di Agostino Spataro
Mentre in
Sicilia nessuno governa e ci s’accapiglia per creare
maggioranze anomale e improbabili “partiti del sud”, il
governo Berlusconi vuole piazzare nell’Isola una centrale
nucleare, forse, dalle parti di Palma Montechiaro, in
provincia di Agrigento.
Non è una
sorpresa, ma una notizia attesa, da taluni perfino
desiderata. Perciò, nessuno può fingere quasi che l’avesse
appresa dai giornali. La cosa è nota da tempo e fors’anche
politicamente concordata con le autorità siciliane.
Mancava solo la
copertura legislativa ed anche questa, nei giorni scorsi, è
arrivata dal Senato.
Entro sei mesi
si dovranno avviare gli adempimenti conseguenti, compresa la
scelta del sito, sulla base di una procedura molto
sbrigativa, perfino sostitutiva dei poteri locali, che certo
non lascia tempo e possibilità d’intraprendere eventuali
azioni di verifica e/o di contrasto.
Sei mesi sono
pochi per una questione così complessa e preoccupante.
Troppo pochi.
E dire che su
questa materia la Regione siciliana ha competenza primaria.
La faccenda,
perciò, è un anche un banco di prova per lo sbandierato
autonomismo di Lombardo e soci. Non è la prima volta che si
vuole portare in Sicilia, zona ad alta sismicità, una
centrale nucleare.
Ricordo per gli
smemorati che nel 1979 ci tentò il capo di governo
dell’epoca, on Giulio Andreotti, il quale aveva trattato con
i canadesi due impianti del tipo “Candu” da realizzare uno
in Sicilia e un altro in Sardegna.
Con molta
fermezza e cordialità, anche a livello parlamentare,
l’abbiamo fatto annullare.
Non per un
astratto principio antinucleare, ma perché allora era in
arrivo in Sicilia il metano algerino.
Oggi, purtroppo,
non sappiamo che cosa pensano e soprattutto che cosa fanno i
ministri, sottosegretari e i parlamentari siciliani. Intorno
a queste importanti questioni soltanto silenzio! Un
omertoso, intollerabile silenzio.
Ovviamente, si
può essere anche d’accordo, ma bisogna venirlo a spiegare
alla gente, fra la gente, in un libero confronto con le
forze sociali e culturali. Senza reti di protezione.
Abbiamo
sognato il paradiso e ci ritroviamo con un gran deposito
energetico
Comunque
andranno le cose, un dato è certo: con la centrale nucleare,
che andrebbe ad aggiungersi ad altri impianti preesistenti o
programmati, la Sicilia diverrà una sorta di HUB energetico
ossia una piattaforma strategica di approdo, stoccaggio,
lavorazione e distribuzione di enormi quantitativi di
prodotti energetici. Con un volume molto al di sopra dei
suoi consumi attuali o ragionevolmente preventivati.
Insomma, il
nostro destino verrebbe segnato per un lungo periodo. Non
più “il paradiso” che tante generazioni di siciliani hanno
sognato (il turismo diffuso, l’agricoltura di qualità, la
pesca e l’economia del mare, l’innovazione tecnologica, i
grandi servizi di trasporto e di commercializzazione, ecc.),
ma un grande serbatoio d’energia, collocato nel cuore del
Mediterraneo, al servizio dell’inarrestabile crescita di un
nord già saturo, verso il quale, come ha scritto ieri la
Svimez, continuano ad emigrare i giovani siciliani e
meridionali. Almeno 700.000 negli ultimi anni.
Perciò, chi, a
Roma e a Palermo, è chiamato a decidere su tali materie deve
sapere che si assume la tremenda responsabilità d’ipotecare
il nostro futuro e quello dei nostri figli, nipoti e
pronipoti. La faccenda è terribilmente seria e va ben oltre
le misere diatribe politiche, le sordide convenienze (di
chi?) e le promesse di qualche centinaio di posti di lavoro.
Manca un
serio piano energetico della Regione
Se tutto ciò
accade in Sicilia è perché a Roma (e a Milano, se
permettete) questo ruolo è stato assegnato all’isola ed è
supinamente accettato dal ceti dirigenti siciliani, politici
e di governo, che non hanno prodotto un serio piano
energetico regionale come punto di misura della
compatibilità delle diverse infrastrutture programmate a
livello nazionale o europeo.
In mancanza di
strumenti propri, tutto quello che arriva da Roma va bene,
anzi benissimo, visto che consente di attivare finanziamenti
plurimiliardari e quindi nuove spartizioni d’appalti e
tangenti.
Il problema che
abbiamo davanti non è quello di schierarsi per partito preso
(pro o contro il nucleare o altro), ma quello di ragionare,
di valutare, serenamente, l’utilità, la compatibilità
ambientale, la sicurezza dei nuovi impianti in rapporto con
le reali esigenze di sviluppo siciliane e tenendo conto
delle potenzialità offerte dalle diverse risorse locali o da
quelle davvero notevoli che si stanno materializzando nel
Mediterraneo e dintorni.
Il
gasdotto transahariano Nigeria-Algeria
Alcuni esempi.
Mentre si marcia, a tappe forzate, per realizzare due
rigassificatori in Sicilia per importare e trattare,
prevalentemente, il gas nigeriano, sappiamo che nello scorso
marzo, a Parigi, “l’Euro-Arab gas Forum” ha preso accordi
per realizzare il progetto del “gasdotto transahariano”
(valore circa 13 miliardi di dollari) che da Brass (Nigeria)
giungerà a El Kala, sulla costa algerina, con probabile
derivazione sulla costa libica.
Un’ipotesi- mi
piace ricordare – che, già a partire dagli anni ’80, abbiamo
avanzato all’attenzione del governo italiano e dell’Eni che,
purtroppo, lasciarono cadere.
Oggi questa
grande infrastruttura s’appresta a divenire una realtà
plurinazionale, articolata in 4.188 km di tubi che
trasporteranno 30 miliardi di metri cubi/anno di metano, in
gran parte destinato al mercato europeo, che scorrerà
attraverso i metanodotti esistenti, due dei quali approdano
in Sicilia. Domanda: se questo progetto dovesse essere
realizzato, come pare, perché costruire i rigassificatori? A
parte l’aspetto economico/commerciale, c’è da considerare
con più attenzione la questione della sicurezza delle
popolazioni siciliane.
Confesso che, in
questi mesi, anch’io mi sono astenuto dal proferir parola
sulla questione rigassificatori perché riconoscevo qualcuna
delle ragioni (politiche) addotte ed anche per non apparire
il solito bastian contrario.
Ma oggi, dopo
quanto accaduto a Viareggio, dove un vagone di gas ha
provocato un disastro tremendo, una strage inaccettabile di
vite umane, più di un dubbio mi assale. E credo la gran
parte dei cittadini di buon senso, soprattutto di quelli che
vivono nelle adiacenze degli impianti in costruzione.
Provate a
immaginare cosa potrebbe accadere nei dintorni di Porto
Empedocle se si dovesse spaccare o incendiare una delle
tante navi metaniere che vi approderanno. Taluni specialisti
prospettano scenari davvero apocalittici che nessuno può
sottovalutare o rimuovere con battute sbrigative e
irresponsabili.
La vita umana
viene prima di ogni cosa. Tanto più alla luce del nuovo
metanodotto Nigeria-Algeria che porterà enormi quantità di
gas in Sicilia e in Europa.
“Desert
Tec”, l’energia solare dal Sahara
Un’altra
possibilità concreta è data dal rivoluzionario progetto
denominato“Desert Tec” ovvero una rete di grandi impianti di
produzione di energia solare distribuiti nel Sahara africano
che nella prima fase produrrà l’equivalente del 15% del
fabbisogno energetico europeo, oltre che quote importanti
per i consumi dei diversi paesi nordafricani. Per avere
un’idea: venti gigawatt equivalgono a venti centrali
nucleari.
Non si tratta di
sogni nel cassetto, ma di un progetto concreto, ritenuto
fattibile da un consorzio fra una ventina d’importanti
imprese tedesche e di altri paesi europei che garantiranno
la spesa prevista (400 miliardi di euro) e le tecnologie più
avanzate.
E pensare che il
“Desert Tec” si basa sul principio che Archimede sperimento
nella guerra coi romani e che anche Carlo Rubbia voleva
adattare al suo megaprogetto alle falde dell’Etna.
Purtroppo, Rubbia è stato lasciato andare in Spagna e qui
continuiamo a importare energia altamente inquinante e
costosa. Ci sarebbe tanto altro da aggiungere, ma credo che
questi due esempi bastino per avviare una seria riflessione
sul futuro energetico della Sicilia che non può essere
deciso dall’alto e per interessi lontani, ma in primo luogo
dai cittadini e dagli operatori siciliani.