani e stranieri. Ho fatto come l’ape che si nutre di fiore in fiore”.

Il filone cronologico come continua?

“Proprio per gli errori di Federico la Sicilia finisce nel 1250 in mano a Carlo D’Angiò, favorito dalla Chiesa. Con gli angioni nel 1282 scoppiano i Vespri siciliani. Il popolo si ribella e viene costituita la Comunità siciliana, che però dura solo tre mesi. Agli angioini subentrano gli aragonesi. La Sicilia viene così aggregata alla Spagna. Questo epilogo spinge Croce a dare un giudizio negativo sui Vespri, in quanto alla fine hanno aperto la strada ad altri stranieri. Cinque secoli di regno siculo-spagnolo e poi nel 1816 i Borboni con Ferdinando re delle due Sicilie. Il resto è recente: l’unità d’Italia e poi con la Repubblica nel 1946 l’autonomia regionale. Su quest’ultimo punto voglio precisare che non sono d’accordo con Giuseppe Giarrizzo, lo storico contemporaneo che stimo di più, il quale sostiene che l’autonomia regionale sia solo frutto di una casualità. La storia dimostra che l’autonomia è connaturata alla cultura siciliana. Nessuna casualità, dunque, ma naturale sviluppo delle nostre caratteristiche”.

Ricapitoliamo: sicani e altre etnie, fenici, cartaginesi, greci, romani, goti, bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, Borboni, Savoia: la storia della Sicilia, precedente alla Repubblica, è dunque una sequela di dominazioni?

“Non sono d’accordo con questa semplificazione, una trappola in cui sono caduti i nostri letterati più illustri, da Pirandello a Verga, da Sciascia a Tomasi di Lampedusa. La Sicilia è stata momento e parte di un sistema politico più generale che aveva dominio nel Mediterraneo. Seppure talora in posizione subalterna l’isola si è trovata sempre dentro la grande storia. E questo è l’elemento preponderante dell’identità siciliana che ho inseguito nel corso della mia lunga ricerca. No, la nostra storia, non è stata quella di uno stato fallito, come sostengono i grandi scrittori. Purtroppo hanno avuto come punto di riferimento Tommaso Fazzello, storico del Cinquecento, sostenitore della tesi del dominio straniero. Come se oggi ci riferissimo a Machiavelli per interpretare la storia d’Italia. In questi 500 anni c’è una sorta di vuoto, che spero di aver colmato con il mio libro, per molti versi innovativo. Ci avevano provato nell’Ottocento Di Blasi, Palmeri e Ferrara a scrivere una storia della Sicilia dalle origini, ma con risultati a mio avviso poco riusciti”.

Qual è stato il momento aureo di questi millenni?

Con i normanni e prima con i greci, quando Siracusa compete in bellezza e potere con Troia e Atene”.

E il periodo più decadente?

“Quando con la scoperta dell’America nel 1492 il Mediterraneo diventa un mare secondario e tutti i grandi traffici si spostano nell’Atlantico”.

Lei sostiene da tempo che dopo la caduta del muro di Berlino la Storia con la esse maiuscola è ritornata a specchiarsi nel Mediterraneo. Una grande occasione per la Sicilia?

“Dipende da noi. Certo con i governicchi , di centrodestra e di centrosinistra, che si sono succeduti in questi anni, c’è poco da sperare. Comunque resto ottimista, a patto che i siciliani sappiano ritagliarsi quel ruolo da protagonista che hanno avuto in altri momenti, come ad esempio durante la lotta al latifondo feudale”.

Concludiamo con una valutazione su alcune vidende più recenti: la mafia, i servizi segreti americani, lo sbarco alleato, la stagione delle stragi iniziata con Portella delle Ginestre.

“A mio avviso, prima dello sbarco del 1943 non c’è stato alcun contatto USA con la mafia, perché il piano era top secret. E’ dopo che semmai i contatti si sono instaurati. E’ fuor di dubbio che i servizi segreti si sono occupati di Portella e di altre nostre vicende, ma che abbiano avuto un ruolo diretto è tutto da dimostrare”.

Eppure ci sono tanti indizi …

“Gli indizi portano lontano. C’erano centri più nevralgici dove la Cia poteva giocare la partita della guerra fredda”.

E la mafia?

“Ritengo che sia sconfitta definitivamente”.

Non è una tesi ardita mentre si assiste a nuovi intrecci politico-mafiosi, svelati da recenti cronache?

Per niente. Se Cuffaro, o altri, prima del 1980 avesse incontrato un mafioso, fosse anche Calogero Vizzini in persona, nessuno avrebbe avuto da ridire. Ora invece qualunque contatto ambiguo viene stigmatizzato e perseguito dalla legge. Le sembra poco? E la mafia senza coperture politiche diventa semplice delinquenza. Nel 1987 avevo sostenuto che nulla è eterno, tanto meno la mafia. Falcone fece suo questo concetto. La storia ci ha dato ragione”.

L'articolo-intervista di Tano Gullo - L'intervento di Ninni Casamento

La risposta di Francesco Renda - L'intervento di Pasquale Hamel

L'intervento di Ninni Casamento

La Storia della Sicilia di Francesco Renda era largamente attesa. Attesa per l’indiscussa autorevolezza dell’autore, attesa per un aggiornamento delle analisi e delle conclusioni in un momento in cui la storia, per tanti popoli e la Sicilia fra questi, è ispirazione e fonte primaria di aspirazioni e scelte di oggi e di domani.

Non mi azzardo a commentare e meno che mai a criticare la nuova opera di Renda. In primo luogo perché non ho ancora letto il libro e una presentazione giornalistica può distorcere le idee e i contenuti. In secondo luogo perché mi manca la competenza non essendo uno studioso di storia né di storia della Sicilia né uno studioso tout court. Sono, anche, un grande ammiratore di Francesco Renda e in nessun caso opinioni divergenti potrebbero incrinare la mia ammirazione per l’autore della nuova Storia della Sicilia o farmi dubitare della sua serietà, del rigore, della buona fede. Il contributo che la cultura riceverà da questo libro, ne sono convinto, sarà comunque assai notevole.

Mi piace solo rivolgere a Renda alcune domande che scaturiscono dalla presentazione del libro e dall’intervista di Tano Gullo su Repubblica-Palermo, domande anticipatorie del probabile dibattito che si avrà a libro pubblicato e relative alle questioni sommariamente affrontate nell’intervista.

Quando le razze presenti (in Sicilia) diventano un unico popolo? Con i romani. Certo, fra gli effetti delle conquiste c’è anche questa, l’unificazione di popoli e razze diverse. Chiedo: resta, però, il fatto che sotto i Romani la Sicilia è provincia? Che la sua nuova e prima identità non coincide con un ruolo sia pur minimale di protagonista, di attore della storia? E che tutto questo continui fino alla conquista araba?

Con gli Arabi la Sicilia “diventa un emirato, che significa regno”. Certo, “sotto i musulmani si spezza quella continuità culturale che aveva caratterizzato la nostra storia”. Si spezza ma per dar vita a che cosa? A un regno, per la prima volta, a un ruolo fra i popoli e le nazioni, per la prima volta. Senza contare lo sviluppo e i caratteri originali della cultura, dell’arte, della scienza. E se Sciascia e molti altri ritengono che la “nostra” civiltà inizia con la dominazione araba non c’è un fondo di verità?

I normanni ci riconducono nel filone originario. Ma i Normanni non fanno della Sicilia una provincia come con Roma e fino agli Arabi. E, a parte certi aspetti, quello religioso in primo luogo ma non senza peculiarità a cominciare dalla coesistenza di fedi diverse, non ci riportano nel filone originario ma danno uno sviluppo ulteriore e grandioso alla Sicilia sui generis, alla Sicilia nazione e regno, alla Sicilia cultura, arte, scienza, alla Sicilia protagonista.

Esaltare Federico fa parte del mito. “Per non sottomettersi al papa che gli chiede di rinunciare alla Sicilia …, perde tutto l’impero”. “Per non cedere su un punto, certamente non essenziale, viene deposto dai principi tedeschi manovrati dalla Chiesa”. Se c’è un mito ci deve pur essere una ragione.  Non è certamente la prima volta che una figura con “scarsa abilità politica” viene esaltata e resa grande e geniale o addirittura divinizzata. Perché possono essere altri i tratti del genio. Federico non rinuncia alla Sicilia e si perde. Questo non è già, di per sé, per noi, una ragione di apprezzamento (per non usare termini più forti suggeriti da ragioni emotive)? La scelta di non rinunciare alla Sicilia, poi, non è solo frutto di amore per l’Isola ma è consapevolezza dell’importanza della Sicilia, della sua collocazione geografica del suo ruolo culturale assolutamente primario, allora, anche per suo merito, alla prevalenza politica, insomma, della Sicilia e del Mediterraneo con essa, sull’impero continentale. Grande quindi Federico? Per me si. E con lui finisce la storia della Sicilia protagonista iniziata con gli Arabi.

La storia della Sicilia è una sequela di dominazioni? Renda non è d’accordo. Nemmeno io se l’analisi non è superficiale e schematica. Ma gli schemi sono necessari per avere una visione corretta di fenomeni complessi, purchè si abbia la capacità di non restarne prigionieri. Se ci mettiamo nell’ottica di distinguere la Sicilia protagonista dalla Sicilia non protagonista, lo schema generale, allora, mi sembra valido. Tolto il periodo arabo-normanno-svevo la Sicilia non è regno, non è nazione, non è centro politico né culturale né artistico né scientifico, non ha relazioni sue proprie con i popoli vicini e lontani se non con il centro da cui di volta in volta dipende e l’autonomia non attenua la dipendenza. Fatte le debite eccezioni, naturalmente, e considerata la grandezza di tante idee, di tanti episodi, di tanti personaggi. Per questo la Sicilia è ancora viva.

Con la caduta del Muro di Berlino la storia è ritornata a specchiarsi nel Mediterraneo? Dipende da noi, dice Renda e lo ha già detto proprio nella sua relazione, febbraio 1999, alla manifestazione per la nascita della nostra Società Siciliana per l’Amicizia fra i Popoli. Ne eravamo già convinti ma ci ha fatto grande piacere sentircelo dire dal prof. Francesco Renda. Poi abbiamo visto il Mediterraneo dilaniato da conflitti e ingerenze. Non facciamo che il Mediterraneo debba avere una rinascita e un’unità culturale e financo politica, magari con la Sicilia al centro, come la Sicilia al tempo di Roma? Una grande provincia americana?

L'articolo-intervista di Tano Gullo - L'intervento di Ninni Casamento

La risposta di Francesco Renda - L'intervento di Pasquale Hamel

La risposta di Francesco Renda

Ringrazio Ninni Casamento, presidente della Società siciliana per l’amicizia fra i popoli, per il tono cordiale della sua lettera (su “Repubblica” del 20 luglio) e per le domande pertinenti che mi pone. Le domande però sono molte e purtroppo non posso rispondere a tutte per lo spazio che le colonne di un giornale consentono. Mi limito pertanto ad alcune questioni di maggior rilievo.

Anzitutto su come ho creduto di scrivere una “Storia generale della Sicilia” senza avere alcun fine accademico. Dato il mio mestiere di storico dei libri di storia con finalità accademiche ne ho scritti diversi. La “Storia generale della Sicilia” tuttavia pur muovendo da una formazione accademica tende a spaziare anche fuori dall’ambiente accademico e perciò, senza venir meno ai doveri della verità circa la fondatezza dei fatti e delle notizie riferiti, è stata scritta per essere leggibile da lettori specialisti e non specialisti.

Generalmente come è risaputo ogni storia è un racconto delle cose fatte dagli uomini nei vari campi della loro attività. Di queste cose fatte la storiografia offre per sistema una visione generale, fondata sulla selezione e raggruppamento di quelle più plausibili la cui veridicità nessuno mette in dubbio. Le cose fatte perciò non sono mai personali, ma la loro scelta e il loro raggruppamento certamente lo sono. Ne deriva pertanto un inevitabile tasso di soggettività. Ma tutti i libri di storia sono soggettivi. Persino i manuali scolastici sono soggettivi. Ogni libro di storia appunto è sempre giudicato dal livello qualitativo della soggettività dell’autore. E in tal senso è anche da valutare la mia “Storia generale della Sicilia”. I fatti sono fuori discussione, la loro rappresentazione è mia personale e quindi soggettiva.

Ciò premesso vengo al punto. Uno dei fatti non controversi della storia siciliana è il suo frequente esser parte di storie mediterranee di più ampio respiro geopolitico. Nei primi sette secoli dell’ultimo millennio a.C. l’isola è abitata da varie etnie, la più importante delle quali è la greca. Verso la fine di quei sette secoli una parte della Sicilia occidentale cade sotto il dominio cartaginese, mentre le città greche continuano a brillare ognuna di luce propria, e Siracusa, che è la più bella e la più ricca delle città ellenistiche, diventa regno con giurisdizione estesa alla Magna Grecia e al Nord Africa. Poi, sopraggiunta l’aspra contesa bellica tra Roma e Cartagine con la sconfitta e la distruzione di quest’ultima, per cinque e più secoli la Sicilia per la prima volta tutta intera diventa romana, poi sempre intera per tre secoli diviene bizantina, indi per due secoli musulmana, per tre secoli normanna, per 56 anni sveva, per 80 anni aragonese sotto la dinastia di Federico III, per 120 anni castigliana, per tre secoli spagnola, per 125 anni borbonica e infine da 143 anni italiana. Sulla base di questi fatti incontestabili, la storiografia ha formulato diverse visioni generali. La visione da me proposta è che la Sicilia salvo il periodo normanno è stata sempre momento e parte delle varie fasi di sviluppo storico e politico del Mediterraneo. E salvo il periodo arabo a partire dalla colonizzazione greca è stata sempre momento e parte della civiltà europea.

Secondo la mia visione generale il periodo arabo è di discontinuità del carattere europeo della storia siciliana. In quegli anni la Sicilia fece parte della ecumene islamica. Non perciò se ne deve dare un giudizio negativo. Ma dire che la civiltà siciliana abbia origine dalla dominazione araba è contro la evidenza delle cose. Per assumere come vera una simile tesi, noi oggi dovremmo essere islamici e parlare una lingua araba e avere una cultura di carattere musulmano. Invece di Cristo dovremmo seguire Maometto.

Io chiuderei il mio dire a questo punto. Ma resterebbe in sospeso il giudizio su Federico II di Svevia al quale sono dedicate oltre sessanta pagine della mia “Storia”. Federico II è entrato nella intervista perché il bravo Tano Gullo mi ha fatto una domanda a bruciapelo: chi è il personaggio storico più positivo e chi il più negativo della storia siciliana. Io ho risposto: il più positivo è Ruggero II che ha creato il regno di Sicilia, il più negativo Federico II che lo ha distrutto inducendo il papato a deporlo da imperatore da re di Sicilia e Gerusalemme e a dare il Regno di Sicilia in concessione a Carlo d’Angiò fratello del re di Francia donde la rivoluzione del Vespro. La storia personale di Federico II si concluse in una strabiliante sconfitta tramutatasi poi in tragedia perché i figli e il nipote del defunto imperatore furono sterminati dall’angioino. Federico II naturalmente è da considerare il sovrano più significativo del suo secolo ma il suo mito spesso è fondato sull’alterazione o negazione di alcuni fatti importanti.

Si dice che a Palermo tenesse una magnifica corte sveva mentre Federico andò via da Palermo nel 1212 all’età di 18 anni e non vi mise più piede. Si dice che fosse amico degli arabi mentre Federico nel 1221 scese in Sicilia per eseguirne lo sterminio. Si dice che sia stato re di Sicilia e non si chiarisce che fu re di Sicilia alla maniera normanna come voluto dalla madre Costanza fino a quando non fu incoronato imperatore; dopo per sua volontà fu regno di Sicilia tutto il Mezzogiorno italiano posto a sud dello Stato pontificio e Federico scelse come residenza la Puglia e non l’Isola di Sicilia. Infine nei libri di storia di Federico non si dice che l’imperatore re di Sicilia fu deposto dalla Chiesa romana e la deposizione non mancò di avere efficacia definitiva.

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La risposta di Francesco Renda - L'intervento di Pasquale Hamel

L'intervento di Pasquale Hamel

La scoperta tardiva del mondo arabo che taluni, forse molti, hanno fatto ha comportato negli stessi una sorta di invasamento che certamente distorce il senso e il significato delle cose. La Sicilia araba, al di là della mitologia edificata soprattutto per ragioni politiche da Michele Amari, è un momento di grande cambiamento e modernizzazione dell´isola, questo è innegabile, ma una modernizzazione per la quale si sono pagati costi pesantissimi, a cominciare dal depauperamento del territorio isolano per lo sfruttamento selvaggio che gli arabi attuarono delle risorse siciliane, con l´allargamento della pastorizia, o con la deforestazione le cui conseguenze si sono accentuate nel tempo e di cui piangiamo oggi le conseguenze. Ma la Sicilia araba, come giustamente afferma Francesco Renda su "Repubblica", è una rottura nella linea di continuità storica delle vicende dell´isola, una parentesi che per fortuna è rimasta tale. Immaginiamo, e lo faccio senza polemica, che cosa avrebbe significato per lo sviluppo civile dell´isola restare nell´ambito dell´ecumene arabo. Una parentesi che è stata drammaticamente cancellata dalla crociata, perché tale fu anche nell´intendimento della Chiesa romana l´impresa normanna. I normanni ebbero il merito non solo di dare centralità alla Sicilia nel contesto euromediterraneo, ma di riallacciare quella linea di continuità occidentale nella quale l´isola ha sempre trovato la sua specifica identità. Sì, perché la Sicilia, con buona pace di tanta gente, è occidente, è Europa, e solo tenendo presente questa sua specificità, senza derive maghrebine (e spero che non mi si fraintenda), potrà trovare un suo percorso serio e praticabile.
Sulla Sicilia sveva, sulla Sicilia di Federico II – ma esiste una Sicilia di Federico II? – concordo perfettamente con il professore Renda anche perché, con buona pace dello stesso, senza volere reclamare insignificanti primogeniture, le cose da lui dette le ripeto da almeno cinque anni. Il siciliano, fra le sue caratteristiche, soffre di una buona dose di masochismo, ama troppo spesso coloro che lo fustigano. La lunga storia dell´isola conferma quest´assunto, basta dare uno sguardo sul cosiddetto ribellismo siciliano per rendersene conto. È il caso di Federico e della dinastia sveva. Non voglio parlare, anche perché lo spazio riservato non è troppo, del terribile Arrigo VI padre di Federico, ma di quest´ultimo.

Troppo spesso si è parlato di Federico come re siciliano. Niente di più errato, Federico è un sovrano germanico a tutto tondo, la sua stessa concezione del potere è di chiara impronta tedesca. Federico non amò la Sicilia, tanto è vero che i suoi soggiorni nell´isola furono sporadici e sempre dettati da interessi politici. Federico non fece grande la Sicilia, la sfruttò nel modo e nelle maniere che un sovrano del suo stampo, sempre alla ricerca di risorse per finanziare il suo sogno imperiale, sapeva fare. Se dovessi dire fino in fondo ciò che penso, direi che Federico ha reso provincia marginale un territorio che era stato centrale nel mondo medievale. Con gli svevi e con Federico non certamente, come per anni si è pensato, con gli angioini la Sicilia esce fuori dalla grande storia.

Un grazie dunque a Francesco Renda per questo suo sforzo di analisi e di studio che sarebbe relativamente utile se si dovesse ridurre a oggetto di riflessione colta di salotti intellettuali senza costituire uno strumento del quale anche le classi dirigenti potranno trarre insegnamento per orientare con serietà e senza estemporaneità le scelte da fare.

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"Palerme, les charmes d'une ville qui est sans doute à la fin du XIIème siècle la première ville d'Europe occidentale par sa population. Aucune ville occidentale ne saurait lui être comparée" (Pierre Racine)

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