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. . Pagine di Repubblica - Informazione - Prima pagina Sulla "Storia generale della Sicilia" di Francesco Renda
L'articolo-intervista di Tano Gullo L'intervento di Ninni Casamento La risposta di Francesco Renda L'intervento di Pasquale Hamel
L'articolo-intervista di Tano Gullo, 18 luglio 2003
Cinque anni di fatiche spesi a tempo pieno tra centinaia di libri e la tastiera del computer. Appena ha consegnato il manoscritto a Elvira Sellerio il professore Francesco Renda, 80 anni, autore di 32 libri sulla Sicilia dal Cinquecento in poi, si è andato a rintanare nella sua villa, circondata dagli ulivi, in contrada Bragone, sulle colline di Trabia, per smaltire Lo stress. Ora la sua “Storia della Sicilia, dalle origini ai nostri giorni”, 1600 pagine dense di novità, è pronta per essere pubblicata. E’ facile prevedere che quando i tre volumi arriveranno nelle librerie –l’uscita è fissata per l’autunno- susciteranno polemiche per la lettura innovativa di molte vicende: dalla smitizzazione di Federico II all’esaltazione di Ruggero II, dal giudizio negativo sulla dominazione araba alle polemiche con i letterati che si sono avventurati nel territorio della storiografia. E proprio all’ombra di un ulivo secolare, tra il frinire delle cicale, i versi ossessivi dei colombacci e il vocio lontano dei bagnanti nel mare che non si vede, Renda parla dei contenuti del libro, sui personaggi più controversi, sui nodi cruciali della nostra storia millenaria. Professore quando comincia la storia della Sicilia? Quando le razze presenti diventano un unico popolo? Molti storici hanno dato un giudizio negativo dell’occupazione romana. E lei? Una condanna per l’imperatore che ha stupito il mondo? Ridimensionato Federico, quale ritiene il personaggio più significativo della nostra storia? Il filone cronologico come continua? Qual è stato il momento aureo di questi millenni? Con i normanni e prima con i greci, quando Siracusa compete in bellezza e potere con Troia e Atene”. “Ritengo che sia sconfitta definitivamente”. Per niente. Se Cuffaro, o altri, prima del 1980 avesse incontrato un mafioso, fosse anche Calogero Vizzini in persona, nessuno avrebbe avuto da ridire. Ora invece qualunque contatto ambiguo viene stigmatizzato e perseguito dalla legge. Le sembra poco? E la mafia senza coperture politiche diventa semplice delinquenza. Nel 1987 avevo sostenuto che nulla è eterno, tanto meno la mafia. Falcone fece suo questo concetto. La storia ci ha dato ragione”. . L'articolo-intervista di Tano Gullo L'intervento di Ninni Casamento La risposta di Francesco Renda L'intervento di Pasquale Hamel
L'intervento di Ninni Casamento
La Storia della Sicilia di Francesco Renda era largamente attesa. Attesa per l’indiscussa autorevolezza dell’autore, attesa per un aggiornamento delle analisi e delle conclusioni in un momento in cui la storia, per tanti popoli e la Sicilia fra questi, è ispirazione e fonte primaria di aspirazioni e scelte di oggi e di domani. Non mi azzardo a commentare e meno che mai a criticare la nuova opera di Renda. In primo luogo perché non ho ancora letto il libro e una presentazione giornalistica può distorcere le idee e i contenuti. In secondo luogo perché mi manca la competenza non essendo uno studioso di storia né di storia della Sicilia né uno studioso tout court. Sono, anche, un grande ammiratore di Francesco Renda e in nessun caso opinioni divergenti potrebbero incrinare la mia ammirazione per l’autore della nuova Storia della Sicilia o farmi dubitare della sua serietà, del rigore, della buona fede. Il contributo che la cultura riceverà da questo libro, ne sono convinto, sarà comunque assai notevole. Mi piace solo rivolgere a Renda alcune domande che scaturiscono dalla presentazione del libro e dall’intervista di Tano Gullo su Repubblica-Palermo, domande anticipatorie del probabile dibattito che si avrà a libro pubblicato e relative alle questioni sommariamente affrontate nell’intervista. Quando le razze presenti (in Sicilia) diventano un unico popolo? Con i romani. Certo, fra gli effetti delle conquiste c’è anche questa, l’unificazione di popoli e razze diverse. Chiedo: resta, però, il fatto che sotto i Romani la Sicilia è provincia? Che la sua nuova e prima identità non coincide con un ruolo sia pur minimale di protagonista, di attore della storia? E che tutto questo continui fino alla conquista araba? Con gli Arabi la Sicilia “diventa un emirato, che significa regno”. Certo, “sotto i musulmani si spezza quella continuità culturale che aveva caratterizzato la nostra storia”. Si spezza ma per dar vita a che cosa? A un regno, per la prima volta, a un ruolo fra i popoli e le nazioni, per la prima volta. Senza contare lo sviluppo e i caratteri originali della cultura, dell’arte, della scienza. E se Sciascia e molti altri ritengono che la “nostra” civiltà inizia con la dominazione araba non c’è un fondo di verità? I normanni ci riconducono nel filone originario. Ma i Normanni non fanno della Sicilia una provincia come con Roma e fino agli Arabi. E, a parte certi aspetti, quello religioso in primo luogo ma non senza peculiarità a cominciare dalla coesistenza di fedi diverse, non ci riportano nel filone originario ma danno uno sviluppo ulteriore e grandioso alla Sicilia sui generis, alla Sicilia nazione e regno, alla Sicilia cultura, arte, scienza, alla Sicilia protagonista. Esaltare Federico fa parte del mito. “Per non sottomettersi al papa che gli chiede di rinunciare alla Sicilia …, perde tutto l’impero”. “Per non cedere su un punto, certamente non essenziale, viene deposto dai principi tedeschi manovrati dalla Chiesa”. Se c’è un mito ci deve pur essere una ragione. Non è certamente la prima volta che una figura con “scarsa abilità politica” viene esaltata e resa grande e geniale o addirittura divinizzata. Perché possono essere altri i tratti del genio. Federico non rinuncia alla Sicilia e si perde. Questo non è già, di per sé, per noi, una ragione di apprezzamento (per non usare termini più forti suggeriti da ragioni emotive)? La scelta di non rinunciare alla Sicilia, poi, non è solo frutto di amore per l’Isola ma è consapevolezza dell’importanza della Sicilia, della sua collocazione geografica del suo ruolo culturale assolutamente primario, allora, anche per suo merito, alla prevalenza politica, insomma, della Sicilia e del Mediterraneo con essa, sull’impero continentale. Grande quindi Federico? Per me si. E con lui finisce la storia della Sicilia protagonista iniziata con gli Arabi. La storia della Sicilia è una sequela di dominazioni? Renda non è d’accordo. Nemmeno io se l’analisi non è superficiale e schematica. Ma gli schemi sono necessari per avere una visione corretta di fenomeni complessi, purchè si abbia la capacità di non restarne prigionieri. Se ci mettiamo nell’ottica di distinguere la Sicilia protagonista dalla Sicilia non protagonista, lo schema generale, allora, mi sembra valido. Tolto il periodo arabo-normanno-svevo la Sicilia non è regno, non è nazione, non è centro politico né culturale né artistico né scientifico, non ha relazioni sue proprie con i popoli vicini e lontani se non con il centro da cui di volta in volta dipende e l’autonomia non attenua la dipendenza. Fatte le debite eccezioni, naturalmente, e considerata la grandezza di tante idee, di tanti episodi, di tanti personaggi. Per questo la Sicilia è ancora viva. Con la caduta del Muro di Berlino la storia è ritornata a specchiarsi nel Mediterraneo? Dipende da noi, dice Renda e lo ha già detto proprio nella sua relazione, febbraio 1999, alla manifestazione per la nascita della nostra Società Siciliana per l’Amicizia fra i Popoli. Ne eravamo già convinti ma ci ha fatto grande piacere sentircelo dire dal prof. Francesco Renda. Poi abbiamo visto il Mediterraneo dilaniato da conflitti e ingerenze. Non facciamo che il Mediterraneo debba avere una rinascita e un’unità culturale e financo politica, magari con la Sicilia al centro, come la Sicilia al tempo di Roma? Una grande provincia americana?
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La risposta di Francesco Renda
Ringrazio Ninni Casamento, presidente della Società siciliana per l’amicizia fra i popoli, per il tono cordiale della sua lettera (su “Repubblica” del 20 luglio) e per le domande pertinenti che mi pone. Le domande però sono molte e purtroppo non posso rispondere a tutte per lo spazio che le colonne di un giornale consentono. Mi limito pertanto ad alcune questioni di maggior rilievo. Anzitutto su come ho creduto di scrivere una “Storia generale della Sicilia” senza avere alcun fine accademico. Dato il mio mestiere di storico dei libri di storia con finalità accademiche ne ho scritti diversi. La “Storia generale della Sicilia” tuttavia pur muovendo da una formazione accademica tende a spaziare anche fuori dall’ambiente accademico e perciò, senza venir meno ai doveri della verità circa la fondatezza dei fatti e delle notizie riferiti, è stata scritta per essere leggibile da lettori specialisti e non specialisti. Generalmente come è risaputo ogni storia è un racconto delle cose fatte dagli uomini nei vari campi della loro attività. Di queste cose fatte la storiografia offre per sistema una visione generale, fondata sulla selezione e raggruppamento di quelle più plausibili la cui veridicità nessuno mette in dubbio. Le cose fatte perciò non sono mai personali, ma la loro scelta e il loro raggruppamento certamente lo sono. Ne deriva pertanto un inevitabile tasso di soggettività. Ma tutti i libri di storia sono soggettivi. Persino i manuali scolastici sono soggettivi. Ogni libro di storia appunto è sempre giudicato dal livello qualitativo della soggettività dell’autore. E in tal senso è anche da valutare la mia “Storia generale della Sicilia”. I fatti sono fuori discussione, la loro rappresentazione è mia personale e quindi soggettiva. Ciò premesso vengo al punto. Uno dei fatti non controversi della storia siciliana è il suo frequente esser parte di storie mediterranee di più ampio respiro geopolitico. Nei primi sette secoli dell’ultimo millennio a.C. l’isola è abitata da varie etnie, la più importante delle quali è la greca. Verso la fine di quei sette secoli una parte della Sicilia occidentale cade sotto il dominio cartaginese, mentre le città greche continuano a brillare ognuna di luce propria, e Siracusa, che è la più bella e la più ricca delle città ellenistiche, diventa regno con giurisdizione estesa alla Magna Grecia e al Nord Africa. Poi, sopraggiunta l’aspra contesa bellica tra Roma e Cartagine con la sconfitta e la distruzione di quest’ultima, per cinque e più secoli la Sicilia per la prima volta tutta intera diventa romana, poi sempre intera per tre secoli diviene bizantina, indi per due secoli musulmana, per tre secoli normanna, per 56 anni sveva, per 80 anni aragonese sotto la dinastia di Federico III, per 120 anni castigliana, per tre secoli spagnola, per 125 anni borbonica e infine da 143 anni italiana. Sulla base di questi fatti incontestabili, la storiografia ha formulato diverse visioni generali. La visione da me proposta è che la Sicilia salvo il periodo normanno è stata sempre momento e parte delle varie fasi di sviluppo storico e politico del Mediterraneo. E salvo il periodo arabo a partire dalla colonizzazione greca è stata sempre momento e parte della civiltà europea. Secondo la mia visione generale il periodo arabo è di discontinuità del carattere europeo della storia siciliana. In quegli anni la Sicilia fece parte della ecumene islamica. Non perciò se ne deve dare un giudizio negativo. Ma dire che la civiltà siciliana abbia origine dalla dominazione araba è contro la evidenza delle cose. Per assumere come vera una simile tesi, noi oggi dovremmo essere islamici e parlare una lingua araba e avere una cultura di carattere musulmano. Invece di Cristo dovremmo seguire Maometto. Io chiuderei il mio dire a questo punto. Ma resterebbe in sospeso il giudizio su Federico II di Svevia al quale sono dedicate oltre sessanta pagine della mia “Storia”. Federico II è entrato nella intervista perché il bravo Tano Gullo mi ha fatto una domanda a bruciapelo: chi è il personaggio storico più positivo e chi il più negativo della storia siciliana. Io ho risposto: il più positivo è Ruggero II che ha creato il regno di Sicilia, il più negativo Federico II che lo ha distrutto inducendo il papato a deporlo da imperatore da re di Sicilia e Gerusalemme e a dare il Regno di Sicilia in concessione a Carlo d’Angiò fratello del re di Francia donde la rivoluzione del Vespro. La storia personale di Federico II si concluse in una strabiliante sconfitta tramutatasi poi in tragedia perché i figli e il nipote del defunto imperatore furono sterminati dall’angioino. Federico II naturalmente è da considerare il sovrano più significativo del suo secolo ma il suo mito spesso è fondato sull’alterazione o negazione di alcuni fatti importanti. Si dice che a Palermo tenesse una magnifica corte sveva mentre Federico andò via da Palermo nel 1212 all’età di 18 anni e non vi mise più piede. Si dice che fosse amico degli arabi mentre Federico nel 1221 scese in Sicilia per eseguirne lo sterminio. Si dice che sia stato re di Sicilia e non si chiarisce che fu re di Sicilia alla maniera normanna come voluto dalla madre Costanza fino a quando non fu incoronato imperatore; dopo per sua volontà fu regno di Sicilia tutto il Mezzogiorno italiano posto a sud dello Stato pontificio e Federico scelse come residenza la Puglia e non l’Isola di Sicilia. Infine nei libri di storia di Federico non si dice che l’imperatore re di Sicilia fu deposto dalla Chiesa romana e la deposizione non mancò di avere efficacia definitiva.
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L'intervento di Pasquale Hamel
La scoperta
tardiva del mondo arabo che taluni, forse molti, hanno fatto ha
comportato negli stessi una sorta di invasamento che certamente
distorce il senso e il significato delle cose. La Sicilia araba, al
di là della mitologia edificata soprattutto per ragioni politiche da
Michele Amari, è un momento di grande cambiamento e modernizzazione
dell´isola, questo è innegabile, ma una modernizzazione per la quale
si sono pagati costi pesantissimi, a cominciare dal depauperamento
del territorio isolano per lo sfruttamento selvaggio che gli arabi
attuarono delle risorse siciliane, con l´allargamento della
pastorizia, o con la deforestazione le cui conseguenze si sono
accentuate nel tempo e di cui piangiamo oggi le conseguenze. Ma la
Sicilia araba, come giustamente afferma Francesco Renda su
"Repubblica", è una rottura nella linea di continuità storica delle
vicende dell´isola, una parentesi che per fortuna è rimasta tale.
Immaginiamo, e lo faccio senza polemica, che cosa avrebbe
significato per lo sviluppo civile dell´isola restare nell´ambito
dell´ecumene arabo. Una parentesi che è stata drammaticamente
cancellata dalla crociata, perché tale fu anche nell´intendimento
della Chiesa romana l´impresa normanna. I normanni ebbero il merito
non solo di dare centralità alla Sicilia nel contesto
euromediterraneo, ma di riallacciare quella linea di continuità
occidentale nella quale l´isola ha sempre trovato la sua specifica
identità. Sì, perché la Sicilia, con buona pace di tanta gente, è
occidente, è Europa, e solo tenendo presente questa sua specificità,
senza derive maghrebine (e spero che non mi si fraintenda), potrà
trovare un suo percorso serio e praticabile. Troppo spesso si è parlato di Federico come re siciliano. Niente di più errato, Federico è un sovrano germanico a tutto tondo, la sua stessa concezione del potere è di chiara impronta tedesca. Federico non amò la Sicilia, tanto è vero che i suoi soggiorni nell´isola furono sporadici e sempre dettati da interessi politici. Federico non fece grande la Sicilia, la sfruttò nel modo e nelle maniere che un sovrano del suo stampo, sempre alla ricerca di risorse per finanziare il suo sogno imperiale, sapeva fare. Se dovessi dire fino in fondo ciò che penso, direi che Federico ha reso provincia marginale un territorio che era stato centrale nel mondo medievale. Con gli svevi e con Federico non certamente, come per anni si è pensato, con gli angioini la Sicilia esce fuori dalla grande storia.
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