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di Sergio Troisi
La Repubblica-Palermo,
10 giugno 2009 |
Ci sono dei
luoghi, dei quartieri, dei monumenti, legati in maniera così
intima e profonda alla città che li ingloba da non essere
neanche immaginabili lontani da essa; e, contemporaneamente,
la stessa città perderebbe gran parte del suo fascino e
della sua ragion d' essere senza quel particolare luogo.
Basti pensare a Monmartre a Parigi, o alla Riesenrad di
Vienna. Se volessimo trovare un siffatto simbolo anche per
Palermo, la scelta non potrebbe che ricadere sulla Vucciria,
il mercato popolare che di Palermo esprime in maniera
perfetta spirito e contraddizioni. è vero, non c' è
palermitano che, al solo nome della Vucciria, non si senta a
casa; e non c' è turista che, puntualmente edotto dall'
ultima guida, non pretenda, appena sceso dall' aereo, di
fare un giro tra quei vicoli che odorano di pesce e verdure,
di spezie e interiora. è altrettanto vero, però, che la
Vucciria di oggi è solo un pallido ricordo di ciò che era
non più tardi di trenta, quaranta anni fa, e che la vivacità
commerciale di oggi non è che una sbiadita copia del fervore
che aveva contraddistinto per secoli la vita del quartiere.
A parlarci della Vucciria è Giovanni Cimino, oggi professore
di scienze in un liceo palermitano, ma testimone attento
della storia del quartiere, cui dedica questo C' era una
volta Vucciria (Nuova Ipsa editore, 154 pagine, 12 euro).
Atto d' amore, quello di Cimino, a partire già dal titolo,
in cui quell' articolo mancante vuol significare la
familiarità e l' affetto profondi, quasi si trattasse della
donna amata; ma anche atto d' accusa per il degrado in cui
una classe politica inadeguata ha abbandonato il cuore
stesso di Palermo, in compagnia di tutto un centro storico
che, unico tra i centri storici della grandi città europee,
porta ancora adesso i segni e gli sfregi dei bombardamenti
del '43. In effetti, la storia che l' autore traccia è, più
che altro, una storia intima. Con rimarchevole precisione,
saracinesca per saracinesca, elenca tutte le attività
commerciali presenti nelle vie e nelle piazze, disseminando
tale elenco con aneddoti divertentissimi e con racconti di
vita vissuta (e taluni, ovviamente, anche molto cruenti,
come la strage del 15 aprile 1978 in una della tante
taverne). Ne viene fuori una sorta di Amarcord dai tratti
forti, talvolta forse troppo caricaturale, ma sicuramente
assai efficace, palermitanissima nei toni come nell' uso
della lingua, che Cimino continuamente infarcisce di
vocaboli e modi di dire dialettali. Superato però l' aspetto
folcloristico, resta il difficile e controverso rapporto del
quartiere con la città. A partire dal dopoguerra, si assiste
a un lento ma continuo calo demografico, a una perdita di
centralità del quartiere, il cui mancato recupero fa sì che,
poco per volta, esso si trasformi, insieme alla gran parte
del centro storico di Palermo, in zona marginale e
sottosviluppata. A ben pensarci, anche questo è tipicamente
siciliano: il sentire financo i monumenti più belli come
qualcosa di non appartenente al proprio patrimonio ed alla
propria storia, e di conseguenza trascurarli sino al degrado
più completo, alimentando così quel senso di sciatteria e
abbandono che invariabilmente ci contraddistinguono. Unire
questo con le inevitabili mire di affaristi, palazzinari e
politici senza scupoli, fa capire il perché di quel grido di
dolore che, nelle pagine finali del libro, l' autore
consegna ai lettori: «Signore e signori, le balàte della
Vucciria asciucàru!» Peccato, verrebbe da dire, anche se c'
è ancora molto da salvare e qualche pur timido tentativo di
recupero è stato tentato. Ma, ahinoi, il rischio che quelle
secolari "balate" non vengano nuovamente irrorate dagli
abbondanti spruzzi di pescivendoli e "verdumai" è purtroppo
assai elevato.
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