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PAGINE DI REPUBBLICA
Le tele da cinema del
pittore siciliano
Nel maggio del 1888 Giuseppe
Sciuti partecipava con una
sala personale alla
Esposizione italiana di
belle arti a Londra. Per il
pittore a quella data già
ultracinquantenne (era nato
a Zafferana Etnea nel 1834,
venerdì ricorre il
centenario della morte) il
successo ottenuto in una
rassegna che, sia pure in
forma minore, aveva comunque
un indubbio crisma di
ufficialità doveva
rappresentare una forma di
compensazione per una
carriera sino a quel momento
incerta, ugualmente
ripartita tra delusioni e
incarichi pubblici anche di
prestigio. Non è difficile
comprendere le ragioni del
successo londinese: la sua
pittura di storia
caratterizzata da una
accurata ricostruzione
d´ambiente, da ampie e
scenografiche prospettive
architettoniche e da una
esplicita solennità dei temi
narrativi era congeniale al
gusto del pubblico
vittoriano, sia pure senza
le ambiguità sensuali e le
seduzioni orientaliste che
avevano decretato i trionfi
di un artista a cui spesso
le tele di Sciuti sono state
confrontate, Laurens
Alma-Tadema. Non che in
Italia questa maniera
solenne e paludata fosse
misconosciuta, anzi
tutt´altro, indirizzata
com´era a celebrare i valori
del nuovo stato unitario. Ma
proprio la concorrenza di
artisti più abili nel
medesimo registro figurativo
doveva probabilmente fare
risaltare quanto, nei grandi
dipinti di Sciuti,
inceppasse talvolta la
composizione nella rigidità
enfatica delle pose o nella
macchinosità degli snodi
narrativi.
È possibile che in questo
Sciuti pagasse lo scotto di
una formazione irrisolta tra
la pratica di decoratore dei
suoi esordi giovanili e gli
studi, già trentenne, tra
Firenze e Napoli dove
familiarizzò sia con le
novità della pittura "a
macchia" sia con gli impasti
sontuosi di un artista come
Domenico Morelli, i cui temi
storici e letterari
slittavano tuttavia di
frequente verso una
dimensione onirica e
fantastica a cui la robusta
prosa di Sciuti rimase
sempre estranea. I percorsi
ambivalenti di quel decennio
dei Sessanta aiutano
tuttavia a spiegare, da
questo momento in avanti,
gli esiti paralleli della
pittura di Sciuti: che, se è
conosciuto soprattutto per i
soggetti della classicità
greco-romana, si dedicò
anche a una pittura dai toni
più domestici, ritratti e
scene di genere, dove gli
accordi di colore e una
stesura meno sottoposta al
controllo del disegno
restituiscono una pittura
nel migliore dei casi
sgombra da preoccupazioni
dimostrative. Vale, questo,
in parte per de "Le gioie
della buona mamma" (1877),
singolare commistione tra
interno borghese e dipinto
celebrativo del processo
unitario, in cui un bambino
aiutato dalla domestica in
costume siciliano indica la
città di Roma sulla carta
geografica, per il "Ritratto
della nuora" (1901, ora alla
Fondazione Banco di Sicilia,
a Villa Zito), con le
diverse modulazioni della
pennellata dal nero
dell´abito alle luministiche
vaporosità boldiniane della
pelle d´orso in primo piano,
alla ambientazione en plein
air e alla luminosa stesura
a macchia del gruppo
familiare de "L´altalena"
(1895, conservato nella
Prefettura di Catania).
I meccanismi dell´eclettismo
ottocentesco e la pratica
degli stili sono più che
sufficienti a spiegare
diversità di modi, anche se
è alla pittura di storia che
Sciuti affidava
riconoscimenti, fama e
successo. Agevolato nel
controllo di grandi
superfici dalla pratica
decorativa degli esordi, a
cui ritornerà anche più
tardi, ad esempio negli
affreschi romani della volta
di Villino Durante (1892),
in quelli acesi di Palazzo
Calanna (dal 1902) e nel
Duomo della stessa cittadina
(1907), il pittore
utilizzerà il medesimo
approccio per ambientazioni
diverse: cambiano insomma
fondali e abiti, del resto
studiati con grande
accuratezza anche nelle
fonti letterarie erudite e
letterarie, ma i cliché
figurativi rimangono in gran
parte immutati e persino
ripetitivi indipendentemente
se il soggetto è tratto
dalla storia romana o da
quella medievale. Una
concezione pedagogica ed
esemplare del racconto, a
metà tra i gesti riassuntivi
ed esemplari del museo delle
cere e la suggestione corale
del teatro d´opera,
aggiornata (nel caso dei
temi greco-romani) sulle più
recenti scoperte e mode
archeologiche come quella
pompeiana, ampiamente
diffusa anche nella pratica
decorativa del tempo,
scenografica oltre ogni
dubbio nella disposizione di
piazze, colonnati, templi,
palazzi. Una formula
passepartout, valida per
celebrare in ottica
nazionale l´eroe sardo
Giommaria Angioj (palazzo
della Provincia, Sassari),
il greco Timoleonte nella
celebre tela della Galleria
d´arte moderna palermitana
("I funerali di Timoleonte",
1879), la monarchia normanna
per "L´uscita di Ruggero
dopo l´incoronazione" (1894)
dipinto per il monumentale
sipario del Teatro Massimo
(oggi purtroppo
inutilizzabile e conservato
nei laboratori di
Brancaccio), o - una
spruzzata di orientalismo -
l´Egitto dove un Cesare
impettito riceve su un
bacile la testa decapitata
di Pompeo (1906, Municipio
di Catania).
Una pittura da kolossal
cinematografico, è stato
detto tante volte, in
leggero anticipo su Pastrone
e Cecil B. de Mille; e,
seppure abusato e magari
facilitato dalle dimensioni
da schermo delle tele, non
si tratta soltanto di un
paragone d´effetto,
considerando che quei film
("Cabiria", "I dieci
comandamenti") erediteranno
da quella pittura accademica
il gusto per le grandi folle
e per le grandiose
prospettive architettoniche.
In comune, anche una
psicologia e una mimica
improntate a schemi sommari:
così, nelle diverse versioni
della follia di Saffo, la
poetessa greca rotea gli
occhi come un´attrice del
muto, e il soldato romano
che conduce al sacrificio la
fanciulla cristiana de "Il
vittimario" (Gam, 1895) ha
il truce cipiglio
d´ordinanza dei cattivi del
cinema.
Fosse nato qualche decennio
più tardi (e non è un
giudizio diminutivo), Sciuti
avrebbe forse trovato a
Hollywood quella fortuna che
la storia dell´arte gli ha
lesinato.
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